La Vergine Annunziata di Tiziano Vecellio, nella Scuola Grande di San Rocco

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Tiziano Vecellio. L'Annunziata. Scuola Grande di San Rocco. (copia del quadro durante il restauro dell'originale 2022)

La Vergine Annunziata di Tiziano Vecellio, nella Scuola Grande di San Rocco

Nell’età sua più robusta, vale a dire poco dopo il 1515, e quando contava intorno quaranta anni di età, coloriva Tiziano, ad istanza di Amelio o Melio Cortona, il dipinto dell’Annunziata, ponendovi tutto il sapere dell’arte alla quale aveva sacrato l’ingegno e la mano, sicchè fu tenuto esso dipinto da tutti gli scrittori, quale opera contenente le bellezze tutte che erano proprie del suo sublimissimo stile.

Certo è che composizione, espressione, colore e vaghezza di campo rendono questa tela famosa, e tale da doversi porre fra le più distinte del Vecellio.

Entro una loggia per decoro di colonne, e di ballaustrata nobilissima, daccosto a un inginocchiatoio, su cui posa l’aperto volume delle profetiche note, è prostrata Maria, la quale udito dall’Angelo dover ella concepire, per opera dello Spirito Santo, il figlio dell’Altissimo, rimessa del turbamento in cui l’avea posta il subito apparire di Gabriello, stà nel punto di pronunziare le memorande parole, che doveano riuscire di tanta gioia, di tanto ristoro alla decaduta progenie di Adamo: Ecce Ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum. Perciò il volto e gli atti di lei si compongono a profonda umiltà, siccome ancella obbediente ai voleri del supremo Signor delle cose; umiltà che pareggiare doveva in latitudine all’alta superbia d’Eva, a cui cagione era entrata nel mondo la morte. Ella si mostra poi qui tutta chiusa nel suo pudore, sapendo, per le parole del Messo celeste, che il suo concepimento non avrebbe per alcun modo macchiato il giglio di sua virginità, chè anzi più splendente e odoroso per elette fragranze sarebbe tornato. Le mani conserte al petto, il rubeo manto che tutta la copre, e il volto composto a devota securtà, vengon ciò tutto significando.

L’Arcangelo calato di cielo, a cui fa sgabello le nubi, le stà di fronte. Nell’una mano tiene il giglio, qual simbolo della virginità che perpetuamente le rimarrà a lei, essendo opera del Santo Spirito il suo concepimento; e con l’altra mano accenna essere ciò volere dell’Alto, al quale però doveva ella di libera volontà acconsentire. Ed a mostrare l’intervenimento del divo Amore appare questo, sotto la forma di mistica colomba, ad irradiare il capo santo di Maria coi suoi splendori, per adimostrarcela piena della sua grazia e vero tempio di lui.

Oltre la loggia anzidetta, apresi la veduta di un’orto rigoglioso di viridi piante; rappresentazione cotesta che accenna all’orto chiuso della Cantica, nel quale Chiesa Santa adombrò la virginità di Maria, siccome sposa intemerata del Paracleto.

Un altro simbolo è la colomba espressa sul piano, in atto di protendere il becco per pigliare il pomo che giace sulla base dell’inginocchiatoio: essa significa la futura felicità che ne sarebbe venuta all’umano genere per la incarnazione del Verbo eterno, siccome Eucherio dichiara. Infatti, per il peccato del primo parente ( figurato qui nel pomo) perdette l’uomo la grazia del suo Creatore, e per riaverla faceva duopo che l’increata Sapienza scendesse di cielo e vestisse spoglie mortali; perciò la sua apparizione era l’annunzio della felicità futura, era la colomba, figurata nelle sacre Carte, che recava alla famiglia noetica la consolante notizia, essere la terra già uscita dalle acque desolatrici, e germogliare in essa il pacifico ulivo .

In cotal modo Tiziano compose ed espresse questa sacra storia. Come egli la colorisse, lo diranno il tono robusto delle tinte, l’impasto delle carni, l’effetto del chiaroscuro, la magia con cui seppe magistralmente legare il campo con le figure, la quiete, infine, che domina in tutto il dipinto, la quale si pone in accordo con il soggetto tutto pace ed amore celeste.

Che se alcuno vi fu, che avrebbe desiderato vedere di più snele forme plasmato l’Arcangelo, onde addimostrarlo, come conveniva, spirto piuttosto che corpo reale, ciò non è che piccolo neo appetto ai molti e grandi pregi di cui s’infiora il dipinto; il quale, al dir degli storici, destò general maraviglia allora che fu prodotto alla pubblica vista. Certo è che la viva espressione dell’interno e dell’animo, osserva lo Zanetti, qui significata con alta intelligenza, fa palese quanto Tiziano sapesse sollevarsi oltre la imitazione fedele del naturale esteriore, come taluno volle limitare il suo pittorico ingegno.

Viveva egli tuttavia, quando venuto a morte l’ordinatore del quadro in parola, Melio da Cortona, col testamento 31 ottobre 1555, rogato in atti di Andrea de Cavanis, lo lasciava alla confraternita di San Rocco a cui era ascritto qual confratello fin dal 1539. Questo Melio era giureconsulto chiarissimo, e passato alla seconda vita nel novembre o dicembre del citato anno 1555, veniva sepolto nella chiesa di San Sebastiano. Il punto del testamento citato è il seguente, edito dall’illustre Cicogna, nella sua opera le Inscrisioni Veneziane, Vol . IV. pag. 141. “Voglio et ordino chel mio quadro l’Annunciata della Sacratissima Verzene, di mano de mis. Titiano, qual ho in casa, sia portato dopo la mia morte et consegnato al mag. Guardian et compagni della nra scuola de S. Rocho, quali debbano metter nel albergo o nella salla come meglio a loro parerà, et in caso che non lo volessero, che nol credo, voglio sia dato et consegnato al R.do abbate et monachi de S. Michiel da Muran quali siano tenuti metterlo in la sua chiesa in loco libero et non sogetto ad altri“. Oltre al detto quadro legò alla scuola medesima, vari effetti preziosi, ed una casa nella villa di Marocco, ed altri beni ne territori di Treviso e di Padova, alfine di maritare donzelle.

La corporazione di San Rocco accettò i legati; e poichè disposto aveva che l’albergo e la sala avessero decoro di pitture eseguite tutte per mano di Jacopo Tintoretto, collocò l’opera di Tiziano sulla scala, a dir vero troppo alta perchè se ne potesse ammirar la bellezza. Commise poi al Tintoretto suddetto di eseguire un altro dipinto che a questo facesse riscontro, ed egli espresse la visita della Vergine a Santa Maria Elisabetta, cercando d’imitare l’inarrivabile suo precettore. (1)

(1) Francesco Zanotto. Pinacoteca Veneta ossia Raccolta dei migliori dipinti delle chiese di Venezia. Volume II. Venezia Giuseppe Grimaldo 1860.

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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