Famiglia Tiepolo

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Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, 6776 (Castello) - Stemma Tiepolo

Famiglia Tiepolo

Tiepolo Deriva la casa Tiepolo dalla genti; romana Villia de Tapis, o Tapuli, consolare, secondo argomenta il co. Jacopo Zaharella nel suo Trasea Peto, dove fa menzione di Tito Villio senatore romano, padre di Lucio Villio Tapio, che fu pretore della Sicilia, l’anno di Roma 555, e di Publio Villio Tapio, già edile, pretore e poi console. Alcuni di questa famiglia, da Roma passarono con le colonie in Rimini, e vi fiorirono in guisa che ottennero di quella città il principato. Né in Rimini soltanto, ma in Atene anche vissero nobilmente i progenitori della casa Tiepolo, siccome aggiungono altri scrittori accennati dai Cappellari. Per le molteplici incursioni poi dei barbari in Italia, i Villii Tapuli, lasciata Rimini, si ricoverarono nelle isole della Venezia, e vi fermarono stanza; e nei primordi del loro giungere si appellarono Tepuli, e poscia corrottamente Tiepoli. Il Frescot, nei suoi Pregi della nobilità veneta, e Pier Antonio Motti, nel suo Mavors, del pari attribuiscono a questa famiglia origine romana; ed il Malfatti, e con esso lui tutti i veneti cronacisti la dicono giunta da Rimini nelle venete isole. Quindi si annovera fra le dodici antiche case chiamate apostoliche, le quali costituirono primamente il corpo della nobiltà patrizia, e i di lei membri sostennero più volte il tribunato, e votarono nella elezione del primo doge. Signoreggiarono i Tiepoli l’isola di Veglia con altri luoghi della Dalmazia, ed anche ebbero il possesso delle due altre isole Scopulo e Schiato nell’Arcipelago, dalla prima delle quali derivò il soprannome di Scopolo che ebbe il nostro doge, giusta la testimonianza di Andrea Dandolo, nella sua Cronaca, e di Lorenzo Pignatoria, nelle sue Notizie istoriche alla Gerusalemme del Tasso soprannome che pur conservava Boemondo, o Bajamonte Tiepolo, come accenna Giovanni Villani, nel libro IX delle sue Storie, appunto perché aveva egli il possedimento delle due isole dette, le quali gli furono confiscate in occasione della congiura da lui tramata coi Querini, siccome narra Andrea Navagero, intorno a cui si veda l’opera del cav. Cicogna: Le Inscrizioni Veneziane. Eresse questa casa, e restaurò parecchie venete chiese, tra le quali quella di San Pietro di Castello e di San Benedetto; ed in molte altre poi si vedono monumenti e memorie cospicue della sua pietà e magnificenza.

Innalzavano anticamente per arme i Tiepoli un castello con due torri di argento in campo azzurro, che mutarono poi per pubblico decreto del dicembre 1310, in occasione della congiura sopraddetta, in un corno di bufalo d’argento in campo azzurro; corno che il Frescot ed altri scrittori appellano striscia d’argento ravvolta in forma di corno ducale. Quindi sotto il ritratto del nostro doge, come sotto quello di Lorenzo suo figlio, e sull’urna che serra le ossa d’entrambi, per testimonianza del cronacista creduto Daniel Barbaro, fu mutato nel nuovo l’antico scudo a quel tempo, ed il segno di tal cambiamento si scorge tuttavia nell’urna ora detta, cosa rilevata prima di noi dall’illustre Cicogna. Altri quattro scudi diversi reca il Coronelli, nel suo Blasone, inquartati o divisi in vario modo, ma però non usati comunemente dai Tiepoli. Il Litta poi, nella sua opera: Le Famiglie illustri d’Italia, uno scudo offerse dei Tiepoli, che non fu mai proprio di loro, vale a dire, diviso in due parti, nella superiore delle quali è un corno ducale in campo celeste, e nella inferiore un castello d’argento con due torri di forma diversa dall’antica, in campo azzurro.

