Isola di Santa Chiara

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L'Isola di Santa Chiara dalla Fondamenta della Croce. Francesco Guardi (Venezia 1712-1793)

Isola di Santa Chiara. Chiesa di Santa Chiara e Monastero di Monache Francescane. Chiesa demolita, monastero secolarizzato

Storia dell’isola, della chiesa e del monastero

Dai documenti, che tuttavia al giorno d’oggi si conservano illesi nell’Archivio del Monastero di Santa Chiara di Venezia, chiaro appare chi abbia avuto il merito della fondazione. Nell’anno 1236.

Giovanni Badoaro unitamente a Maria e Lavinia sue cugine, figlie di Pietro Badoaro, diedero in libero dono, per fondar un Monastero di Monache dell’Ordine di San Damiano (così si chiamavano allora le Suore Francescane) un ampio spazio di terreno paludoso nella Parrocchia di Santa Croce, a Costanza destinata prima priora del suddetto monastero, che poi nell’anno seguente per decreto del doge Giacomo Tiepolo ne fu posta in possesso. Se per piantar nel nuovo monastero la serafica religione si portasse a Venezia la beata Agnese sorella di Santa Chiara, e ne costituisse prima abbadessa Auria discepola della medesima Santa Chiara come asseriscono il Gonzaga, ed il Wadingo, nessun documento ce lo assicura; solamente da un informe principio di Cronichetta conservata nel monastero si rileva, che un’Auria ne fu la prima abbadessa, e che Costanza fondatrice del luogo nata dalla famiglia Calba avesse due figlie Maria e Gabriela monache in San Marco dell’isola di Ammiano, le quali si fecero seguaci della madre nel serafico istituto.

Il primo titolo, di cui fu decorata la chiesa, fu di Santa Maria Madre del Signore, e così si legge chiamata e nel decreto del doge Giacomo Tiepolo, e in molti pontifici diplomi di quei primi tempi; finché con lo scorrere degli anni in venerazione della santa fondatrice della religione, che ivi si professava, andò a poco a poco col monastero acquistando il di lei nome anche la chiesa detta ora comunemente di Santa Chiara. Non per né di Santa Chiara, né di San Francesco si denominarono in quei principi le monache; ma dell’Ordine di San Damiano, dal primo monastero di monache francescane, che presso Assisi fondò Santa Chiara, allorché dal serafico istitutore dei minori ricevette l’abito religioso. Così le nomina Gregorio IX, tanto nell’anno 1238, in cui commise con apostoliche lettere al vescovo di Castello di dover difendere il monastero di Santa Maria Madre di Cristo di Venezia da qualunque ingiusta molestia, con cui fosse offeso nelle sue possessioni e beni, quanto nell’anno 1241, allorché con altro pontificio diploma concesse loro, che nella direzione spirituale, e nell’amministrazione dei sacramenti fossero assistite da un religioso del loro Ordine dei Minori.

Quale poi fosse la regola, che almeno fino al 1247, professarono le monache, apertamente si rileva da altra apostolica bolla, con la quale nel giorno 28 di maggio del citato anno papa Innocenzo IV, riceve sotto la protezione sua, e di San Pietro l’abbadessa, e suore di Santa Maria di Girada (così dette dal luogo, che dal girar del canale dai Veneti si dice di Zira) stabilendo in prima luogo, che l’ordine monastico, il quale secondo Dio, e la regola del beato Benedetto, e l’istituzione delle monache rinchiuse di San Damiano d’Assisi, ivi erasi istituito, nei perpetui tempi dovesse inviolabilmente osservarsi.  Confermò poi nello stesso diploma il pontefice l’esenzioni tutte, che al nascente Monastero di Santa Maria Madre di Gesù Cristo concesse aveva nel 1236 Pietro Pino vescovo di Castello, esentandole col consenso dei suoi canonici da qualunque giurisdizione del vescovado col solo censo stabilito di una libbra di cera da presentarsi al vescovo nella solennità di San Pietro. Un’altra libbra pure di cera volle il pontefice che annualmente dovessero offrire ai successori di San Pietro in riconoscenza della libertà loro confermata dall’autorità dell’apostolica sede. Con altri diplomi in diverso tempo emanati dimostrò lo stesso pontefice la sua paterna protezione a questo monastero esimendolo negli anni 1255 e 1257 dal peso di alcuni ecclesiastici aggravi, e comandando nel 1260 a Tommaso Franco vescovo di Castello che dovesse assisterle nella difesa contro ingiusti litigi loro intentati: il che pure allo stesso vescovo commise Alessandro IV con apostoliche lettere scrittegli nell’anno 1262.

