Palazzo Balbi a San Tomà

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Palazzo Balbi a San Tomà. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Balbi a San Tomà

In una condizione dei Dieci Savi del 1582 si legge che un Balbi possedeva nel Canal Grande un terreno infruttuoso, dove avrebbe potuto edificare un palazzo, e attingesi da buona fonte che l’individuo stesso dispose dell’edifizio, in appresso eretto, con suo testamento del 1590. Anche il Temanza, che ritrasse notizie dalla famiglia, asseriva che occupasse quell’area una vecchia fabbrica, caduta forse per vetustà, ma che i Balbi non aveano già acquistato il terreno quando era vacuo. I Balbi infatti venuti a Venezia nel 700, e già compresi nella Serrata del Maggior Consiglio, non potevano mancare di abitazione lor propria, e convien dire che il palazzo si riedificasse sul fondo stesso rimasto libero. Il Temanza sarebbe di avviso possa questo palazzo attribuirsi ad Alessandro Vittoria che fu allievo del Sansovino, ed uno dei migliori scultori veneziani del secolo XVI. Ma se il Cicognara ha ragione di sentenziare che dopo il Vittoria declinasse l’arte dello scalpello, non è gratuita nemmen l’opinione del Temanza che nel Vittoria cominciasse a decadere l’architettura dalla semplicità maestosa del Falconetto, del Sammicheli e del Palladio. Molto si occupò questo architetto anche in tal genere di fabbriche, ed è facile a prima giunta riconoscerne il carattere, osservandosi la forma e il gusto dei capitelli, che sono tutti più o meno scorretti nella composizion degli ornati. Questo palazzo ha perciò le stesse pecche e non apparisce puro abbastanza nello stile degli ordini, rustico, jonico e composito, per potersene encomiar l’eleganza. Spira un’aria bensì nel suo insieme di magnificenza che ne fa tollerare i difetti.

Ricco è il prospetto di marmi, con ricorrenza di poggioli e intercolunni, combinati suntuosamente a renderlo grandioso e degno del Canal grande. Intermedi alle finestre del primo ordine stanno gli stemmi di marmo. Sugli angoli del tetto sporgevano un tempo due obelischi di marmo, che compievano il carattere della fabbrica. Questi furono divelti dall’uragano del 1822, né più restituiti al desiderio dell’arte, e si deplora quello schianto al pari della demolizione delle torricciuole sul tetto del Fondaco dei Tedeschi. Fastoso è l’atrio d’ingresso da sembrare una sala, sparso di busti e a colonne prolungato sino alla riva d’approdo. Nell’interno giocano le scale e due dall’alto al basso a chiocciola da ogni parte introducono negli appartamenti. Le nobili del primo piano mettono alla sala grande ed all’altra di ricevimento. Conservano ancora le pareti gli addobbi di damasco cremisino con contorni di dorature e lavori di stucchi altresì nel plafone, dipinto a fresco dal Guarana. Sono ivi ben disposti dodici busti di celebri filosofi della Grecia, tutti di marmo di Carrara, non privi di espressione, secondo il carattere che rappresentano. Si attribuiscono al Campagna che diede i ricordi ultimi della scuola sansovinesca,e vinse nell’architettura il Vittoria.

Come ricordo storico vi è il busto in non spregevole marmo del Cancellier grande G. B. Ballarin, cavaliere benemerito della patria, per aver diviso la sorte col Bailo Soranzo, quando fu schiavo con lui nelle sette torri di Costantinopoli, per aver negato di patteggiare col Turco per la cessione di Candia. In tredici rami lo stipite dei Balbi si propaga, e Nicolò li ha tutti congiunti d’interessi nel citato suo testamento, coll’avere istituito una primogenitura in perpetuo, condizionata ad ogni linea, acciò sussistesse appunto in tutta la diramazione della prosapia. Agitato quindi lo scrutinio, anche questo Palazzo ad altra linea passava, e una volta ai Balbi Valier di San Vito, poi ancora al fu Rizzardo marito della vivente co. Alba nata Corner, che tuttavia lo possede.

