Chiesa e Monastero dei Monaci Mechitaristi Armeni, nell’Isola di San Lazzaro

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Isola di San Lazzaro degli Armeni - Giacomo Guardi (Venezia 1764-1835

Chiesa e Monastero dei Monaci Mechitaristi Armeni, nell’Isola di San Lazzaro

Storia dell’isola, della chiesa e del monastero.

Allorché nel secolo XII, frequentissimo era o per cagione di devozione, o di commercio l’approdare dei veneti legni alle Scale della Soria (Siria), e il passare dei veneziani alla venerazione dei sacri luoghi della Palestina, incontravano bene spesso quei devoti passeggieri la disgrazia di restare infetti dalla lebbra; male allora assai comune in quelle provincie, e ritornati poi in patria lo comunicavano anche ad alcuni dei loro concittadini.

Al ricovero di quei miserabili, che oppressi da tale schifosa infermità non avevano il modo di curarsi nelle loro case, fu destinata una casa nella Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio, nel luogo che ancora si chiama Corte di San Lazzaro, così denominata, perché in dialetto veneziano suole la lebbra dirsi mal di San Lazzaro, a riguardo che nell’antiche pitture, che rappresentano il santo mendico Lazzaro della parabola evangelica, egli si vede coperto di lebbra.

Angusta però essendo una sola casa all’accoglimento dei molti infermi, Leone Paolini uomo assai pio in un’isola delle venete lagune ricevuta in dono da Umberto abbate di Sant’Ilario, fondò un ospitale, ed una chiesa sotto l’invocazione di San Leone papa, che offri poi nell’anno 1182 in libero dono alla Chiesa Cattedrale di San Pietro di Castello, affinché restasse in di lei perpetua giurisdizione e potestà. Destinò anche un priore per la custodia e direzione del pio luogo, i di cui successori furono poi nei tempi successivi diversamente eletti.

Nell’anno 1264 i conversi, ossia serventi, gli infermi e le inferme dell’ospedale, vacando la carica di priore, chiamarono ad essa fra Vittilino dell’ospedale di Santa Maria dei Crociferi; ma opponendosi a tal elezione, come lesiva di sua autorità, Tommaso Franco vescovo Castellano, rinunziarono nello stesso tempo i poveri a qualunque loro prerogativa, e Vittilino all’ottenuta carica, onde rimasta libera al vescovo la destinazione del priore, scelse egli con consiglio dei suoi canonici, nel giorno 5 di luglio dello stesso anno, il suddetto fra Vittilino, e solennemente l’istituì priore nel possesso del priorato di San Lazzaro, nel di cui nome cambiato si era il primo titolo di San Leone.

Essendo poi succeduto a Vittilino nell’ufficio un altro di nome Pancrazio, per la traslazione di questo ad altra carica, si radunò nel giorno 29 di gennaio dell’anno 1269, il capitolo, ossia Convento dei Frati, e Suore dell’Ospital di San Lazaro (così esprime il documento autentico, in cui nominatamente si leggono notati i poveri e povere dell’ospedale, chiamati frati e suore secondo lo stile di quei tempi) ed elessero concordemente priore il loro confratello Bonalbergo sacerdote, la di cui elezione presentata a Simeone Moro piovano di San Barnaba, e Vicario allora della chiesa Castellana vacante, restò da lui, previo diligente esame, con il consiglio del capitolo Castellano confermata nel giorno 4 del susseguente febbraio.

Quantunque però questa elezione fosse stata fatta di piena libertà del capitolo di San Lazaro, ed il vicario capitolare non ne avesse dato che la sola conferma, contuttociò nei susseguenti tempi i vescovi di Castello nei casi delle vacanze continuarono ad istituirvi i priori, come fece nell’anno 1281 Bartolommeo Quirini di questo nome primo, vescovo di Castello, eleggendo priore Antonio prete della Chiesa di San Bartolommeo; e nell’anno 1329 Angelo Delfino vescovo, il quale istituì priore nel priorato di San Lazaro, Romano prete e sacrestano della chiesa cattedrale castellana.

