Festa per la Madonna della Salute

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Francesco Lazzaro Guardi. Il Doge alla Basilica della Salute. Musée du Louvre

Festa per la Madonna della Salute

Seguita nel 1627 l’estinzione per la linea mascolina dei Duchi di Mantova, alcuni tra i più gran principi d’Europa rivolsero su quello Stato le loro mire. Pure l’ultimo Duca Vincenzo Gonzaga aveva nominato solennemente per testamento in suo legittimo erede e successore Carlo Gonzaga Duca di Nevers, come il parente più prossimo di sangue; anzi, a quest’effetto, aveva fatto venir di Francia il di lui figlio Carlo, principe di Rhetel, creandolo suo luogotenente generale. E per consolidare maggiormente le ragioni di lui, gli avea, prima di morire, fatto sposare la nipote Maria, figlia di suo fratello Ferdinando, ottenutane la permissione del Pontefice. Difatti, non si tosto morì Vincenzo, che il principe di Rhetel prese le redini del governo, e ricevette da tutti i sudditi il giuramento di fedeltà in nome del padre, il quale subito abbandonò la Francia, e giunse a Mantova, dove fu accolto e riconosciuto dai Mantovani come il principe legittimo, e il loro vero sovrano.

Non si potevano non riconoscere validissime le sue ragioni, ed equa la sua causa; ma gli Spagnoli, già fatti forti in Italia, vi si opposero col pretesto, che essendo il nuovo Duca nato ed educato in Francia, disdiceva che un principe suddito di quella corona dominasse in Italia. L’Austria, mostrando di cedere alle istigazioni degli Spagnoli, spedì in Italia un commissario per prendere possesso del Monferrato, e di Mantova con tutte e loro pertinenze, intimando al Duca di accordare che vi fossero guarnigioni tedesche in Mantova sino alla decisione dell’affare; ma questi non fu persuaso di cedere ad alcuno dei propri diritti. Ecco dunque di nuovo la guerra in Italia. La Francia si dichiarò in favore del Duca; e la Savoja fu costretta ad allearvisi, benché a malincuore, essendo moltissimo irritata pel matrimonio sopra indicato, che disturbava le sue mire sul Monferrato. La Repubblica di Venezia venne ricercata da tutti e due i partiti. Si trovò essa nel maggiore imbarazzo per la scelta. Non voleva allearsi all’Austria, ma non amava neppure confederarsi alla Francia, poiché già sin d’allora aveva esperimentato gli effetti de suoi rigiri e dei suoi inganni. Pure fu d’uopo vincere ogni avversione, e scegliere fra i mali il minore. Riflettendo adunque particolarmente, che se la fortezza di Mantova, per la sua prossimità agli stati veneti, caduta fosse nelle mani del più forte, com’erano quelle dell’Austria, vi sarebbe stato molto di che temere per sé, risolse di prendere le difese del debole Duca di Nivers, e di unirsi alla Francia. Il Senato mandò quindi ambasciatori a Luigi XII per annunziargli questa risoluzione, e per eccitarlo anche a spedire pronti e forti soccorsi al Duca di Mantova, poiché il suo pericolo si aumentava di giorno in giorno. Ma la Francia operava assai lentamente, e la Savoia più ancora; di modo che ben presto si videro grossi corpi di truppe austriache discendere dalle Alpi Retiche, e spargersi nel fertile territorio Mantovano, che devastarono, e nel quale, per soprappiù, disseminarono anche il contagio. Il generale Aldringher, che le comandava, non trovava quasi mai opposizione nelle sue marcie, poiché le truppe del Duca si ritiravano precipitosamente, non amando punto il suo signore, al quale non obbedivano che per forza. Quest’avversione del popolo per il suo sovrano era il maggiore di tutti i mali, come sempre accade nelle occasioni pericolose. Egli veniva raggirato nei consigli, riempiuto di falsi timori, ed insidiato in tutte le guise, ad oggetto di accelerare la sua rovina. Allora quando le