Dopo ciò papa Giovanni XX, dimorando in Viterbo nell’anno 1277, stese e indirizzò all’abbadessa e al Convento del Monastero di Santa Maria Madre di Cristo di Venezia dell’Ordine di Santa Chiara (cessata già la denominazione dell’Ordine di San Damiano ) una bolla, con cui loro permise che ritenere potessero qualunque bene sì mobile come immobile (eccettuati però i feudali) che in loro potestà divenire potesse per donazione, o successione di quelle donne, che lasciando il secolo, si chiudessero nel loro monastero per professarvi l’istituto serafico. Molte altre bolle emanarono poi dai pontefici successori per difesa e decoro di questo monastero; ma pose per inavvertenza in luogo troppo umido perirono tutte a riserva di un diploma dell’anno 1283,  col quale Martino IV  rimise a Giovanni vescovo di Padova, ed ai di lui colleghi l’appellazione di una sentenza di Prosavio vescovo di Treviso pronunziata a favore di due monasteri di monache; cioè di San Paolo di Treviso Domenicane, e di Santa Maria di Venezia dell’Ordine di Santa Chiara contra la religione militare dei Templari di San Tommaso di Treviso. Morto poi poco dopo il buon vescovo di Padova, fu da Bernardo Grisopulo, eletto da ambe le parti contendenti giudice arbitro, confermata nell’anno 1283, la sentenza del vescovo Prosavio, ed i beni litigiosi furono partiti fra i due monasteri di San Paolo di Treviso, e di Santa Maria di Venezia.

Protette dunque da Dio, e dall’autorità della sede apostolica perseverarono per lungo tratto di anni in un fervoroso servigio di Dio le monache, finché a poco a poco raffreddatesi cominciarono a decadere dall’esemplare loro contegno; onde convenne chiamar al loro rimedio la provvidenza del supremo pastore della Chiesa. Ne esegui la riforma il zelantissimo patriarca Antonio Contarini, e diviso il monastero in due parti, rinchiuse in una di esse le antiche monache, dette Conventuali, lasciandole all’antica direzione dei Minori pure Conventuali; e nell’altra pose Monache Osservanti tratte dai Monasteri di Santa Croce di Venezia, e del Santo Sepolcro, assegnando loro per abbadessa Domitilla Badoera esemplare monaca di Santa Croce. Attese questa con ogni studio a far rifiorire l’antica osservanza, ed aggregò alla religione due altrettanto virtuose quanto nobili vergini, Gabriela, e Serafina Moline; dopo di che ansiosa di godere l’antica sua pace si ritirò nel suo monastero di Santa Croce seguitata da tutte le altre, che di esso erano prima state costrette d’uscire.

Intraprese la custodia più tosto che il governo del monastero la sopra lodata Gabriela Molino, finché dall’esemplarissimo Monastero di Santa Maria dei Miracoli furono condotte a Santa Chiara tre monache, Francesca, e Maddalena della famiglia Gabrieli, e Cecilia d’ignoto cognome, acciocché sotto la cura dei Minori Osservanti riducessero a perfezione l’intrapresa riforma. Fra queste fu eletta abbadessa Francesca Molino; ridotto però essendo al giro di un triennio il peso del superiorato, che fra le conventuali soleva esser perpetuo.

