La regata di gondole

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Giovanni Antonio Canal detto Il Canaletto. Regata sul Canal Grande. Queen's Gallery, Buckingham Palace. Londra

La regata di gondole

Uno dei maggiori divertimenti negli antichi tempi della Veneta Repubblica, e che attraeva a sé ogni classe di persone, era quello tirare di fromba (fionda). Ciascun dì festivo si usava ad una certa ora di recarsi all’isola di Lido, ed il Governo, per facilitare il passaggio, aveva cura che alle rive di San Marco fosse pronto un numero sufficiente di barche a trenta, e qualcuna anche a quaranta remi; talché chi altro modo non aveva da tragittare, prendeva il remo, e così cominciava ad esercitarsi a remigare. Da tale esercizio appunto nacquero la disfida; e queste si eseguivano con quelle grosse barche che si mettevano in riga, donde derivò la parola Regata. Infine qui quest’era una specie ginnastica poco dilettevole agli occhi, ma utilissima a rafforzare le membra ed avvezzarle al remo delle galee ed al travaglio di lunghe navigazioni. I nostri padri riflettendo alla somma utilità che ridondava in caso di guerra da questi due esercizi, pensarono al modo d’incoraggiarli; e perciò nel decreto emanato all’occasione della gran festa per la ricupera delle spose rapite, ordinarono che ogni anno al tempo dei Ludi Mariani si tirasse di fromba in diversi luoghi della città, e si facesse una Regata. Ma fu soltanto dopo l’ingrandimento della Repubblica che tale spettacolo marittimo prese un aspetto magnifico, abbagliante, unico; esso divenne la festa della nazione. E indicibile quanto ardore l’annunzio di una vicina Regata inspirasse in tutte le classi, e come ciascuno si adoperasse per renderla pomposa e piacevole. I campioni erano i gondolieri, come lo sono anche oggidì; cioè, quei rematori che guidano quotidianamente le nostre gondole per gli interni canali della città; classe di popolo, che quantunque ora non poco differente da quello che era in addietro, merita tuttavia l’attenzione dell’osservatore filosofo, perché ritiene più di qualunque altra la tinta del primitivo carattere nazionale. I gondolieri sono generalmente pieni di spirito, di finezza, di penetrazione; sono destri e gai; la vivacità delle loro risposte e dei loro motti piace e incanta. Godono in particolare la fama di aver un cuore franco, leale ed aperto; di essere secreti, fedeli ed affezionatissimi ai loro padroni. Quasi tutti sanno leggere e sono forniti una straordinaria memoria. Era altre volte un vero piacere il vederli in poppa della loro gondoletta, spingerla lentamente, trascorrere il Canal Grande, e ad imitazione dei Rapsodisti Greci, udirli recitare le strofe amorose del nostro Omero, il Tasso, con un certo ritmo musicale lor proprio. Non si poteva assolutamente far a meno di non sentire con trasporto ripetere: “Intanto Erminia in fra l’ombrose piante “

Un sì delizioso quadro campestre, richiamato alla mente da un gondoliere in mezzo alle acque, e una bizzarria che seduce, giacché il contrasto di cose differenti produce sempre sul nostro animo un massimo effetto. I nostri gondolieri hanno altresì una specie di canzoni festevoli, che si chiama, dal loro nome, alla Barcarola, per le quali sono i Veneziani così appassionati, che quando si trovano fuori di patria, trovano in sé all’udire pressa poco lo stesso effetto, che produce, il Ranz de Vaches nei buoni Svizzeri, sentendosi strappare dagli occhi lagrime di tenerezza e di piacere. Il loro mestiere è la loro passione; ripongono tutta la loro gloria nel ben conoscerlo, nel ben esercitarlo.

Lo spettacolo più interessante per Venezia tutta, ed insieme il più maestoso, era quello di una grande Regata ordinata dal governo, diretta dai più vecchi gentiluomini della città, e celebrata nell’occasione che qualche ospite regale veniva tratto dalla curiosità di vedere questa città singolare ed osservarvi quel Governo tanto allora da tutti ammirato. Queste Regate erano giuochi olimpici della nostra Repubblica. Esse attiravano qui gli stranieri con la singolarità della loro pompa, coll’insolito genere di lotta e con quello dei concorrenti. Un vantaggio in oltre avevano i nostri sopra quelli d’Olimpia, che essendo unicamente propri di queste lagune, non vi era pericolo che venisse alcuno dalle altre parti di Europa a contrastare ai nostri campioni l’alloro.

