Orso II Partecipazio. Doge XVIII. Anni 912-932

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Orso II Partecipazi. Doge XVIII. Anni 912-932

Al defunto Pietro Tribuno si diede a successore Orso II Partecipazio, che da taluni è distinto per terzo di cotal nome, volendo secondo quell’Orso già compagno nella ducea di Giovanni II suo fratello, quantunque non tenne mai solo il governo.

È dipinto il nostro Orso da tutti gli storici siccome uomo di carattere dolce e pacifico, di cuore profondamente religioso e benefico: e di vero, la sua vita offre amplissima testimonianza della rettitudine di cosiffatto giudizio.

Suo primo pensiero fu di riconfermare l’antica concordia fra la Repubblica e l’impero orientale; e per ciò fare spediva agli augusti Alessandro e Costantino Porfirogenito, suo figlio Pietro, che fu accolto con molto onore, di preziosi doni arricchito e decorato del titolo di Protospatario. Sennonché, nel ritorno che ei faceva alla patria, passando per le terre dalmate, da un di quei principi, di nome Michele, venne fatto arrestare, e, spogliatolo di ogni avere, lo rimise cattivo in mano di Simeone re dei Bulgari; del quale ultimo atto se ne ignora dagli storici positivamente il motivo.

Appena Orso seppe la cattività del figliuolo, inviava, a quel re, Domenico, arcidiacono di Malamocco, il quale poté riscattarlo mediante lo esborso di molto oro. Il servigio prestato da Domenico al doge gli valse ad ottenere la sede vacante di quella sua isola. L’amore poi della pace operò, che Orso non si curasse di prender vendetta sopra il barbaro, che gli aveva procurato sì grave dolore.

Ed appunto per mantenere durevolmente in pace il suo popolo, d’ in mezzo al continuo rumoreggiare delle armi in Italia, inviava, Orso, a Pavia appo Rodolfo, allora assunto al trono italico, l’accennato Domenico, vescovo di Malamocco, e Stefano Caloprino, affine di rinnovar seco lui gli antichi trattati; il che ottenevano essi con maggiori larghezze: fra cui si distingue confermata alla Repubblica la licenza di battere moneta propria, che aver doveva corso puranco nel regno italico. E poiché due anni appresso, cioé nel 927, per nuovi rivolgimenti di casi, a Rodolfo successe Ugo conte di rovenza, spediva a lui pure, il doge, per l’oggetto medesimo il Caloprino ora detti, e Giovanni Flabanico, conseguendo la stessa conferma.

Finalmente, dopo di avere riconosciuti i privilegi degli abitanti di Chioggia, che venivano, per mala intelligenza, contrastati, e fattili confermare, a maggior validità, dai comizi, gravato dagli anni, né più parendogli esser capace a ben governare lo Stato, dopo venti anni di pacifico e saggio reggimento, mosso dallo amor della patria e dal desiderio di compiere i tardi suoi giorni in seno alla religione, di cui sempre era stato devoto, si spogliò delle insegne ducali per vestir la cocolla nell’insigne monastero di santo Felice nell’isola di Ammiana, ove poco dopo moriva in odore di santità; raro esempio dei principi giusti, benefici, religiosi, prudenti.

È perciò espressa la di lui immagine in atto di leggere un libro devoto: ed il cartello che si svolge dalla destra, e gira retro il capo, reca il motto seguente:

QVOAD DECVIT IVSTITIAM, ET PACEM COLVI :
TANDEM CONCEPTO VOTO, IN MONASTERIO SANCTI FELICIS, DIEM CLAVSI. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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