Il bando della Compagnia di Gesù da Venezia

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Antonio Canal detto il Canaletto. La Dogana e il Canale della Giudecca. Milano, collezione Mario Crespi. Al centro (edificio scuro con finestre) il convento dei Gesuiti.

Il bando della Compagnia di Gesù da Venezia

Per mali offici et per mali fini in pregiudicio del buon governo et della quiete di questa Repubblica” con decreto senatoriale del 4 giugno 1606 Venezia bandiva da qualsiasi luogo dei suoi Domini la potente Compagnia di Gesù. Papa Paolo V protestò, protestarono pubblicamente i cardinali spagnoli Sfondrato e Giustiniano, ma la Repubblica tenne duro e quel decreto, che approvava ufficialmente l’ordine di partenza emanato dai Dieci alcuni giorni prima, fu pubblicato a San Marco, a Rialto ed in tutte le città della terraferma.

All’ordine perentorio i Gesuiti chiamarono a raccolta gli aderenti nella loro chiesa e nel loro convento di Santa Maria della Umiltà alla Salute, chiesa e convento demoliti nel 1824 per ampliare l’orto dell’attuale Seminario. Ma vigilava Girolamo Nodaro, cancelliere ducale, il quale entrato in chiesa e visti moltissimi giovani “et quasi trenta gentilhomeni in veste et gran moltitudine di donne d’ogni conditione che erano ne’ confessionali, o sedendo sopra banche o stando ginocchioni“, fece chiamare il priore padre Baron, dando ordine di sgombrare chiesa e convento. Accorsero gli sbirri condotti da un capitano del Consiglio dei Dieci “et sgombrate le strade et chiuse le porte non si permesse che v’entrasse alcuno“.

Nella notte si vide nel convento un gra fuoco di scritture e di carte e con grandi cautele un andirivieni di barche che trasportavano fuori colli e casse. Il giorno dopo verso sera uno dei Capitan dei Dieci, Lorenzo Michele, con alcuni fanti, d’ordine del Consiglio, imbarcava i padri Gesuiti sulla galera di Jacopo Chiarelli che aspettava alle Zattere, presso il Ponte della Dogana e per la via di Chioggia li condusse fin sopra i confini del ferrarese.

Dopo qualche giorno visitata la chiesa di Santa Maria dell’Umiltà, si ritrovò che erano scomparsi calici, patene, ostensori e lampade d’oro e d’argento, ricche drapperie e pregevoli opere d’arte “et nel convento si trovò corizuoli (crogioli) et un fornello grande di ferro” per fondere metalli. L’oro e l’argento erano stati fusi. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 2 maggio 1926.

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