truppe imperiali avanzarono al punto di minacciare il borgo di san Giorgio, i cortigiani lo persuasero di cederlo all’Aldringher insegno di rispetto verso di Cesare, potendo in tal modo sperare di ottenere un onesto accomodamento. Animato il comandante da un avvenimento così inatteso, ordinò immediatamente di andare a prender Goito, ma, come riuscirvi? Situato all’estremità del Mincio, la sua posizione lo rendeva quasi inespugnabile; oltreché era ben provvisto di difensori, di armi e di mura; pure ai primi attacchi gli abitanti vollero assolutamente arrendersi, malgrado la resistenza della guarnigione, quasi tutta veneziana, che come quella del borgo intendeva di difendersi ad ogni costo. Convenne però cedere. Allora gli Austriaci entrarono in fiducia di poter prender Mantova per sorpresa. Il valore dei Veneti vi si oppose; ma uno sciame ribelli, sedotti dall’oro, rese inutili le opposizioni. Nella notte dei 13 luglio 1650 vennero gli imperiali da due parti ad attaccare Mantova. I traditori, secondo il concerto, fecero smontare le truppe vicino al baluardo del giardino, dando a credere agli assediati esser quello il soccorso atteso: ma videro invece uccidersi le sentinelle ed riempirsi tutta la città di Austriaci. Il Duca, all’annunzio di questo terribile avvenimento, si salvò con suo figlio ed il maresciallo di Francia d’Estrè nella fortezza. La principessa Maria rimase in palazzo, dove fu trattata con poco rispetto, e di là condotta in un convento di religiose, e postevi guardie armate. Il comandante s’impossessò del palazzo Ducale, che per ricchezza di addobbi, per preziosità di pitture, di sculture, ed altri insigni lavori, era giustamente risguardato come una delle meraviglie del suo tempo. Tutto andò a sacco, a ruba; e lo stesso avvenne nel resto dell’infelice città. Né chiese, né monasteri, né case private andarono esenti dalla violenza militare e dalla rapina. Quindi non è a sorprendersi se venne smantellato e distrutto anche quel famoso palazzo, in cui il celebre Vittorino da Feltre aveva informati nelle lettere e nella morale non solo i figli del Duca Francesco Gonzaga, ma tanti altri preclari giovani che accorrevano da ogni parte d’Italia per profittare delle sue insigni lezioni. Era il palazzo piantato presso a vaste praterie, ed un po’ lungi ai luoghi abitati, perchè non vi fossero distrazioni. Il circondavano ombrosi passeggi, interrotti ora da larghi bacini d’acque popolate di pesci, ora da fontane zampillanti. L’interno avea lunghissime gallerie ben ornate; vi erano sale e camere ariose e lucide, sulle cui pareti si vedevano dipinti vari garzoncelli in attitudini graziose e scherzevoli, secondo i differenti giuochi che rappresentavano; e fu appunto per questo, che acquistò il nome della Gioiosa. Tutto in esso contribuiva a perfezionare il cuore, il corpo e lo spirito. Se furibondi soldati poterono distruggere un luogo tanto bello e rispettabile, non valsero però a cancellare la memoria del suo antico abitatore, né gli effetti felici dei suoi insegnamenti, che, mediante i suoi discepoli, sparsero poi per tutta Europa, la dottrina, il buon gusto, la religione e gli ornati costumi.

Il Duca, vedendosi tradito dai sudditi, e perfino dai suoi congiunti, sui quali pur tanto fidava, risolse di rendere anche la fortezza, a condizione che esso con la moglie col figlio e col maresciallo d’Estrè fossero condotti in luogo di sicurezza, e che le truppe della Repubblica potessero andarsene liberamente. I Tedeschi, avendo acconsentito a tutto, presero possesso della fortezza, fecero scortare gli illustri assediati da due compagnie di cavalleria sino a Melara nel Ferrarese, dove quest’infelice principe ricevette dalla Repubblica tutti i soccorsi necessari al suo sostentamento.