Le disfida delle Regate erano, come anche oggidì lo sono, in numero di tre, talvolta anche di quattro. Si cominciava dalla corsa dei battelli ad un remo o a due remi; dopo di che veniva la corsa delle gondolette a due remi. Avveniva alle volte che lo spettacolo acquistasse gaiezza maggiore da una singolarità tanto piacevole, quanto men attesa. Vi erano femmine che aspiravano anch’esse alla gloria di mostrarsi valenti in si fatto esercizio. Erano quasi tutte di Pelestrina, paese situato in riva al mare ed avvezze a recare le derrate al mercato di Venezia; il che le disponeva facilmente a maneggiare il remo con molta forza e destrezza. Ricoperte di abito villaresco assai grazioso, e ornate la testa di un piccolo cappello di paglia, esse offrivano un quadro che ai Veneziani piaceva, ed insieme lusingava la vanità di queste repubblicane, che si credevano con ciò di apportar onore alla loro patria.

Lo spazio della corsa era di quattro miglia circa venete. Il luogo delle mosse suol essere la punta orientale della città, e lo stadio è il Canal Grande che in due la divide. Nell’ altra estremità di questo sta piantato un palo in mezzo alle acque. I rematori devono girarvi intorno e ritornare sulla loro strada, finché giungano alla meta dove si distribuiscono i premi. Questi stanno d’ordinario collocati in una specie di largo bacino che forma canale; ed è per questo, che i forestieri distinti e i magistrati che presiedono allo spettacolo, avendo quivi il loro posto, possono godere di tutta ad un tempo questa corsa spettacolosa.

Una macchina di elegante costruzione, e ricca di sculture e di fregi sta eretta in questo luogo, intorno alla cui base sono affissi i premi, che consistono in banderuole di vari colori. Ve ne sono quattro per ciascuna disfida. L’una è rossa, ed è la più gloriosa; la seconda è azzurra celeste; verde è la terza, e la quarta è gialla, alla quale si suole aggiungere un porchetto vivo; esso è in oltre dipinto sulla bandiera. L’origine di simile costume è ignota, né vi è autore che la dichiari. In tale incertezza, ragionevole però è il credere, che questo sia una specie d’emblema. Siccome il maiale tra i quadrupedi è d’ordinario per la sua pinguedine il più lento ala corsa, così il quarto vincitore, posto a petto ai tre primi, viene a fare la comparsa di questo animale; ma paragonato alla turba di quei che gli rimangono addietro, ha il primo vanto. Quindi è, che se il suddetto segnale ha per l’una parte un non so che di inglorioso, riesce per l’altra un testimonio di preminenza che non deve rimaner senza lode e senza premio.

Un’altra ricompensa, oltre la bandiera, attende i valorosi campioni. I magistrati destinano una buona somma di denaro da esser loro distribuita secondo il vario merito di ciascuno; ma ciò non si fa se non passato il giorno, quasi per dimostrare non esser quello il principale guiderdone, e per non accoppiare basse idee di cupidigia col premio onorifico che sostenne si nobile tenzone.

Una grande orchestra di strumenti è disposta sopra la macchina per animare coi suoni armonici i combattenti allorché passano, e per celebrare i vincitori allorché tutti ansanti e grondanti di sudore vanno a cogliere il premio. Altre orchestre stanno a varie distanze qua e là sulle rive del canale, perché in certa guisa rallegrino con soavi concerti i faticosi sforzi che i nostri atleti sono costretti di fare nel percorrere la lunga carriera.

Un gran numero di piccioli palischermi, somiglianti a battelli a quattro remi, chiamati Ballottine, di altri a sei remi nominati Malgherotte, e di barche di ogni sorta percorrevano in questo giorno di gran festa tutto il canale. Tutti i corpi arti e mestieri vi avevano la lor peota ornata e montata caratteristicamente; società particolari ne formavano cento altre. Le famiglie più ragguardevoli fra la nobiltà intervenivano nelle loro peote, dove facevano spiccare a gara il buon gusto e la loro sontuosità mercé tutto ciò che il genio inventivo e secondo può produrre di elegante e di ricco. Per non dir nulla del lusso con cui erano vestiti gli otto remiganti o della varietà dei loro abbigliamenti non men ricchi che graziosi e bizzarri, accenneremo in breve, giacché il descriverlo minutamente è impossibile; che queste peote rappresentavano fatti, o storici, mitologici, ovvero alcune nazioni straniere delle più celebri. Se ne vedevano di quelle che alludevano ora a qualche arte, ora a qualche virtù personificata. A tal fine gli inventori mettevano in opera insieme con la scultura, ogni maniera di drappi preziosi di seta e di velluti sopra cui risaltavano frange, fiocchi d’oro e di argento, veli, fiori, frutti, alberi, specchi, pelli straniere, piume di uccelli rari, e finalmente tutto ciò che la natura e l’arte offrire possono per formare con sontuosità questi bizzarri emblemi, di cui l’immaginazione, senza l’aiuto dei sensi, può a stento formarsi un’idea, ma sopra i quali spesso con piacere e meraviglia ricorre quand’abbia avuto la sorte da poterne godere.

