La Cavallerizza della Serenissima a Monopoli, in Puglia

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La Cavallerizza di Nonopoli (foto dalla rete)

La Cavallerizza della Serenissima a Monopoli, in Puglia

Sembra strano eppure sorta dalle acque, cresciuta e arricchita tra il mare e le galere, Venezia ebbe sempre una predilezione per i cavalli.

Fin dai tempi più antichi dalle foci del Tagliamento e quelle del Piave che si protendevono nell’estuario è probabile fiorissero le belle razze dei cavalli veneti, affini a quelle arabe, e poi divenute famose nei circhi di Roma. Certo che la vecchia terra veneta fu sempre feconda di cavalli e le sue razze equine godevano di molta rinomanza gareggiando con le migliori, le più forti e le più apprezzate dell’Europa.

Così anche Venezia, sebbene città eminentemente marittima ebbe la sua affezione per i cavalli, e come la ebbe in quei tempi lontani! poichè perfino i magistrati nelle loro toghe severe andavano in Palazzo Ducale al trotto dei loro cavalli e la storia ricorda, come una strana curiosità, che sull’area detta Terranova, dove adesso verdeggiano i giardini reali, dopo i pubblici granai di San Marco, si alzavano le scuderie dei dogi, e vengono citati i due dogi Lorenzo Celsi nel 1361 e quarant’anni più tardi Michele Steno come i possessori delle più razionali scuderie che allora fossero in Italia.

Ma questo del cavalcare non era un lusso riservato solamente ai dogi, tanto è vero che nel 1392 fu proibito nei giorni festivi, per il grande concorso di gente, di percorrere la “merceria” a cavallo, e negli altri giorni gli animali dovevano esser forniti di una sonaglieria sotto pene di grosse multe, e nei casi recidivi di qualche mese di prigione.

Ogni albergo, di qualche importanza, aveva la sua ampia e ariosa scuderia, e il prezzo dello stallaggio era fissato a sei soldi per giorno e per cavallo, a cui si dava paglia, fieno e un quartarolo e mezzo di avena, mentre appositi stallieri eran destinati alla pulizia e alla custodia degli animali.

Il Filiasi, nel suo “Saggio sull’antico commercio dei Veneziani” racconta che il lusso e la mania dei Veneziani per i cavalli erano giunti a tale da voler dare ad essi ciò che natura aveva ad essi negato, e i patrizi li tingevano di un bel colore di arancio dorato che veniva da una pianta recata da Cipro, dove germogliava rigogliosa, il cui nome non giunse fino a noi ma che aveva, si dice, le foglie simili alla mortella (mirto). E quando nacque la famosa Compagnia della Calza sotto il doge Michele Steno, fomata da giovani nobili e ricchi, i cavalli più belli furono per loro, adorni di gualdrappe d’oro e d’argento e tutte le cronache parlano con ammirazione degli sponsali di Jacopo Foscari con Lucrezia Contarini avvenuti nel 1442 in cui l’accompagnamento solenne era di quaranta patrizi superbamente vestiti su destrieri magnifici, preceduti e seguiti da famigli con vestiti di seta, da soldati, da suonatori e sopra un ponte di barche sul Canal Grande, passarono da San Samuele e San Barnaba dove abitava la sposa.

Ma la vera e propria cavallerizza della Repubblica, sia per provvedere ai rifornimenti delle razza locali, sia per mantenere in efficienza i reparti di truppe montate, la si ebbe nelle terre pugliesi quando la flotta di Antonio Grimani prese le città di Monopoli, Polignano e Mola nel 1497, e dopo un anno, su quella pianura ubertosa presso Monopoli, sorgeva la grande cavalerizza della Serenissima, ricca nel 1500 di venti magnifici stalloni, duecentocinquanta cavalle, presumibilente duecentocinquanta puledri e richiedeva per le sue spese da centosettanta a duecento ducati mensili. Fra un “allevamento” modello e l’antica selva di Alberobello, poco distante da Monopoli, forniva alla Repubblica superbi destrieri per le sue milizie equestri, tenace legname per le sue galere destinate a gloriose imprese, carbone e salnitro per il fuoco delle artiglierie, e anche saldo legno per la costruzione dei palazzi lagunari.

Ma nel 1530, il 21 febbraio, il rosso gonfalone del Leone di San Marco discese dalle torri di Monopoli, Venezia era stata costretta e cedere le terre di Puglia all’imperatore Carlo V, e così la famosa cavallerizza rimase deserta e poi venne distrutta, ma la passione per i cavalli restò incorrotta, come innata tradizione nel sangue, dei ricchi patrizi.

Ancora oggi abbiamo nella città delle gondole due località che si possono chiamare col nome di “cavallerizza“; la prima a San Giovanni e Paolo, dietro la chiesa, la seconda nell’Isola della Giudecca, poco distante dalla fondamenta di Sant’Eufemia. Entrambe vennero aperte nella seconda metà del Seicento e potevano contenere ciascuna da sessanta a settanta cavalli, ma la più ricca, la più sontuosa per feste e per giostre era quella si “san Zanipolo” fondata da una società di patrizi. Racconta il canonico Cristoforo Ivanovich nella sua “Minerva al tavolino” che “in primavera si danno molti esercizi cavallereschi alla Cavallerizza, et concorre il meglio della città a questi esercizi curiosi per la pompa e per lo splendore“. E sappiamo dal buon canonico che Geremia Loredan e Alvise Priuli vi mantenevano ciascuni otto magnifici cavalli, e alle sue feste prese parte nel 1679 anche Ferdinando Gonzaga duca di Mantova. I cavalli finirono per sempre nel 1762. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 28 giugno 1933.

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