Ricorsero frattanto le monache Conventuali all’autorità del sommo pontefice Clemente VII, e sotto artificioso pretesto di voler abbracciare la riforma, richiesero di esser soggettate alla giurisdizione patriarcale a condizione però, che loro fosse assegnato dall’Ordine dei Minori Conventuali un sacerdote per l’amministrazione dei sacramenti. Assentì il pontefice alla speciosa domanda, e con breve emanato nel giorno 3 di maggio 1529, accordò loro ciò, che chiedevano; ma avvertito poi dall’ambasciatore veneto, che le artificiose richieste delle monache Conventuali rendevano a distruggere quanto aveva santamente operato il patriarca Antonio Contarini, rivocò nel giorno 23 di luglio dello stesso anno il breve concesso, vietando al patriarca Girolamo Quirini di mandarlo ad esecuzione.

Dopo ciò avendo il Pontefice Paolo III, commesso nell’anno 1535, al già nominato patriarca Quirini, ed al primicerio di San Marco Girolamo Contarini il dover proseguire nella lodevole opera della riforma dei monasteri di monache già sì felicemente intrapresa, e proseguita dal patriarca Contarini, eccettuate però volle dall’universale le monache dell’Ordine di Santa Chiara, le quali se conosciute fossero bisognose di correzione, avessero da essere riformare dal ministro provinciale dei Minori Osservanti. Non molto tempo però dopo la promulgazione dell’enunziato decreto continuarono le monache Clarisse sotto l’ubbidienza dei superiori regolari. Poiché avendo per ordine del Consiglio di Dieci rappresentato l’ambasciatore veneto al pontefice, che i più esemplari fra i monasteri di Venezia erano quelli, che tolti dal governo dei Regolari erano diretti sotto l’ubbidienza del patriarca da sacerdoti secolari, opportuna cosa credette il pontefice di aderire ai prudenti suggerimenti, e con positive lettere dirette nel giorno 29 di luglio dell’anno 1546, comandò a Giovanni della Casa arcivescovo di Benevento, e suo legato in Venezia, di sciogliere i Monasteri dell’Ordine di Santa Chiara dalla soggezione ai superiori della religione, e di riceverli sotto il governo e amministrazione sua, e dei legati suoi successori.

Continuarono frattanto ad abitare nel monastero in due diversi corpi di Conventuali ed Osservanti divise le monache, finché nell’anno 1565, quelle che ancor vivevano monache Conventuali si determinarono volontariamente ad abbracciare la riforma, e sotto il governo della pia vergine Gabriela Molino ritornò il monastero senza separazioni ad esser un solo coro di monache Osservanti. Provare poi volle Iddio la virtù delle sue serve con una gravissima sciagura. Poiché nel giorno 4 di gennaio dell’anno 1574, essendo abbadessa Francesca Gabrieli vergine per l’austerità della vita, e per il dono d’orazione sommamente lodevole, un improvviso incendio accesosi nel monastero ne distrusse la maggior parte, e rovinò quasi tutta la chiesa. All’avviso del fuoco accorsero primi di ogni altro al soccorso delle loro religiose sorelle i Minori Osservanti di San Francesco della Vigna preceduti da Giovanni Balbi, allora vicario del convento, e poscia arcivescovo di Corfù, con l’opera ed assistenza dei quali non solo furono consegnate le monache alle loro cose paterne, ma ristrette le fiamme fra i luoghi di già abbruciati restò estinto l’incendio, sicché dopo due giorni poterono restituirsi le monache ad abitare nei luoghi rimasti illesi. Accorse la carità dei fedeli con pie elemosine al riparo della grave disgrazia, e però poterono le monache fra qualche tempo far risorgere dalle sue rovine non solo la chiesa, ma tutta anche quella parte del monastero, che era rimasta distrutta.

Frattanto quantunque papa Paolo III avesse nell’anno 1546, demandata la cura dei monasteri di monache francescane, già dirette da superiori loro regolari, alla cura del legato apostolico, pure perseverarono sotto la direzione dei Minori Osservanti, finché nel giorno 18 di febbraio dell’anno 1594,  il pontefice Clemente VIII, stabilì con amplissimo diploma, che i Monasteri di Santa Chiara, di Santa Croce, del Santo Sepolcro, di Santa Maria Maggiore, e di Santa Maria dei Miracoli, che sino a quel giorno rimasti erano sotto la cura dei Minori Osservanti, dovessero per l’avvenire restare soggetti alla superiorità e giurisdizione del patriarca di Venezia, il quale dai vescovi di Padova, e di Brescia, e dal legato pontificio commissari apostolici fu dichiarato dei suddetti cinque monasteri prelato, e superiore ordinario.