Per buona sorte d’Italia, Cesare, distratto in Germania da maggiori cure, depose i pensieri guerreschi. La Spagna, credendo di non poter da sé sola estendere le sue conquiste in Italia, e desiderando d’altronde di consolidarsi nei domini già acquistati, riguardò la pace come il mezzo più acconcio alle sue viste. Il Duca di Savoja, oppresso dalle sue sciagure, era morto da un colpo apoplettico, ed il suo successore Vittorio Amadeo si dispose subito sinceramente alla pace. Il re di Francia, sperando di trarre dal nuovo Duca di Savoja vantaggi molto maggiori, poco si curò più degli interessi del Duca di Mantova, e desiderò anch’egli la pace. La Repubblica di Venezia, alla quale tanto avea costato questa guerra, sospirava di venire ad un accomodamento onorevole, particolarmente per poter estirpare affatto l’orribile peste che si era introdotta anche nei suoi Stati di Terraferma, e che faceva orribile strazio dei suoi fedelissimi sudditi. Non fu dunque difficile convocare una Dieta a Ratisbona, e convenire sollecitamente sugli articoli della pace, in uno dei quali fu restituito ai Veneziani tutto il terreno da essi perduto in questa sventuratissima guerra; il che è una nuova prova de la loro sagace politica nel trattar gli affari, essendo non di rado avvenuto, che, sebben perdenti, ritraessero al momento della pace tali vantaggi, come se fossero stati vincitori. A ciò contribuiva pure anche l’opinion generale, che sussisteva tuttavia della loro forza. Nacque da questo doppio motivo, che trionfassero altresì nelle differenze insorte nel corso stesso di questa guerra; l’una con la corte di Roma, l’altra con la Spagna, le cui particolarità risparmieremo di raccontare per non deviar maggiormente dal nostro principale soggetto.

Il prospero fine di questi avvenimenti meritava certamente di venir celebrato in Venezia, come sempre usavasi di fare, con feste solenni; ma troppo generale era allora la tristezza per dar luogo a idee di solazzo. Il miasma pestilenziale erasi già introdotto nella metropoli stessa. La filosofia, le scienze, e tutte le provvide cure del governo non avevano potuto impedire che questo terribile flagello non si dilatasse grandemente. Ad ottener ciò avrebbe bisognato il concorso unanime di tutte le potenze; ma queste non erano ancora abbastanza illuminate per potere, come si è fatto dopo, relegarlo in Oriente, dove sotto la tutela dell’ignoranza e della superstizione si conserva tuttavia, e sempre si riproduce. I nostri padri non avevano mai cessato di far il possibile per distruggere sì fatale malattia. Tutte le regole, tutti gli ordini, tutti i soccorsi di ogni genere usati per la pestilenza, particolarmente del 1573, e per altre, furono anche in-questo incontro puntualmente eseguiti, ottimamente disposti, ed opportunamente applicati. Anzi per quel lume che viene dalla trista esperienza, novelle previdenze si aggiunsero in tale occasione; onde è, che il codice sanitario veneto riuscì poi si compiuto, che meritò di venir preso a modello da tutte le più colte nazioni europee. Ad onta di tutto questo, il mortifero crudelissimo veleno infettava ogni giorno un gran numero di persone. Lo spavento e la disperazione stavano dipinti sul volto di quelli che non ne erano ancora tocchi.

Il Doge Nicolò Contarini ed il Senato, dopo lunghe preghiere e digiuni, risolsero di ricorrere all’intercessione di Maria Vergine, ed alle suppliche aggiunsero il voto di erigere in suo onore un tempio col titolo della Madonna della Salute, obbligandosi di andar a visitarlo tosto che si avesse ricevuto il favore così vivamente implorato. Ed un altro voto pure aggiunsero; di rinnovare ogni anno tal visita nel giorno della Presentazione di Maria Vergine.

La peste, che cominciato avea in luglio 1630, e che in sedici mesi avea distrutte nella sola città di Venezia circa 80.000 persone, e più di 600.000 nelle provincie, cessò nel mese di novembre 1631. Immediatamente il Governo si affrettò di adempiere alla solenne sua promessa. Fu scritto agli ambasciatori presso tutte le Corti (siccome si usava di fare ogni qualvolta si trattava della miglior scelta o di persona o di cosa), affinché invitassero gli artisti più celebri di tutte le nazioni a spedire i loro disegni o modelli per un Tempio grande e magnifico, da erigersi sul Canal grande, vicino alla Dogana di mare, e degno di esser dedicato alla Madonna della Salute.

