Pietro II Candiano. Doge XIX. Anni 932-939

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Pietro II Candiano. Doge XIX. Anni 932-939

In luogo del doge Orso fu chiamato, dal voto concorde della nazione, a sedere sul trono Pietro II Candiano, figlio del doge Pietro I. Se assumeva il governo in tempi calamitosi all’Italia e all’Oriente, aveva però il conforto di vedere il suo popolo in pace. Temuta e riverita la Repubblica al di fuori; ricca e potente per gli allargati commerci; forte nei trattati, non aveva Pietro che a seguire la politica, la pietà e la giustizia del suo antecessore, a merito del quale di tanti beni godeva la patria.

L’Istria, intanto, che aveva avuto mai sempre comunanza coi nostri di costumi e d’interessi, voleva adesso rinnovar la concordia e l’alleanza. Pertanto, quei di Giustinopoli, o Capo d’ Istria, inviarono a Rialto tre ambasciatori per chiedere al doge amicizia e colleganza, sì perché, dicevano, essere stati sempre difesi e protetti dalla Repubblica, e sì perché, ciò non facendo, avrebbero mancato di gratitudine ai benefizi grandissimi che avevano goduto per cotal patrocinio. E, per dimostrare la loro affettuosa riconoscenza e il desiderio vivissimo di mantenersi in fede, promettevano al doge annualmente, a titolo di onore, cento anfore di vino nel tempo della vendemmia, ed si obbligavano inoltre difendere, in qualsivoglia occorrenza, i negozianti veneziani che viaggiato avessero nel territorio istriano, puntualmente soddisfacendoli d’ogni lor credito.

Salì in ira, per cotal fatto, Wintkero, marchese allora dell’Istria in nome del re Ugo, e, da barbaro siccome egli era, ne trasse vendetta, confiscando le terre che colà possedevano i dogi siccome beni addetti al palazzo ducale; ed anche confiscava i possedimenti del patriarca gradense, dei, vescovi di Olivolo e di Torcello, delle chiese, e perfino quelli spettanti ai particolari. Né pago di ciò, predava le navi veneziane, rubandone i carichi e mettendo a morte le ciurme; proibiva agli Istriani, sotto pene severe, qualsiasi traffico coi Veneti, e voleva per ultimo, non fossero pagati i crediti a loro.

Siffatta violazione del diritto delle genti meritava di venire punita subitamente colle armi; ma doge Pietro, da acuto politico, mirò a conservare la pace massime in riguardo al re d’Italia; e da saggio che egli era, pensò rivalersi per altro modo. Interdisse ogni traffico, ogni comunicazione tra l’Istria e le isole veneziane, sicché ben presto mancò quella provincia di molte cose necessarie, che ritraeva dal commercio coi Veneziani. La qual cosa tornò sì grave a quelle genti, che fu costretto l’altero marchese d’ implorare, umiliato, la riconciliazione. Spedì perciò ambasciatori a Marino Contarmi, patriarca di Grado, pregandolo volesse interporsi per ottenergli la pace. Ed egli la conchiudeva infatti, solennemente segnandosi un atto, in Rialto, ove si recava lo stesso Wintkero, accompagnato da due vescovi e dai primati delle città istriane: dal quale atto risulta la umiliazione ben meritata a cui si sottopose volonteroso il marchese, e la grande potenza sì manifesta, a cui era salita fin d’allora la veneziana Repubblica.

Non poté, doge Pietro, però usare della stessa politica verso quei di Comacchio. Sottrattisi essi, ignorandosi il modo, dalla soggezione dei Veneziani, a cui erano stati ridotti ducando Giovanni II Partecipazio, e risorti alcun poco in guisa da poter raccogliere genti e fabbricare navigli, si erano dati a corseggiare, predando le navi, e provocando in cotale maniera un’altra volta la Repubblica. La quale, a prova di moderazione, chiedeva loro fossero restituiti i legni e le merci predate. Ma, non essendo stata accolta l’inchiesta, venne spedita subitamente contro di loro una squadra di navigli leggeri, la quale, desolati da prima i luoghi circostanti, attaccò poscia la città, che dovette arrendersi in breve, assoggettandosi ancora al dominio della Repubblica.

Nota il Sagornino, che nell’834 Candiano inviava ambasciatore a Costantinopoli, suo figlio Pietro, affine di riconfermare il buono accordo ed i trattati di commercio con l’augusto Costantino Porfirogenito; dal quale, oltre che conseguire i consueti privilegi, ottenne il titolo di Protospatario.