Nell’anno susseguente all’esecuzione del pontificio decreto ebbe il suo compimento la rinnovata chiesa, a cui impartì l’ecclesiastica solenne consacrazione nel giorno 27 di aprile dell’anno 1620, Giovanni Tiepolo Patriarca di Venezia.

Venerabile al sommo è il sacro tesoro di cui è ricca questa chiesa, che si gloria di possedere quell’adorabile chiodo, che trafisse sulla croce i piedi del nostro Redentore. I documenti autentici di sua identità perirono (come attestano le monache) tra le fiamme del soprammenzionato incendio, e solo si conserva una semplice relazione del fortunato acquisto registrata fra le carte del monastero da Suor Maria Felice dalla Vecchia, che ne fu abbadessa nell’anno 1592.

Quale la scrisse la buona monaca, tale convien esibirla, unendovi espressa nella contrapposta tavola la figura del sacro chiodo, e dell’anello lasciato (come si scrive) da San Lodovico Re di Francia.

J E S U S  M A R I A

Io Suor Maria Felice della Vecchia faccio memoria di quello, che io ho sentito dire la verità dalle nostre Madre vecchie del Monasterio del Santissimo chiodo, cioè che San Lodovico Re di Francia il portò lui in persona al Monastero, quel santissimo chiodo era in t’una cassettina di rame rivolto, infasciato con una fascetta cremesina, e d’oro con un stramazzetto di bombasio fatto di cendado cremesin, quale cose dico di haverle viste cogli miei occhi, e questa cassetta era in t’un altra cassetta di legno inferrato con molte stricche di ferro, e questa poi in t’ un’ altra di legno schietto; ma però serata, imbrocata benissimo. 

E venne questo Santo Re al Monastero nostro de Santa Chiara qui a Venezia in habito di pellegrino, battendo alla roda dimandò la R. M. Abbadessa, qual andò, insieme con le Madre Rodiere vide questo Santo Pellegrino, il quale disse alla Madre Abbadessa; vi dò, e consegno questo tramesso sino, ch’io torno, habbiatene gran cura, e custodia con altre amorevole parole. Partitosi il Santo Pellegrino dal Monastero, senza dir il nome suo la R. M. portò quello tramesso, ovver cassella nel suo albergo, qual era a pepian, messe quella cassella in t’ un coffano delle scritture, e dove si teniva le miglior, e maggior cose del Monastero, fu salvata con grandissima custodia fino, che venisse il sopradetto Pellegrino a tuorla, il qual lassò un anello, e disse: se non vede l’iscontro di questo, non date a niuno questo tramesso.

Hor passati già molti anni, non venne mai nessuno, la cosa era quasi dimenticata. Intravenne, che crescendo le acque grandemente, cioè le acque false, venne a inondar el Monasterio, per esser in mezo le acque, come si vede, molto basso il luoco, cioè albergo, donde era la cassella con  il Santissimo Chiodo, onde che l’acqua venne molto alta in quel luoco; ma però lontana più de un bracio dal coffano, dove era la Reliquia, a tal che l’haveva fatto, come un muro attorno il suddetto coffano, oltra che il coffano era alto da terra senza che nessuna cosa il toccasse, ma per virtù divina.