Col tratto poi del tempo per ragioni e con maniere ora a noi sconosciute, passò la facoltà di eleggere il priore nei governatori dell’ospedale, i quali, come consta da pubblici documenti destinarono priore del pio luogo nell’anno 1479 Giacomo Rinaldi, e poi per la rinunzia fatta nell’anno 1482 dal Rinaldi, gli sostituirono Filippo Cornaro, coll’obbligo di dover loro render esatto conto del suo maneggio. Bisogna credere, che questi mancasse al proprio dovere.

Poiché dopo otto anni d’amministrazione fu scacciato nel giorno 21 di ottobre dell’’anno 1490, per comando dei governatori dal carico, ed in di lui luogo dichiarato priore Girolamo dei Tommasi. Governava allora la chiesa di Venezia il patriarca Maffeo Gerardo, il quale sollecitò di ricuperare le antiche prerogative dei suoi antecessori, subito ebbe notizia di tal elezione nel giorno 26 dello stesso mese, ed anno la dichiarò nulla, e destinò priore nell’ospedale di San Lazaro Secondo Contarini, religioso agostiniano, comandando ad Antonio Saracco arcivescovo di Corinto, e suo vicario generale, che por dovesse l’eletto nel possesso del priorato conferitogli. Qualunque però ne fosse la cagione ora a noi nascosta, continuò, come spicca da documenti, il Tommasi ad esercitare la carica ottenuta dai governatori, i quali nell’anno 1496 gli accrebbero la mercede destinata al sostentamento della di lui famiglia, e poi in gratificazione di sue benemerenze lo confermarono, finchè vivesse, perpetuo priore dell’ospedale. Restò dunque Secondo Contarini con l’infruttuoso titolo di priore, il quale dopo la di lui morte passò per decreto del patriarca Girolamo Quirini in Marco Baldigaro canonico castellano, priore anch’esso solo di nome.

Si andò frattanto talmente minorando il numero dei lebbrosi, che nell’ospedale vi abitavano appena uno o due infermi. Poiché anche i governatori ne avevano pressoché abbandonata la custodia e la cura; onde il magistrato presidente agli ospitali credette vantaggioso alla città mutare il vecchio istituto nel ricovero dei molti poveri, che col giornaliero mendicare erano di aggravio ai cittadini, e di disturbo alle chiese. Esposto il loro pensiero al senato, fu con decreto del giorno 26 di maggio dell’anno 1594 stabilito, che riservato prima ai lebbrosi il loro mantenimento, ciò che sopravanzasse delle rendite assegnar si dovesse in mantenimento dei poveri mendicanti, per il ricovero dei quali si dovesse tosto risarcire le danneggiate fabbriche dell’ospedale.

Quasi però sotto il calore di questo decreto, considerando i governatori, quanto incomoda fosse per la cura dei mendichi la situazione tanto remota dell’isola, a cui malagevole era bene spesso nel rigore dell’inverno l’approdare, onde restavano gli infermi abbandonati dal medico, e dai sussidi opportuni, impetrarono però nell’anno 1595 dalla suprema autorità del Maggior Consiglio di poter trasferire l’ospedale in qualche luogo della città creduto più idoneo a sì pietoso, e salutare istituto.

Abbandonata dunque l’isola, e ridotta alla condizione di semplice ortaglia restò inutile fin all’anno 1716, in cui fu concessa alla congregazione detta di Sant’Antonio abbate dei monaci armeni professori della regola di San Benedetto.

Fondatore di questa piccola congregazione fu Michitar di Pietro, pio e cattolico sacerdote, nato di nobile stirpe in Sebaste città dell’Armenia, il quale con zelo apostolico poté trarre dall’errore dello scisma greco alla professione del dogma cattolico alcuni di quei monaci, che in quelle provincie vivevano nel solitario istituto fondato già dal celebre Sant’Antonio abbate.

