Pietro Tribuno. Doge XVII. Anni 888-912

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Pietro Tribuno. Doge XVII. Anni 888-912

Alle calde rimostranze del vecchio ed infermo Giovanni Partecipazio, non senza il consiglio di lui, i comizi elessero a doge Pietro Tribuno.

E qui la storia alcun poco si annebbia, per la esistenza d’un privilegio conceduto ai Chioggiotti da un doge Domenico Tribuno, datato nell’ Iscrizione VIII, nel mese di aprile, imperando Costantino: privilegio che venne riconosciuto poi e confermato da tre dogi successivi. Questo Domenico fu padre di doge Pietro, ne è a dire quali e quante argomentazioni si fecero per provare esservi nel privilegio accennato, quando errore di nome nell’Augusto, quando in quello del doge, e quando nell’ epoca. Si credé anche, con nuove supposizioni, vera la esistenza del doge Domenico, ed in ultima analisi, come accade in tutte le questioni che non hanno per appoggio i fatti o la critica, rimase la controversia indecisa. Il più sano partito ci sembra però quello di ritenere accaduto uno sbaglio di copia, sia in uno che in un altro luogo, e forse nel nome del doge. Imperocché non è dato supporre, come supposero alcuni scrittori, fra cui il Sansovino, che dimenticato si sia dalla storia e dalla memoria degli uomini doge Domenico, sicché s’intralasciasse persino inserire la di lui immagine fra quelle dei dogi che si vedono nella sala del Consiglio Maggiore; qualora si pensi che due volte si espresse quella del doge Giovanni II Participazio, perché in due epoche diverse sedé sul trono, siccome vedemmo; e del pari si volle effigiata l’altra immagine di Domenico Orseolo, che usurpò, nel 1032, per un giorno solo la ducale dignità. Ma di ciò basti.

Pietro Tribuno, non appena assunto al principato, curò di ottenere la conferma dei precedenti trattati da Guido, il quale, in mezzo ai commovimenti generali d’Italia, pervenuto era, appunto allora, a cingersi dell’imperiale diadema. Perciò gli inviava a Pavia un’ambasciata solenne, conseguendo la chiesta conferma: nella quale venia dichiarato che i Veneziani, anche nelle città dell’impero, dipenderebbero soltanto dal loro doge.

Ma se per questa conferma aveva Pietro Tribuno procurata la pace e la sicurezza dei commerci al suo popolo, le sempre rinnovai) tisi discordie d’Italia, mosse da Berengario, da Lamberto e da Arnolfo, per lo possedimento di questa bella e mai sempre infelice contrada, e più per lo calare degli Ungheri, chiamati dall’ultimo, si videro i Veneziani costretti a munire poderosamente i confini del loro Stato e delle isole tutte. Anzi, per porre al coperto d’ogni sorpresa nemica la città stessa di Rivoalto, popolatasi vieppiù allora per tale cagione, doge Pietro costruir fece una forte muraglia, che si estendeva dal castello d’Olivolo e, procedendo per l’odierna riva degli Schiavoni, giungeva sino alla chiesa di santa Maria Jubanico, o Zobenigo, ove una grave catena si tendeva, che attraversava il canal grande, e che assicurata era presso alla chiesa od abbazia di San Gregorio. Oltre a ciò cingeva di mura il palazzo ducale, la basilica e la piazza di San Marco; mura durate fino ai tempi di Sebastiano Ziani, siccome dicemmo nella storia della fabbrica del palazzo stesso ; ed aveva il tutto disposto perché si levassero, all’ occorrenza, i pali che servivano di guida attraverso la laguna; nel mentre che colar faceva barche in parecchi canali, affondar sassi, collocare grosse navi alla imboccatura dei porti, siccome operato erasi al tempo di doge Pietro Tradonico contro gli Slavi.