Il doge Jacopo Tiepolo, ebbe a padre Lorenzo, e nel 1205 fu uno degli elettori del doge Pietro Ziani, e quindi duca di Candia, il primo che con tale titolo governasse quell’isola. Sollevatisi quei popoli, ed assalito nel proprio palazzo, corse rischio di perder la vita, in guisa che per salvarsi fu costretto indossare vesti femminee, e per una fune calarsi dalle mura, correndo a rinchiudersi nella fortezza di Temene. Gli aiuti speditigli dalla Repubblica lo posero in grado di riprender l’offensiva, ed, ottenute due vittorie, riprese Candia. Dopo di ciò ritornava in patria, e veniva surrogato da Paolo Quirini. Indi fu podestà di Costantinopoli e capitano dell’armata che passò in Terra santa, almeno da quanto dice il Cappellari. Nel 1224 fu podestà di Treviso, e in tale grado lo vediamo firmare la pace fra i Trevigiani ed il patriarca d’Aquileia. Tornava a Costantinopoli siccome podestà, e nel 1224 colà si ritrovava nel momento in cui vi dimorava Pietro di Courtenay. Nel 1227 fu nuovamente eletto podestà di Treviso, e come tale giurò, in un congresso tenutosi in Verona, la rinnovazione della Lega Lombarda. Era tuttavia in quella carica nel 1229, quando fu eletto doge. Fu il Tiepolo sapiente giureconsulto, prode nell’armi, sagace nei consigli e profondamente religioso. Ebbe due mogli: la prima morta nel 1240; la seconda Valdrada della casa dei Normanni, figlia di Tancredi, re di Sicilia; ma, secondo alcuni, menò a moglie, prima una sorella di Marco Storlado, poi una figlia di un principe di Dalmazia. Da queste mogli ebbe quattro figliuoli ed una figlia: il primo, Pietro, conte d’Ossaro e cavaliere, già podestà di Treviso, nel 1236; poi di Milano, nel 1237, e che superiormente vedemmo tratto a morte per ordine dell’imperatore Federico II; il secondo, Lorenzo, poi doge dopo Rinieri Zeno; il terzo, Andrea, eletto, nel 1239, capitano della flotta spedita in aiuto dei Genovesi in Puglia ed al ricupero di Pola e di Zara; il quarto, Giovanni, capitano nel 1236 della flotta spedita in favore di papa Gregorio IX e contro Federico II, fu conte di Ossaro e di Ragusi, e sostenne altre cospicue cariche e podestarie. La figlia, da ultimo, ebbe nome Marina, ed impalmò Bartolomeo Gradenigo.

Il Sanudo e parecchi altri cronacisti segnano, al dì 2 maggio 1249, la rinunzia al ducato di doge Tiepolo. Il Romanin la suppone accaduta il di 20 del mese stesso, perché dice parergli altrimenti troppa la distanza di tempo corsa fra essa rinunzia e la elezione del nuovo doge Marin Morosini, avvenuta il dì 13 del giugno susseguente. Ma considerare doveva, che fra la rinunzia dell’uno e in esaltazione dell’altro doge, non passò che soli quarantadue giorni, spesi nello stabilire la nuova forma di elezione da seguirsi, come diremo, nel rivedere e correggere la Promissione ducale, e nel sindacare la condotta del doge cessato, per darne lode o biasimo; ufficio codesto, che per la prima volta doveva compiersi dalli tre Inquisitori instituiti ducando il Tiepolo stesso. Il Litta poi, non sappiamo su qual fondamento, dice che la rinunzio ebbe luogo il dì 7 giugno, e che la morte del Tiepolo accadde il giorno 19 del luglio susseguente; cosa quest’ultimo contraddetta dalla inscrizione sepolcrale.

Il doge Lorenzo Tiepolo, figlio del doge Jacopo, fu eletto, nel 1236, capitano generale dell’armata contro i Genovesi, coi quali combatté vittoriosamente ad Acri, facendo altre imprese segnalate, siccome è detto a suo luogo. Fu signore di Veglia nella Dalmazia, e nel 1264 era podestà di Treviso, e l’anno appresso di Padova. Essendo nella stessa qualità a Fano, nel 1267, veniva innalzato al grado supremo della sua patria, sicché il Senato mandò ivi a levarlo dieci oratori con quattro galee. Ebbe due mogli, la prima Agnese Ghisi; la seconda Marchesina, figlia di Boemondo di Brienne, re di Rascia o Servio. Abitava nella contrada di Santo Agostino, giusta il cronacista Martino da Canale. Ebbe due figli. Il primo, Pietro, che, nel 1275, era conte di Ragusi, e fu ammogliato dal padre con ricca e nobile donna vicentina. Il secondo, Jacopo, chiaro per imprese guerriere, ed oratore a vari principi e sì caro al popolo per le sue virtù, che morto il doge Giovanni Dandolo venne acclamato principe egli stesso. Sennonché, vero repubblicano, sapendo non essere questa la via regolare per salire a si alto grado, celatamente fuggì e si nascose nella sua villa di Marocco, dove in abito sconosciuto tanto si trattenne, finché venne eletto legittimamente Pietro Gradenigo. Impalmò una figliuola di Stefano conte di Traù e balio di Dalmazia e di Croazia, la quale gli portò in dote molte terre e castella nella Schiavonia. Per la qual cosa, volendo la Repubblica impedire queste illustri parentele nella famiglia del doge, morto Lorenzo suo padre, nella promissione ducale proibì ai figliuoli del principe questi illustri maritaggi. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Rio Terà del Bagatin, 5567A (Cannaregio) – Calle del Forno, 5955 (Cannaregio) – Calle dei Vedei, 1042 (Cannaregio) – Calle del Paradiso, 711 (San Polo) – Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, 6776 (Castello) – Calle del Paradiso, 707 (San Polo).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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