Acquistati tali compagni fondò prima nell’Asia minore, indi scacciato da essa per le persecuzioni degli scismatici, trasferì in Costantinopoli una compagnia di monaci, dai quali dichiarato abbate perpetuo prescrisse loro sotto l’invocazione di Sant’Antonio abbate per norma del loro vivere la regola di San Benedetto. Da Costantinopoli si ridussero nell’anno 1703 in Modone città del Regno di Morea, dove per pubblica munificenza della repubblica veneziana dotati di rendite e possessioni vissero servendo a Dio, finchè nella funesta invasione di quel regno fatta dall’armi turche, opportunamente fuggendo si ricoverarono in Venezia.

Quivi fu offerta loro l’Isola di San Lazzaro, come un luogo assai adattato al loro istituto, nel quale potessero in continuato esercizio di studio, e d’orazione disporsi alle missioni d’Armenia, per le quali furono istituiti. Ottenutane dunque la permissione dal senato nel giorno 17 di settembre dell’anno 1716, ricevettero dai governatori dell’Ospitale di San Lazaro dei Mendicanti con discrete condizioni il possesso del luogo, che ben resto con le elemosine della nazione Armena ritrassero dalla sordidezza, e dallo squallore, fondandovi un ben ideato monastero, e riducendo la chiesa pressoché rovinosa a più nobile ed ornata forma con altari di marmo.

Passò poi all’eterna quiete dei giusti l’abbate Michitar nel giorno 17 di aprile dell’anno 1749, e nell’anno susseguente fu sostituito nel di lui carico Stefano Melchiori nativo di Costantinopoli. (1)

Visita dell’isola e della chiesa (1839)

Superate alcune difficoltà di massima, ebbe l’abate Mechitar nel 1717, mediante lieve annuo tributo, l’intero possesso dell’isola di San Lazzaro.

Non disanimato nel suo fervore ed assistito da larghe sovvenzioni dei suoi connazionali, con la direzione dell’architetto Francesco Chesia, prese innanzi a rialzare il convento e la chiesa dalle rovine. Il primo di nulla più consistente che di alcuni camerini, due pozzi ed un giardino, fui diviso in due piani, assegnando il campo di mezzo ai dottori, onde fossero disgiunti dai novizi e dalle scuole; ridusse una sala assai vasta ad uso di refettorio, ed una al di sopra, egualmente grande, la destinò alla libreria. La chiesa antica fu da lui restaurata piantandovi cinque altari e gettando il fondamento del nuovo campanile. Né anche trascurò la coltura del terreno, utile a più riguardi, e soprattutto al divagamento ed al salubre esercizio del corpo.

Dai materiali edifici si volsero le sue cure a tutelare la congregazione contro le calunnie, il che fece in Roma vittoriosamente con la facoltà d’inviare missionari per tutto l’oriente. Passò di poi a stabilire gli ordini, coi quali doveva la congregazione essere diretta, sì per riguardo ai metodi d’istruzione, sì per gli esercizi spirituali e sì per le ricreazioni medesime. Acquistati in fine dei caratteri in Amsterdam poté stampare alcuni libri come quelli che sovra ogni altra cosa stimava atti a sradicare insensibilmente la ignoranza della nazione sua e renderla matura quando che fosse all’acquisto di un saggio incivilimento.

E parve che ogni cosa dovesse essere appieno stabilita innanzi che la provvidenza chiamasse a sé sì zelantissimo fondatore. Lungo fu il lutto della società sua per l’amara perdita; ma, trasfuso in essa lo spirito di tanto maestro, non venne mai meno negli studi e nell’amore all’istituzione dei propri connazionali. Eretta nel convento una stamperia (anno 1789), molti utili libri continuamente da quei monaci s’innoltrarono per tale modo nell’oriente, dei quali eglino stessi sono o gli autori o gli interpreti.

E già dizionari e grammatiche di molte lingue, libri ascetici ed altri utili a più rispetti, videro la luce mercé di quei padri ad abbreviare il dirozzamento dell’Asia che Mechitar meditava in mezzo alle persecuzioni della patria e che incominciava ad avverare soltanto in quest’isola. Scevra di ogni pregiudizio che non cede ai diuturni sviluppi dell’intelletto, o che ritardi i progressi dello scibile umano, la Mechitaristica congregazione tiene dietro ad ogni nuova teoria per rimetterla nella favela armena ai popoli commessi alla sua carità. In tal guisa l’Asia vedrà un giorno sgombrate le vie dell’ignoranza; dalla religione cristiana, paziente, assidua riceverà ancora la vita goduta sotto il cristianesimo, né sarà lieve parte di quest’isola l’opera di sì bella rigenerazione.