Ma la pietà del Senato non volle indugiare sino alla erezione del Tempio ad attestare solennemente la viva riconoscenza sua e dei Veneti per un sì segnalato benefizio. Dietro gli ordini emanati si vide, come per un prodigio, nel luogo stabilito innalzata in quattro giorni una Chiesa di legno atta a contenere un numero immenso di persone, e fu coperta di addobbi così sontuosi, da non potersi valutare il prezzo. Fu piantato ad una certa altezza un altare, sopra il quale si collocò l’immagine di Maria Vergine. Si apprestarono tutti i sedili per il Doge, la Signoria, gli Ambasciatori ed il Senato. E siccome per recarsi dal palazzo pubblico a quel sito conveniva attraversare il gran Canale, si fece costruire un ponte artificiale, simile a quello che si faceva all’occasione della festa del Redentore, affidandone la cura ai nostri fidi ed esperti arsenalotti, che egregiamente si prestarono in questa e nelle successive occasioni. La piazza San Marco venne ornata in maniera da vestire l’aspetto di un teatro magico. Le colonne, il porticati, le finestre, furono tutte guarnite di tappeti dell’Oriente, di drapperie di ogni genere di arazzi e bronzi dorati. Si vedevano inoltre sparse qua e là tele dei nostri più celebri pittori. Nel mezzo del porticato delle procuratie nuove si era eretto un palco per il Magistrato della Sanità, sopra cui risplendevano gli stemmi dei patrizi che lo componevano e questi contornati con una ricchezza mirabile. Nel mezzo vi era un superbo quadro, opera distinta di Bernardino Prudenti, rappresentante la Santissima Vergine, avente al suo lato San Marco ed, il beato Lorenzo Giustinian, ed alla sua sinistra San Rocco e San Sebastiano tutti ginocchioni, in atto di supplicarla della sua efficace protezione nella nostra grandissima sciagura. Dalla porta principale della Chiesa di San Marco, sino a ponte artificiale a San Moisè sul Canal grande stavano disposti tanti archi coperti di panno bianco, sotti i quali doveva passar la processione. Nell’uscir dalla piazza uno di essi, più degli altri magnifico, portava pendenti festoni di lauro e pitture eccellenti. Uno di consimile ve ne era pure all’imboccatura della strada che conduceva al ponte, ed un altro alla testa di esso ponte. Allorché tutto fu in pronto, si pubblicò il giorno della festa solenne, che fu per questa sola volta il 28 novembre.

Al spuntar di questo giorno si vide, con stupore universale, il sol» si lucido come se fosse la bella stagione di primavera, benché i giorni precedenti fossero stati oscurissimi per nebbia e per pioggia. All’ora di terza Sua Serenità, vestita nella sua maggior gala, ed accompagnata dal suo augusto corteggio, discese dalla Chiesa di San Marco, dove si trovava tutto il Senato. Prese egli il suo luogo, e tutti gli altri similmente. Il Magistrato di Sanità, che era al suo posto nella Piazza di san Marco, ordinò ad uno dei suoi Comandadori di annunziare ad alta voce al pubblico, che per l’intercessione della Santissima Vergine Maria, l’Onnipossente Iddio aveva accordato la grazia di liberar Venezia e tutte le sue provincie dal terribile flagello della peste. Questa tanto sospirata proclamazione, fu seguita da altissime grida di gioia della moltitudine, dal suono dei sacri bronzi, dal rimbombo dell’artiglieria, e dallo strepito delle trombe e dei tamburi. Poi si celebrò nella Basilica di San Marco una Messa solenne con musica bellissima. Indi si cominciò la processione. Degno di ammirazione fu in essa lo sfarzo delle argenterie, e delle cere esposte dalle grandi Confraternite ed anche con debita proporzione dagli Ordini religiosi; ma più ammirabile apparve la devozione edificante di tutti i patrizi accorsi per mettersi spontanei nella processione con la loro torcia in mano. Un numero ragguardevole di cittadini, mercadanti ed artisti, si posero essi pure nelle file; e la plebe stessa accompagnò la religiosa cerimonia portandovi un cuore ugualmente ripieno di gratitudine e di devozione. Si cantò nella nuova Chiesa il Te-Deum, che venne ripetuto da ciascheduno con l’accento della maggiore sensibilità; indi tutti rientrarono nelle loro abitazioni.

