Il Giardino Eden Hundertwasser, alla Giudecca

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Il Giardino Eden Hundertwasser, alla Giudecca

Il Giardino Eden Hundertwasser, alla Giudecca

Il giardino Eden Hundertwasser è oggi precluso ad ogni visita, come vogliono le volontà dell’ultimo proprietario, l’architetto e pittore viennese Friedensreich Hundertwasser (1928-2000), il suo intento era che la natura qui facesse il suo corso senza alcun intervento esterno, secondo il suo pensiero filosofico di matrice ecologica. Il pensiero di Hundertwasser viene preservato dall’Hundertwasser Foundation che è oggi la proprietaria del giardino, ai veneziani e a tutti coloro che vorrebbero visitarlo, non rimane che aspettare che questi pensieri filosofici passino.

Per i lettori di ConoscereVenezia la storia del giardino, quando questo si chiamava ancora Eden, tratta dal libro di Gino Damerini “Giardini di Venezia” (1931).

J’m sick of all this water. J’m tired of pink and grey, of blue and of red. I thirst for dry land and green trees shrubs and flowers; a garden. A garden. You knows we have asked for one everiwhere; there’s no such thing in Venice. If there were, what good! Does not the proverb speak of “Venezia, tomba dei fiori” ?

E’ lo spirito di Ruskin che passeggia e si dilata per Venezia. Ma è anche il dialogo tra un inglese appassionato e il suo gondoliere, quale l’inglese F. Eden trascriverà, più tardi, in un lussuoso volume pubblicato a Londra. La ricerca di un giardino da acquistare per abitarvi, conduce l’Eden, un dì dell’anno 1884, per caso, in un orto della Giudecca, di proprietà di un ricco zotico che abitava ai Greci e che per ciò i “zuechini” chiamano “el greco”.

Ci avventurammo, narra l’Eden, in uno scenario che l’abbandono avrebbe reso disgustoso fuori l’Italia. Ci stavano innanzi la casupola del frate, la palazzina del patrizio. Davanti alla palazzina era un piccolo cortile, e nel centro un pozzo, ambedue cintati da una brutta ringhiera in ferro. Oltre un largo sentiero profondamente segnato, era un piccolo giardino chiusa intorno da una siepe incolta. Quattro maestosi cipressi agli angoli, all’interno della siepe, diritti e poderosi sembrano indicare il cielo. Statue e vasi in pietra adorni di frutta e fiori con maestria scolpiti, stavano un tempo sui pilastri presso la Palazzina, ma questi erano la più parte abbattuti al suolo. Due viticci erano caduti sui rotondi tavolini di pietra che un tempo forse ombreggiavano. C’erano pure aiuole disposte in forme varie tra le quali serpeggiavano sentierini simili a piccoli canali. In esse vegetavano ancora piante avvizzite, roselline, iris e gigli bianchi; i loro bulbi lottavano per l’esistenza a metà sopra il terreno, cercando all’aria quel nutrimento che il suolo esaurito non poteva più a lungo dare loro. Fuori della siepe, erano piantate delle viti in file diritte incrociantisi, e nei riquadri segnati dalle pergole di viti crescevano, secondo tutte le apparenze seguendo il proprio capriccio, alberi di pesche e albicocche, ciliegie e marinelle, pere e mele. Le viti e gli alberi da frutta, come le statue, erano la più parte a terra; ma l’orto dove non crescevano verze o erbacce, era delizioso a vedersi per la distesa delle ampie foglie grigio verdi dei carciofi. Pietro e la sua famiglia erano gli ortolani. Il padrone veniva ogni mattino a ritirare i bezzi ricavati dalla vendita dei carciofi. Ne divenni tosto innamorato. Quale delizioso giardino potevasi ricavare da quell’orto abbandonato, che ampio spazio da piantare, che bel modo per sfuggire all’ozio continuo, che liberazione dalla mia amata signora, la laguna, da cui il mio attimo rifuggiva ora nella sazietà ingrata pel troppo lungo possesso“.

Senza perdere nemmeno un attimo “l’inglese” si pose in contatto col “greco”, acquistò l’orto, cominciò a trasformarlo, lentamente pazientemente. Che cosa quest’orto divenisse in quindici anni di cure indefesse, di tenere attenzioni sanno coloro che vi ebbero, poi, su una semplice “introduzione” di amici, diritto di asilo: sanno gli intimi che vi si recavano come in casa propria, sanno, oramai migliaia di visitatori sparsi per il mondo. Una specie di terra promessa; antecipata da un rustico cortile e da una villino incoronato di rose, percorsa da viali, soffici di conchiglie marine, interrotta da lunchi pergolati di vite; affollata da una da una moltitudine di piante da fiore in serie, talché il giardino si presentava di settimana in settimana candido di rose bianche, purpureo di rose rosse, tempestato dei melograni; candido ancora di gigli, e rutilante di ogni colore nell’ondeggiar dei tulipani, delle dalie,dei crisantemi, delle peonie…

Una passeggiata lungo la laguna spalancava la vista su albe dorate e su tramonti di fuoco; chalets e tettoie vi riparavano dal sole e dalla pioggia; pini, cipressi, mortelle, aranci e limoni imbalsamavano l’aria; il silenzio e le campane dei frati cappuccini del Redentore vi tenevano compagnia.

A dritta e a manca la Giudecca scendeva dolcemente, con spiagge colme d’erba, a cercare la carezza dell’acqua. Che cosa fosse, intorno al ‘900, è religiosamente raccontato, con la minuzia di osservazione e di amore che che contraddistingueva i disegni di Ruskin, in più di cento pagine, dal suo creatore, e forse si può immaginare dalla descrizione seicentesca dedicata dal Martinioni al giardino di Sante Cataneo o dal disegno cinquecentesco di acopo dei Barbari in quel pezzo della pianta che rileva il fronte della Giudecca.

Poi con la vecchiaia dei proprietari, cominciò anche per esso l’avvelenamento sottile che prelude, in ogni organismo, la stanchezza e la decadenza; poi sui terreni a dritta e a manca furono invasioni irriverenti di cantieri barbari e sonanti; il silenzio che lo riempiva come una divinità venne così ucciso; poi, più lungi, aneliti di mondanità cosmopolita improvvisarono altri giardini rumorosi di “tè delle cinque”, mentre d’altra parte orti fino allora intatti, giardini che avevano resistito al cammino del tempo nel rezzo creato dagli alberi già centenari, erano distrutti per far posto a gruppi di “case popolari sane ed economiche” sentine di tristezza e di povertà rivelate! Ma ancor oggi, in proprietà di una principessa di Grecia, l’ex Giardino Eden, è, con il Casino degli Spiriti in proprietà dei Johnston, con due o tre altri, a San Giobbe, a San Rocco, in proprietà di monache francesi, il migliore di quanti giardini privati, grandi e minuscoli siano rimasti a Venezia. (1)

(1) GINO DAMERINI. Libro Giardini di Venezia (Nicola Zanichelli, Bologna 1931)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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