Vari giovani patrizi concorrevano pure a gara ad ornare a somiglianza delle peote, la loro, Bissona, cioè Grosso serpente. Sono queste certi lunghi battelli, così richiamati a cagione della loro lunghezza e dell’acuta prora, e meglio ancora a cagione della loro agilità nel serpeggiare da tutte le parti sull’acque. Siccome il loro uso oggidì si ristringeva a pura decorazione della festa, non spiacerà al lettore di venir informato di ciò anche dovettero la loro istruzione.

Essendo che il cammino dei giostranti poteva essere interrotto dall’immenso concorso di barche di ogni fatta che coprivano in quel momento tutto il canale, era ufficio di questo bissone ad otto remi e snellissime di precedere i campioni, e di sgombrare ad essi la strada, costringendo la folla a ritirarsi lungo le rive. I giovani padroni di tali navigli usavano star ginocchioni sopra sfarzosi cuscini sulla prua, con un arco in mano, dal quale lanciavano piccole palle di gesso dorato contro i direttori delle barche importune che non obbedivano all’ordine di ritirarsi. Simile maniera di forza singolare, previdente e gentile, rendeva inutile quella che col terrore, dovuto alla sua natura, reca nell’animo degli spettatori di pubbliche feste una impressione triste, e che certamente diminuisce il comune entusiasmo. Insomma queste elegantissima e snelle bissone, e quelle ricche e maestose peote formavano una specie di decorazione magica natante. Avresti detto esser quello il trionfo di Anfitrite.

Ad aumentar lo splendore di una Regata, concorreva la qualità del luogo. Immaginiamoci questo superbo canale, fiancheggiato ai due lati da una lunga fila di fabbriche di ogni sorte, da un gran numero di marmorei edifici pressoché tutti di una struttura nobile e maestosa, e quali ammirabili per un gusto, antico e gotico, quali per una ricchissima architettura greca o romana; tutte le finestre e, le logge ornate, di damaschi, di tappeti di levante, di stoffe, di arazzi, di velluti, i cui vivi colori erano animati vieppiù da galloni, da frange d’oro ed a cui, si appoggiavano leggiadre donne vistosamente parate, e portanti sul capo gioielli tremuli e rilucenti. Da qualunque parte tu volgessi lo sguardo, non vedevi che una moltitudine immensa, sia sulle porte, sia sulle riva, e perfino sui tetti. Alcuni tra gli spettatori occupavano certi palchi costrutti a bella posta sul margine dell’acqua. Le patrizie non sdegnavano di abbandonare i loro gran palagi e di entrare nelle loro gondole, per venirsi ad unire e confondere colle infinite altre barche, e con quei battelli verdeggianti di frasche, nei quali, se non regnava il più rigido contegno, brillava almeno l’ebbrezza del piacere e la vera serenità del cuore.

Prima della festa, anzi dal momento in cui il Governo annunziava una Regata, i campioni andavano esercitandosi per vari giorni. I rispettivi loro padroni, che si associavano alla loro gloria, lasciavano ad essi tutta la libertà necessaria, e prestavano loro ogni soccorso, di cui potessero abbisognare per accrescere le forze e riportare il premio. Da quel punto un gondoliere cessava di essere servo; egli diveniva quasi un figlio adottivo col quale si amava dividere la sorte. Ciascun padrone, inginocchiato sulla prua della bissona, assisteva egli stesso agli esperimenti che ogni dì si facevano; e questi esperimenti erano altrettante piccole Regate, sia per la folla degli spettatori, sia e per lo dispendio degli abiti dei gondolieri, o per le consuete mance che ad essi si regalavano. La vigilia del gran giorno cessavano gli esercizi. Era quello un dì destinato alla pietà. I gondolieri Veneziani hanno una divozione particolare alla Nostra Donna della Salute. In quel di non mancavano di recarsi al Tempio sotto tal titolo a lei consacrato, onde assistere alla Messa, che per lo più facevano celebrare a loro spese. Indi il curato delle rispettive parrocchie si recava alle case dei futuri regattanti, ed ivi, circondato da tutti gli individui della famiglia, benediceva prima la persona del giostrante, indi il battello a cui si soleva affiggere l’immagine di Maria, o di, qualche altro santo, secondo la particolar divozione del gondoliere.