Infrattanto che i nostri si preparavano alle difese, gli Ungheri, penetrati nel Friuli e dilatatisi sino a Treviso, pervenuti erano a superare le isole di Fine, Eraelea, Equilio, e darle alle fiamme, accampandosi a Mestre. Poi, da colà movendosi, ed impiegando in tali scorrerie il corso di un anno, si approssimavano a Lissa-Fusina e a Santo Ilario, passando quindi ad occupare Capodargine, Loredo, Brondolo e le due Chioggie, stendendosi fino al porto di Albiola. E qui, unite quante più barche poterono raccogliere dai fiumi e luoghi già conquistati, disegnavano con queste superare il porto ora detto, e attraversare l’intera laguna da Malamocco a Rialto. Sennonché ivi li attendeva la numerosa flottiglia, che la previdenza del doge aveva armata, e della quale aveva egli stesso assunto il comando; a cui mal poteva quella degli Ungheri porsi a fronte, e perché composta di barche conteste di vimini e cuoio, e raccolte, come dicemmo, lungo i fiumi da lor valicati, e quindi non atte a forte e lunga battaglia. Tuttavia ferocissima fu dessa; imperocché da un lato accendevano gli animi la cupidità del ricco bottino, l’innata ferocia, la baldanza delle ottenute vittorie; e dall’altro, la carità della patria, l’amore dei parenti, e più d’ogni altro affetto, pensiamo, quello della religione, minacciata da coloro che disconoscevano Cristo e la sua fede divina; sicché non è a dire quali e quante fossero le stragi, quale il lutto che si preparava dalla sorda morte. Il doge animoso volava, col suo navicello, di schiera in schiera, eccitando e confortando i suoi nella terribile pugna; ora ricordando loro essere quello il luogo stesso ove altra volta trionfato avevano contro Pipino; ora invitandoli a volgersi a Dio, siccome dispensator di vittoria; ora, in fine, pregandoli di guardare alle dolci spose, ai cari nati, e alle domestiche mura, erette colle loro mani medesime. Tutti questi eccitamenti e più l’ira naturale a cui è soggetto l’uomo, allorquando si vede offeso ingiustamente, barbaramente nella parte più delicata dei suoi affetti, e degli interessi suoi propri, operarono sì, che i Veneziani divenissero tanti leoni, eroicamente pugnando, e alla fine vittoriando in guisa che la strage dei barbari fu piena ed integra, dalla quale poterono ben pochi salvarsi con precipitevole fuga; né quindi più mai arrischiarsi di tentare l’ingresso nelle venete lagune, quantunque tratto ricomparissero violentemente a saccheggiare or l’una or l’altra parte d’Italia. Tanta vittoria meritò al doge, che Leone il Filosofo, imperatore d’Oriente, lo decorasse del titolo di Protospatario, e che Berengario, re d’Italia, seco lui si congratulasse, lodandolo siccome conservatore della pubblica libertà ed espulsore dei barbari.

L’Italia infatti era allora campo di luttuosissime pugne, e cogli uomini congiurava ai suoi danni eziandio la natura: sicché freddo intensissimo, dirotte piogge, straripamento continuo di fiumi, inducevano carestia, miseria e fame. Sole le isole godevano la pace; ed il commercio e la navigazione procuravano ricchezza ed abbondanza. E merito era questo di doge Pietro, il quale, per un dissidio religioso, più privato che pubblico, sorto allorché si doveva eleggere un nuovo vescovo alla cattedra di Olivolo, fu da alcuni cronacisti giudicato assai severamente, o, a meglio dire, ingiustamente, ed asserito, contro il vero, che fosse ucciso dal popolo: mentre, siccome testimoniano, fra gli altri, il Sagornino ed il Sanudo, fu uomo pacifico, savio e benigno, e la sua morte naturale, accaduta nel 912, fu dal popolo tutto compianta; ottenendo onorata sepoltura nella chiesa di santo Zaccaria.

Il ritratto di questo doge, reca nella sinistra mano un papiro su cui è scritto:

AB INGENTIBUS VNDIQVE BELLIS, PATRIAM INGENTI CLASSE TVTATVS SVM. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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