Venezia la città della Vergine

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Giovanni Bellini. Madonna in trono e il doge Agostino Barbarigo tra San Marco e Sant'Agostino. Chiesa di San Pietro Martire a Murano. (foto dalla rete)

Venezia la città della Vergine

Venezia può essere definita la città della Vergine. La tradizione che attinge a lontane notizie leggendarie fa coincidere l’origine della città con il presunto decreto di Narsete con il quale nella festa dell’Annunciazione dell’anno 421 veniva stabilito di erigere la chiesa di San Giacometto di Rialto. Quello fu sempre reputato il giorno natalizio di Venezia e secondo il costume veneziano il 25 marzo cominciava l’anno civile. Alla Vergine fu dedicata la cattedrale di Torcello, storicamente la più antica dell’estuario, eretta nel 639, e dello stesso titolo si fregiava la chiesa dell’antica Malamocco, una delle prime sedi episcopali delle lagune. Nel gruppo delle chiese realtine che la tradizione fa risalire a San Magno l’unica dedicata alla Vergine è quella di Santa Maria Formosa.

Nel corso dei secoli numerose chiese e oratori furono dedicati alla Vergine. Gli altari, le volte, le pareti della Basilica di San Marco esaltano ripetutamente la Madonna con statue e mosaici. Il Palazzo Ducale dai portici, alle logge, alle sale dove i magistrati sedevano a consesso e, dove e dove nel segreto si vegliava sulla sicurezza dello Sato, c’era un posto d’obbligo per una pia immagine che risvegliasse il pensiero della fede e richiamasse al dovere della giustizia nel condurre a compiacimento o più alti incarichi civili.

Statue e quadri della Vergine evevano un posto preminente nella pietà religiosa. Talvolta un’immagine venerata dal popolo in un pio tabernacolo esposto sulla pubblica via diede origine a qualche splendida chiesa. Altre immagini giunsero dall’Oriente e la soave attrattiva che sempre circondò le icone stimolò i fedeli ad erigere altari e a celebrera feste solenni. Qualche statua che la città venerò per secoli con intensità di fede si diceva giunta prodigiosamente per via mare.

Con l’avvicendarsi dei tempi non poche cause contribuirono all’affievolirsi della devozione verso alcune immagini prima fervivamente venerate. Alcune formi di devozione scomparvero totalmente e le memorie dell’antica pietà religiosa sono ora affidate soltanto agli scritti storici. Alcune imagini, essendo state distrutte o chiuise al culto le chiese dove prima erano venerate, dovettero essere trasferite in altri luoghi sacri e la devozione secolare rapidamente venne meno. Altre immagini restarono nei luoghi di origine, ma poiché il loro culto era strettamente legato alla vita religiosa della repubblica caddero nella dimenticanza quando Venezia fu scoronata della sua gloria millenaria. Solo la devozione alla Nicopeia e alla Madonna della Salute non conobbero tramonto fra tante mutevoli vicende.

Il culto della Vergine, in origine connesso principalmente con le chiese ad esse dedicate, nel succersi dei tempi si erricchì di nuove forme di devozione. I domenicani si fecero sempre promotori del culto verso la Madonna del Rosario e nella chiesa di San Giovanni e Paolo, come in quella dei Gesuati, dove rimasero fino alla caduta della repubblica, lasciarono tracce profonde della loro devozione alla Vergine. I carmelitani alimentarono i cenacoli di pietà mariana nella Chiesa dei Carmini, dove rimasero dal 1286 al 1810, e nella Chiesa di Santa Maria di Nazareth o degli Scalzi che cominciarono ad erigere nel 1660. Altre congregazioni religiose contribuirono afficacemente a diffondere la devozione verso la Vergine, come i frati di Santa Maria della Grazie dell’ordine di San Girolamo, i religiosi di Santa Maria dei Crociferi e di Santa Maria dei Servi e i canonici di Santa Maria della Carità.

Tra le Scuole Grandi che si proponevano la diffusione del culto mariano vi era la Scuola di Santa Maria della Carità, istituita nel 1269, e la Scuola di Santa Maria del Carmine riconosciuta con il titolo di Scuola Grande dal Consiglio dei Dieci con decreto del 27 gennaio 1767. La Scuola della Misericordia, dedicata alla Madonna e fondata nel 1303, il 24 agosto 1493 dichiarò sua protettrice l’Immacolata e cominciò a celebrae la festa con grande solennità.