Cinque anni poscia trascorsero fino alla morte del doge senza che la storia registri alcuna altra cosa degna di nota, e solo viene da parecchi cronacisti e storici attribuito a questi tempi il ratto delle spose veneziane, mentre altri lo fissano quando prima e quando dopo, senza però addurne la causa. Siccome però la più parte degli scrittori convengono nell’affermarlo accaduto intorno a questi anni, e che il p. Ireneo Della Croce, nella sua Storia di Trieste (vol. II, pag. 222), dimostrò, non potersi assegnare che a questa stagione; così seguimmo cotesta sentenza; non convenendo in modo alcuno nell’opinione di uno storico recente, i! quale, perché di tale ratto non è memoria nel Sagornino, nell’ Altinate e nel Da Canale, vorrebbe revocarlo in dubbio ; quando abbiamo e cronacisti e storici di molto peso, e la stessa instituzione e il rito della festa, che attestano della veracità del fatto; dimenticato o trascurato dagli antichi cronacisti, siccome dimenticarono e trascurarono tanti altri fatti di maggiore importanza.

Ed ecco come si narra accaduto il ratto in questione. Avevano gli antichi Veneziani costume di celebrare la maggior parte de loro maritaggi nell’ ultimo giorno di gennaio, festa della traslazione delle sacre ossa dell’Evangelista patrono. Si portavano quindi le spose nella cattedrale di Olivolo, ed ognuna recava seco una cassettina, appellata arcella, contenente la dote. Dicono alcuni che dodici sole fossero le spose, e queste povere, provvedute dal comune; e ciò sembra verosimile; poiché a qual fine ostentare la dote se di loro ragione, quando in vece, procurata dalla pubblica carità, era bello lo esporla alla vista di tutti, se altro non fosse per eccitare la misericordia del popolo ad assistere le donzelle bisognose. E’ questo costume di dotare le poverelle che andavano a marito, lo vediamo perpetuamente seguito in Venezia dai sodalizi, dalle consorterie delle arti, e dai ricchi pietosi, che frequentemente legarono in morte oro e terreni all’ oggetto medesimo. Gli sposi anche convenivano nella cattedrale, ove dal vescovo si benedivano e si univano le coppie alla presenza di tutto il popolo. Non era ignota ai Triestini, o, come altri vogliono, ai corsari Narentani, cerimonia siffatta; per cui, spinti dalla cupidigia del ricco e quasi sicuro bottino, audacemente s’introdussero nella capitale, e nell’alta notte si appiattarono retro le ortaglie ed i folti oliveti, di cui era cinta, a quei tempi, l’isola d’Olivolo. Giunto quindi l’istante in cui le donzelle, entrate cogli sposi nel tempio, attendevano alla pia cerimonia, sbucati all’ improvviso fuori delle barche loro quei ladroni, penetrarono, colle armi in pugno, nel sacro recinto, ferendo e uccidendo chiunque faceva lor resistenza, e ne rapirono spose, uomini ed averi, il tutto recando ai lor navicelli, ed a voga arrancata spingendoli fuori delle lagune, presero terra ai lidi di Caorle, nel luogo che poi, per cotal fatto, assunse il nome di Porto delle donzelle. Sennonché, subitamente adunarono i Veneziani uomini ed armi, e saliti su quante barche bastavano all’uopo, volarono a prender vendetta  dell’atroce misfatto; e sì la ottennero, che, trovati quei ladroni nel porto accennato nel punto che fra lor si dividevano il male acquistato bottino, li assalirono improvvisamente, li sgominarono, li uccisero, diedero alle fiamme il loro navile, il ricuperare il perduto, fu l’opera di breve ora.

Ritornarono quindi i vincitori giulivi alla patria, ed a perpetuo ricordo del conseguito trionfo statuirono un’annua festa, la quale fu da principio semplice, poi divenne più sempre magnifica e dispendiosa; sicché fu duopo porvi modo in vari tempi con parecchi decreti; fino a che, nel 1371, a cagione della dispendiosissima guerra combattutasi contro i Genovesi a Chioggia, venne abolita, non rimanendo, a commemorazione di essa, che la visita annuale del doge alla chiesa di santa Maria Formosa il dì della Purificazione.

Il doge Pietro II Candiano passava poi alla seconda vita nel 939, desiderato dal suo popolo, onorato e temuto dagli stranieri. Il ritratto di esso ostenta nella destra mano un papiro, su cui si legge:

COMACLVN EXPVGNAVI : IVSTINOPOLIM CENSVARIAM FECI. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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