Giunto finalmente il dì della loro gloria, ciascuno allo spuntar dell’alba montava il suo piccolo legno, e si portava presso il padrone per attender il momento in cui tutti dovevano insieme. partire. Egli era tosto attorniato da parenti e da amici, che facevano a gara per incuorarlo ed animarlo, ricordandogli i suoi primi trionfi, se ne aveva ottenuti; e si era quella la prima volta che si esponeva alla lotta, esaltando le sue forze, il suo ardire, e sopra tutto vantando l’interesse che essi prendevano nei suoi successi. Pareva che ci avesse parte anche l’onore della famiglia da cui dipendeva, giacché il padrone anche egli nulla lasciava intentato onde inspirargli ardire e fiducia di se medesimo, e formava. ardenti voti, che potesse toccare il primo o almeno il secondo la meta prefissa al glorioso arringo. Il campione si gettava allora sulla mano del padrone per baciarla; indi si precipitava alle ginocchia del padre, se aveva la fortuna di averlo; e gli auguri del primo, giunti alle benedizioni del secondo, divenivano per lui un sicuro pegno della vittoria. Oh quanto passionata era questa scena! oh quanto interesse inspirava in lui il buon padrone, che allora non sosteneva altra figura che quella si emulo del padre nel favorire il prediletto figliuolo! E come non doveva commuoverlo la benedizione di un vecchio gondoliere, pieno ancora d’entusiasmo per la memoria delle sue passate prodezze! Era cosa da intenerire il vederlo alzare la destra e porla lentamente sul capo del figlio, pronunziando queste parole: “Dio ti benedica; o mio figio! Dio ti benedirà senza fallo e ti accorderà la vittoria, se tu ricevi questa benedizione con quel rispetto che egli ti comanda di avere per i tuoi genitori”.

Quanta morale in si poche parole! E questa l’eloquenza del cuore, l’ingenuo linguaggio della purità, la vera decorazione del popolo. O purità di egregi costumi, perché non regni ancora tra noi! Il vecchio sollevava il figliuolo; gli rammentava di nuovo le illustri prove dei suoi antenati, di quegli eroi che non avevano insanguinato il terreno, né fatto piover lagrime sopra i propri allori. Lo impegnava a non mostrarsi da essi degenere nel coraggio. Gli faceva notare i tratti di somiglianza che aveva con qualcheduno di loro, giacché la memoria dei vincitori si conservava dalle famiglie nei loro ritratti. Le femmine anche esse, unendo alla dolcezza naturale del sesso quella non poco osservabile della nazione, erano gelose di dividere con essi l’ardire. Nell’atto di presentare ai mariti il remo, assomigliavano, benché lungi dall’austerità spartana, alle femmine greche, quando nel porgere agli sposi e ai figli lo scudo guerriero, intimavano loro di ritornare con quello o su quello.

Ma egli è tempo ormai di venire alla famosa corsa; ed il mio lettore impaziente, quasi al par dello spettatore, sta con smania attendendo il punto in cui i nostri campioni compariscono al cimento.