Delle numerose Arti che fiorivano a Venezia non poche erano poste sotto la protezione della Vergine. L’Arte dei Fontegheri (addetti al fondaco della farina), trasferisce nel 1530 da San Silvestre e Sant’Aponal, si raccoglieva intorno all’altare dedicata alla Natività di Maria Vergine. I Varoteri (pellicciai) erano consacrati alla Visitazione. A San Giacometto di Rialto la Scuola dei Gabeladori (vagliatori di grano) venerava l’Annunciazione. Pure all’Annunciazione erano dedicate le Arti dei Gallineri a San Giovanni Elemosinario, dei Garzotti (cardatori) a San Simeon Grande, dei Sotti (Zoppi) che avevano il loro oratorio in Campo Sant’Angelo, dei Marangoni (falegnami) nella Chiesa dell’Ascensione, dove rimasero fino al 1463. La Scuola dei Casselleri (costruttori di casselle) a Santa Maria Formosa e quella dei Botteri (bottai) nel Chiesa dei Crociferi erano sotto la protezione della Vergine della Purificazione. I Burcheri da rovinassi (barcaroli da rovinacci), i Cavafanghi, i Burchieri da stiore (barcai da stuoie) e i Burchieri da legne veneravano l’Assunta e avevano il loro altare nella chiesa di San Gregorio. Pure sotto il patrocinio dell’Assunta era la Scuola dei Tappezzieri, passata da San Felice a San Gallo e a San Fantino la Scuola dei Marzeri (merciai) fondata il 23 marzo 1446 nella Chiesa delle Vergini e trasferitasi più tardi a San Daniele. La stessa Scuola aveva un altare dedicato all’Assunta nella Chiesa di San Giuliano e su di esso vi era una tavola di Gentile Bellini. I Battioro Stagnoli (fabbricanti e venditori di oro in foglia e stagnola) si raccoglievano a San Francesco della Vigna nella Cappella Santa e il 5 agosto festeggiavano la Madonna della Neve. Pure alla Madonna era dedicata la Scuola dei Fornai a Santa Maria del Giglio e l’Arte dei Cerchieri nella Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio o San Trovaso.

I patrizi volevano un segno cristiano affisso sulle pareti esterne dei loro palazzi ed oggi ancora sulla facciata di molti sontuosi edifici si possono scorgere archi, nicchie e bassorilievi decorati con l’immagine della Vergine. Il popolo in ogni angolo della città erigeva edicole e altarini, detti “capiteli“, e nei campielli e nelle calli ogni sera venivano accese delle lampade devote che risvegliavano nei passanti pii sentimenti di fede e stimolavano alla preghiera. Nel “capiteli” erano esposte e venerate le immagini religiose che troneggiavano con solennità sugli altari della chiese e la pietà del popolo deponeva i suoi fiori davanti ad ogni effige gelosamente custosita.

Un’altra nota singolare pietà è costituita dalle immagini della Vergine collocata in tutti i posti di traghetto della gondole. Ora è un piccolo tabernacolo eretto sulla parete di un palazzo vicino ora è un altare eretto con semplicità ora è un palo che sorregge una piccola edicola nella quale è custodita un’immagine che di giorno si specchia nell’acqua di notte la lampada che la illumina getta un raggio di luce sull’acqua increspata.

Un posto preminente nella glorificazione della Vergine spetta all’arte veneziana che nei vari secoli e nel mutare degli stili si è costantemente ispirata ai motivi religiosi. Gli antichi mosaicisti, i primi pittori che si esprimevano nelle forme tradizionali del linguaggio bizantino, i maestri gotici e quelli rinascimentali, gli artisti del Seicento e del Settecento fino ai più recenti hanno sempre raffigurato la Vergine nei più soavi atteggiamenti, unendo ai pregi dell’arte schietta ispirazione religiosa. (1)

(1) Don Silvio Tramontin (a cura di). Il Culto dei Santi a Venezia. Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1965

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