A quelli tempi si teneva in monastero delle fantoline, che si chiamava Zaghette, cioè putte di cinque, sie, e sette anni per zaghette, e quese putte, cioè zaghette vedeva molte volte e i lumi, cioè torzi accesi sopra questo luoco, anco le sentiva gran armonie di angeli sopra il detto luoco, a tal che quelle R. M. si dispose di voler veder quello, ch’era nella suddetta cassetta, e così deliberate, le chiamò il suo Padre Confessor, qual era Padre de i frà Minori, quali Padri governava all’ora il Monastero, e venne dentro col suo compagno apparati con lumi, andò al predetto albergo, che si chiamava l’albergo di Madonna, insieme con la R. M. Abbadessa, e tutte le Monache e cavò fuori la suddetta cassetta, aperse, e nell’aprir si sentì un odor molto soavissimo a tal che tutti resò, come fora di se per stupore, e meraviglia. Et aperta la prima e seconda, e terza cassetta , si trovò dentro il sopranominato Santissimo Chiodo con molti danari, cioè ori francesi, altre Reliquie, con una scrittura, che narrava, come il Re Lodovico gl’haveva portato di sua man quel presente, qual era il Santo Chiodo vero, col qual fu passati li piedi al Nostro Signor Missier Gesù Christo; e si dice che ’l fece di molti miracoli in quei tempi; e de tutto ne era memoria in scrittura;  ma successe un grandissimo incendio, che consumò meza parte del Monastero con gran danno, e ruina, e consumò tutte le memorie, che pi haveva di questo, e di molte altre cose di utile del Monastero, che per essere di notte, non si potè ricuperar: solo esso Santissimo Chiodo con l’anello, altre Reliquie, che son nel Tabernacolo fu scampate per miracolo, perché  il Signor fece terminar il fuoco, ove erano le predette Reliquie col Santissimo Chiodo.” (1)

Chiodo

Visita della chiesa (1733)

Entrando in chiesa nella prima tavola vi sono vari Santi di mano incerta, e sopra la stessa tavola i Santi Francesco e Carlo con le anime del Purgatorio di Pietro Vecchia. Nella palla, che segue vi è il Battesimo di Cristo di Matteo Ingoli. Nella terza tavola di mano del Palma vi è il Padre Eterno con i Santi Francesco, ed Antonio. La tavola dell’altare maggiore con Nostra Signora Annunziata è opera singolare di Antonio Aliense. Vi sono al di sopra di essa tavola due angeli, che incensano la gloria, e sono di mano dello Scaligero. Nella portellina del tabernacolo Cristo sostenuto da un angelo è dell’Aliense. Sopra l’alare maggiore nel primo ordine vi sono quattro quadri tre concernenti alla vita della Beata Vergine, ed il quarto col martirio di San Stefano, opere di Bartolommeo Scaligero. Vi sono poi nel secondo ordine sei quadri di Bernardino Prudenti; nel primo dei quali vi è l’Angelo, che fa sentire a San Francesco l’arcata del violino. Nel secondo quel santo diacono, che soffrì di perdere un occhio per vedere Nostra Signora. Nel terzo gli Apostoli, che portano alla sepoltura la Beata Vergine. Nel quarto vi è rappresentata la Vergine stessa, che dà la sua veste ad un Santo vescovo per andare contro dei Normandi. Nel quinto si vede la battaglia, e rotta dei Normandi. Nel sesto San Girolamo nel Deserto. Sopra la porta per fianco della chiesa vi è una tavola d’altare con la Santissima Trinità, Nostra Signora, molti Santi, ed Angeli di Pietro Malombra. La palla con i Santi Lodovico, Bonaventura, ed Agostino è del Palma delle più fresche, e belle dell’autore, L’Annunziata dalle parti è di Tizianello. Sotto l’organo, nel mezzo la Santissima Trinità e del Petrelli, e dalle parti le Sant’Agata, e Lucia sono di Giovambattista Lorenzetti. (2)

Eventi più recenti

Nel 1805 le monache vennero concentrate nel Monastero della Croce. E nel 1819, demolita la chiesetta, il tutto venne ridotto ad ospedale militare. Il Santo Chiodo venne portato nella chiesa di San Pantaleone, ove si continua a venerarlo (recentemente è stato trafugato).

L’isoletta venne ingrandita e si formò la Marittima. Concentrato l’ospedale militare con quello di Sant’Anna, da diversi anni l’antico chiostro è diventato caserma della Polizia. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) CESARE ZANGIROLAMI. Storia delle chiese dei monasteri delle scuole di Venezia rapinate e distrutte da Napoleone Bonaparte (Arti Grafiche E.Vianelli – Mestre 1962)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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