Il cannone dà il segnale della partenza. Le barche radono l’acqua colla dello strale. Il frastuono degli applausi e dei gridi annunzia il loro arrivo nel Canal Grande. I rematori, posti sull’estrema punta della lor navicella, fanno da principio palpitare il riguardante, che non ha l’occhio avvezzo a tal genere di esercizio. Si vedono ora incurvarsi sino alla sponda del legno, ora rialzarsi con grazia vincere la resistenza dell’acqua, e colla sola forza delle punte dei piedi e delle braccia, acquistare la rapidità del lampo. Essi si superano a vicenda. Tale che sembra cedere il passo al suo emulo, ecco sel lascia ben presto addietro. I viva dei suoi amici, dei suoi parenti danno segno del suo avvantaggio, quando e altri lo hanno di già trapassato, e lo costringono a raddoppiare gli sforzi. Taluni soccombono a mezzo il corso. La natura non diede loro, pari all’ardore di cui hanno infiammata l’anima, tutta la necessaria forza dei muscoli, né quel largo petto che facilita agli altri la libera espansione dei polmoni voluta dalla rapidità del movimento. Essi si ritirano, ed il popolo veneto, buono e sensibile, non aggrava il lor dolore con gli urli; guardali con compassione ed amistà, li lascia andare in silenzio, e rivolgersi di nuovo a quegli altri che durano nella lizza. Di qua, di là gli incoraggia collo sventolar dei moccichini, e le femmine coll’ agitar in aria i loro Sciali. Ciascun adrone sulla bissona presso il suo campione, lo eccita con la voce, lo chiama per nome, e così lusinga il suo orgoglio e lo anima. Le sue nerborute braccia, e le sue reni arrendevoli spiegano allora una forza veramente atletica. Spuma l’onda sotto il replicato batter dei remi; si alza in spruzzi e ricade in grosse gocce sul dorso dei remiganti aspersi del proprio sudore. Ma già a misura che si accosta il termine della faticosa corsa, cresce la loro velocità. Già ripassano sotto la volta magnifica di quel famoso ponte di marmo, che non ha che un sol arco, e di là scorgono la macchina dei premi. Il popolo che forma piramide sopra i due fianchi del ponte, e si estende sulle due rive, si infervora egualmente per tutti. Gli anima, gli riscalda, sembra che la sua voce aiuti i loro sforzi; ma la distanza è grande ancora. Lo sfinimento obbliga gli uni a restare indietro, ed altri intanto avanzano. Ecco, finalmente quel fiero mortale che afferra la bandiera rossa; il suo rivale stava già per rapirla, se non era quel potente colpo di remo che diede al prima il vantaggio. Questi almeno coglie la bandiera celeste; gli altri due sono là anch’essi alla lor volta; gli ultimi non giungono che per essere testimoni di un trionfo, che per altro disputarono da valorosi. L’aria rimbomba di un, battimento di mani si sonoro, che dall’altro lato del canale più remoto dallo spettacolo si conosce il momento della vittoria. I vincitori piantano sulla prua del loro agile legno la conquistata bandiera, ed invece di pensare a ristorare le perdute forze, ripigliato il remo, ritornano sulle lor tracce a riscuoter. Le congratulazioni e le lodi. In questo giro trionfale ricevono qua e là gli abbracciamenti dei congiunti e degli amici, che nel passare li chiamano; ed essi salutano rispettosamente le case dove riconoscono esservi o parenti od amici dei loro padroni, che a tutta possa cercano di applaudire alla loro vittoria.

Ma già conviene allestirsi alle altre disfida; e quando tutte ebbero fine, si vede una folla di gondole, che rimaste libere vanno, vengono, s’incrociano fra un giocondo schiamazzo ed una viva letizia fin a tanto che il sole attuffandosi nel mare, costringe gli attori di una scena si incantatrice a terminarla.

Quantunque per la cangiata condizione dei tempi questo spettacolo abbia perduto in qualche parte l’antica sua singolarità, la magnificenza, e quel non so che di spirito nazionale che un dì l’animava; pure non è del tutto ai nostri giorni svanito il gusto del popolo per esso; gli vi concorre con gran passione, e sul volto di, ognuno si legga tuttavia scritto quel sentimento di giubilo, che un tale spettacolo sempre in esso ridesta.

Non è questo che un informe abbozzo delle principali circostanze della regata; festa unica e propria soltanto della nostra città. L’unione dei tanti differenti oggetti propri tutti ad interessare, l’accozzamento e la concordia di tante e tanto varie passioni, acconce tutte ad esilarar l’anima, formano un insieme, di cui la descrizione più pittoresca e più energica non varrebbe a darci una sufficiente idea. Egli è in oltre certo, che chi volesse tentare di dar altrove, fuorché a Venezia, una regata, non offrirebbe che una debole e forse ridicola imitazione; ciò sarebbe quasi il voler recitare un dramma eroico sopra una scena sparuta, e priva di tutti gli accessori indispensabili non meno all’azione, che all’illusione; o piuttosto sarebbe un somigliare a quello sconsigliato pittore, che pretendesse con una sola figura senza attributi e senza movimento, rappresentare su tela una storia compiuta. (1)

(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell’industria.)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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