Di questa casa fu il Senatore Sante Capo del Consiglio dei Dieci ballottato per Doge, Gaspare il Cosmografo che descrisse il viaggio per le Indie Orientali, Filippo di rara abilità nel ritrarre vedute e paesaggi in minuta forma, il primo che ebbe il vanto di trasmettere gli affreschi dal muro alla tela, e salvare in tal guisa cento e più opere di Paolo; ultimo ai nostri tempi era il geografo Adriano.

I Balbi però, oltreché nelle cure del foro, si segnalarono in fatti d’armi. Lucio d’Andrea fu all’attacco di Castelnuovo descritto nella storia del Garzoni, e all’assalto di Clissa era uno dei primi che salisse la breccia, con invitto animo e marziale fierezza. Parecchi dei Balbi sfidarono l’oste nelle campali giornate del 1571. Guadagnava su tutti la palma Teodoro, che sebbene ferito, pure con quattro sole galee si lanciava ad affrontare l’intiera armata Ottomana, con inusitato ardimento. Ed è curiosa la coincidenza che il Vittoria abbia eretto la Cappella di Santa Maria del Rosario ai Santi Giovanni e Paolo, scolpisse il busto di Sebastiano Venier, e puossi dir lavorasse per immortalar di sua mano il fatto, il comandante e il palazzo dei guerrieri della maggior battaglia navale, sostenuta alle Curzolari, in nove ore di pugna, con cinquecento e più bastimenti in armi da ottanta e più mila combattenti, che se continuava, avrebbe impedite le perdite di Cipro e di Candia così fatali alla Repubblica.

Incantevole e pittoresco è il sito di questo palazzo, anzi il migliore per prospetti va, perchè sulla volta, avendo Foscari alla destra; e dinanzi ad esso alzavasi in occasion di regate la tribuna mobile, colle ghirlande di premio, tal fiata del valsente di 2000 ducati.

E fu dai veroni di questo Palazzo che Napoleone I vedeva aprirsi a teatro il Canal Grande, con lo spettacolo unico al mondo dell’Olimpico agone nelle due strade trionfali, e quivi i vincitori nel corso arrestare anelanti la voga, mentre sfilavano fisolere e palischermi addobbati a scialacquo di serici drappi sull’acque, con asiatico fasto. Festive gare del remo introdotte per avvezzare il popolo alla palestra, educandone il valore, scambiate poscia in argomento di lusso per favorire il commercio, e dare impulso al nazional patriottismo. Per la circostanza straordinaria di quella sovrana comparsa, il maestro di matematica della Reale Marina Italiana prof. Domenichi aveva composto la seguente iscrizione che dovevano i Balbi far scolpire a grandi caratteri in marmo, a perenne ricordo sulla facciata:

NAVALIS PUGNAE CERTAMINI – SPECTATOR EX HIS AEDIBUS ADESSE DIGNATUS EST — SPECTANDUS 1PSE AETERNUM TOTO ORBE – AC RERUM GESTARUM GLORIA SUPERIS PQENE PAR — MAGNUS NAPOLEON. (1)

Nel 1887 passò a Michelangelo Guggenheim, che lo elesse a sede dei suoi “laboratori per le arti industriali”, lo rimodernò e vi portò la sua personale collezione d’arte, messa all’asta nel 1913. Passò nel 1925 alla Società Adriatica di Elettricità. Questa ne curò una ristrutturazione che vide l’abbattimento di uno dei due scaloni monumentali. Nel 1971 il palazzo diviene proprietà della Regione Veneto che ne fa una delle sue sedi più prestigiose, dove abita il presidente della regione. Nel 1973 è stato sottoposto a un nuovo intervento conservativo. (2)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Balbi_(Venezia)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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