Difatti non solo giovani armeni di ogni condizione qui pervengono ad essere educati nel sacerdozio affinché divenuti dottori possano quasi missionari recarsi a Costantinopoli, nella Natolia, nella Georgia, nella Persia, ed anche nelle Indie; ma in quest’ultimi tempi, per legato testamentario del ricchissimo armeno Samuel Murat, venne stabilito in Venezia, sotto la direzione dei Mechitaristi, un collegio per l’educazione degli orfani armeni onde avviati siano nel commercio, nelle arti ed in tutte le positive conoscenze dei nostri giorni.

In Padova un altro collegio si è instituito onde accogliere quei profughi giovanetti che scappati dalle crudeltà dei paesi infedeli possano trovar salvezza e gratuita educazione. Dall’insistenza di tanti mezzi, con che la congregazione dilata il gran piano di Mechitar, chi non conosce quali felici conseguenze possano derivare? Torniamo a ripeterlo: l’Oriente riceverà quindinnanzi un nuovo sviluppo che in parte sarà dovuto alla istituzione Mecchitaristica, ed il vile grano di senape solleverà un’altra volta la forte pianta che ricetta gli abitatori dell’aria.

Frattanto ognuno che si rechi a visitare questo convento in tutto vedrà l’impronta dei nostri tempi: nella moderazione delle istituzioni; nella grazia dei monaci, sciolta da quella severità che è frutto talvolta della solitudine; nell’amor loro allo studio; in quella religione addottrinata in fine che non ha d’uopo di rigidezza per adempiere l’alta missione d’illuminare i propri fratelli. Vedrà p.e il refettorio, soprammodo pulito, aver di fronte all’ingresso gran tela rappresentante la cena del Redentore opera di Pietro Novelli non destituita di molto pregio. Salito alla libreria, vero gioiello, non tanto per la magnificenza degli scaffali quanto per la sceltezza delle opere, troverà il soffitto a fresco in tre comparti dove Francesco Zugno dipingeva Santa Catterina ed i dottori della chiesa armena, scorgendovi non meno antichissima mummia, dono di un armeno ministro del viceré d’Egitto. Rimpetto alla libreria vedrà un gabinetto di vari codici orientali, molti istrumenti di fisica e varie produzioni naturali, finalmente non senza gran piacere entrerà ognuno nell’ala del convento destinata alla tipografia, nella quale risplende, la bellezza e la precisione dei caratteri armeni.

Entrando poi in chiesa, pende a lato del primo altare un gran quadro con la cena di Nostro Signore di Francesco Zugno, del quale è pur la tavola di quel primo altare con Sant’Antonio abate soccorso nella tentazione. Il quadro con Nostra Donna nel cenacolo è di certo Giovanni Emir ottomano venuto alla fede in Roma, e nel susseguente altare Francesco Zugno fece la pala con San Gregorio battezzante le nazioni convertite, e di lui pur sono i due quadri laterali dove in vari comparti sta espresso il martirio dello stesso santo.

I due quadri appoggiati ai pilastri della maggior cappella, l’uno con il patriarca Isacco, e l’altro col santo dottore Mestrop sono di Francesco Maggiotto; ma del nominato Emir è il quadretto nel coro con l’immagine della Vergine, siccome di esso è ugualmente sopra l’altra porta l’Ascensione, e siccome di Maggiotto è la nascita di Maria Vergine nella pala dell’ultimo altare.

Pregevole è la nuova sagrestia, ed oggetti di giusta curiosità potrebbero essere i sacri arredi secondo il rito armeno veramente magnifici. Il campanile finalmente, le cui fondamenta, come si è detto, furono gettate da Mechitar venne a compimento dietro il disegno di uno dei monaci a cui piacque dare alla cima le forme orientali. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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