In questo modo fini quel commovente spettacolo. Ma il Governo Veneto non poteva certo credere di aver fatto ogni cosa in questa occasione. Malgrado le immense spese sostenute nella guerra di Mantova, e nei sedici mesi che durò il contagio, volle spargere in questo giorno molte largizioni ai poveri delle parecchie, agli ospitali e ad ogni ospizio bisognoso; ed offerse con ciò una bellissima lezione, che per adempiere ad ogni dovere della religione non bastano le preghiere, le genuflessioni ed i picchiamenti di petto, ma che fanno d’uopo soprattutto gli atti di umiltà, di perdono e di beneficenza.

Poiché io qui scrivo più per i forestieri, che per i miei cittadini, credo bene di aggiungere qualche parola sulla Chiesa votiva, affinché non possa mai correr sospetto, che un Governo fedele alle sue promesse, magnifico in tutte le sue opere possa essersi contentato della semplice Chiesa di legno, costrutta solamente per non ritardare la decretata funzione.

L’ Architetto che meritò la preferenza fu un Veneziano, chiamato Baldassare Longhena. Fece egli un lavoro così mirabile, sia per la pianta del Tempio, che la cupola, per la facciata grande e magnifica, e per l’imponente aspetto dell’insieme, da far dimenticare gli errori del suo genio sregolato. Oltre la grande estensione di questa Chiesa, e l’abbondanza di marmi rari e preziosi, vi si ammirano e dentro e fuori un gran numero di statue dei migliori artisti di quel tempo. Io non entrerò in dettagli più minuti intorno a questo nobilissimo edificio. Molti accreditati autori, fra i quali primeggiano l’illustre Ab. Moschini ed il sig. Quadri, ne parlarono da veri intendenti. Pure non saprei, come grande amatrice qual sono della Pittura, passare sotto silenzio i quadri Pittore della Natura, del nostro celebre Tiziano. Quivi pure, come nel palazzo Barbarigo si ammirano raccolte in uno tutto le gradazioni dell’arte sua; la sua gioventù, la sua virilità, la sua vecchiezza sempre vigorosa. Osserviamo in prima sulla porta della Sagrestia quel San Marco seduto ad una certa altezza, avendo sotto di sé i Santi Sebastiano, Rocco, Cosimo e Damiano. Tu in esso scorgi lo studio dell’imitazione dei suoi maestri, sia nell’aria dei volti, che nel colorito; pure in quelle belle teste, particolarmente in quella di San Sebastiano, come anche nel panno bianco che gli ricopre una parte del corpo, tu vedi lampeggiare il suo genio creatore. Ma innalza gli occhi alla volta. Non fremi tu alla vista del feroce Caino che sta immolando l’innocente suo fratello Abele? E non ti senti vivamente commosso al sacrificio dell’obbediente Isacco? Non godi tu stesso della Vittoria di Davide sul gigante Goliath? Qual espressione in tutte quelle fisionomie! qual verità, qual disegno in tutti quei corpi seminudi, in quelle mani, in quei piedi! E chi mai lo eguagliò in quella perfetta cognizione del sotto in su ? Questi è il nostro Tiziano giunto al suo apogeo, al sublime dell’ arte. Ora rientriamo nel Tempio. L’invenzione, la composizione, l’espressione, per così dire, inspirata di ogni testa nel quadro della missione dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, ci fanno conoscere subito un’opera di lui; il colorito però ci indica che la sua vista viene indebolendosi; senza neppur saperlo, si potrebbe quasi quasi indovinare che egli avesse allora settantaquattro anni. E qual altro pittore mai, fuor di Tiziano, avrebbe potuto dipingere oltre i settant’anni quei quattro Evangelisti ed i quattro Dottori della Chiesa, che, separati ciascuno in otto ovali, ci rapiscono, ed esaltano l’immaginazione anche degli stessi professori, per quei tratti franchi e sicuri? Arrestiamoci particolarmente su quel San Matteo, in cui al nostro pittore piacque di trasmetterci il proprio ritratto. Possa quest’immagine venerabile servir di modello al ritratto da esser posto sopra un monumento degno di sì grande artista, già le tante volte progettato senza effetto, benché sempre più desiderato! (1)

(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell’industria.)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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