I Persiani a Venezia

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Ruga Giuffa. Sestiere di Castello

I Persiani a Venezia

Il commercio di Tauris (Tabriz) che concentrava quello della Persia e dove concorrevano principalmente le produzioni asiatiche fu assai vagheggiato dai Veneziani. Le merci dell’Asia orientale venivano portate a Campion (Cantcheu), quindi a Balxian (Badkhchan), e attraversando il deserto pervenivano a Tauris. Quelle dell’Asia meridionale erano portate per il golfo Persico a Bassorah, dove concorrevano anche le mercanzie dell’Arabia e delle coste di Etiopia, e si operava il cambio con quelle della Cina e dell’Asia settentrionale, quindi seguitando lungo il Tigri attraversavano la Persia e giungevano esse pure al grande emporio di Tauris.

Tauris, l’antica reggia dei Medi, fu per lungo tempo residenza dei sovrani di Persia; collocata in sito salubre, comodo e facile al traffico, ed in relazione con gli empori di Samarcanda, Bukara, Bolkar ed Otrar, e con quelli di Bassorah e di Ormus, non poteva essere in posizione più favorevole al commercio. Le vie dell’Armenia, di Trebisonda e della Siria la ponevano in comunicazione con il mar Nero e col Mediterraneo, e da esse riceveva in cambio le merci d’Europa.

I Veneziani non potevano trascurare emporio così prezioso, e per favorire il commercio con quella piazza si hanno precise notizie fin dal secolo IX di trattati conchiusi dal doge Pietro Orseolo coi Saraceni, quindi con i re cristiani di Gerusalemme, i soldani d’Antiochia, di Tripoli, di Beiruth, i re d’Armenia, gli imperatori di Nicea e di Trebisonda, i soldani d’Aleppo, di Babilonia, di Rumili e gli imperatori dei Tartari. Flotte veneziane in squadre chiamate mude, veleggiavano per assicurare la libertà del commercio intorno alla Tauride e lungo le coste di Trebisonda, di Bitinia, di Paflagonia, di Cilicia e della Soria. Stabilimenti e Consolati Veneziani nel mar Nero si ricordano fin dal secolo XIII; viaggiatori veneziani nelle regioni interne dell’Asia, i Polo, fin dal 1250; ambasciatore in Tauris, Marco Cornaro, nel 1319, in Armenia Giorgio Dolfin, a Trebisonda Nicolò Quirini nel 1349.

I mercanti persiani e gli armeni che facevano il commercio veneto-persiano, anche durante le guerre con la Turchia, erano particolarmente accetti e favoriti dai Veneziani. Allorquando Uzunhasan si insignorì della Persia e dell’Armenia, e conchiuse alleanza con la repubblica negli anni 1470-73, crebbero i favori verso quelle nazioni. 

Dei Persiani esistono vaghe tradizioni di un antichissimo fondaco, situato a San Giovanni Grisostomo sul rivo che mette al canal grande, dirimpetto al fondaco dei Tedeschi, anche se queste tradizioni non reggono ad una critica severa. Egli è certo che nel secolo XVII i Persiani albergavano nel fondaco dei Turchi a San Giovanni decollato, ma separati dai sudditi del gran signore. Mediante decreto 10 giugno 1662 dei cinque Savi alla mercanzia, furono con tale condizione obbligati i Persiani a passare nel fondaco dei Turchi; ed il successivo decreto 16 giugno dello stesso anno stabiliva pene di bando e di galera a quei Persiani che continuassero a soggiornare in case private e non andassero con le loro mercanzie nel fondaco.

La famiglia Sceriman di Djulfa d’Ispahan era la più illustre e ricca delle famiglie persiane stabilite a Venezia; e nel secolo XVII la sua casa commerciale era una delle più considerevoli d’Europa, e  la famiglia patrizia Boldù, illustre per fasti militari e per senno civile, era pure di origine persiana.

Merci che da Venezia si esportavano nella Persia erano: panni tessuti d’oro, d’argento ed a varii colori, velluti, damaschi, stoffe di lana e di seta, fili d’oro, d’argento e galloni, cera lavorata, zucchero raffinato, mercurio, vetriolo, cinabro, arsenico, canfora, cremor di tartaro, teriaca, casse di noce, cordami, carte da giuoco, moneta, armi, acciai, ferrareccie, aghi, carta, stampati, chincaglie, vetri, specchi e conterie. A Venezia si fabbricavano per il commercio asiatico gli ormesini, specie di drappo di seta, così nominato da Ormus. L’arte vetraria, e particolarmente quella del coloramento alla pasta vitrea, produceva coroncine di vetro colorato, e le margarite  che venivano messe negli abiti, negli addobbi, e perfino adoperarle come segno di dignità, ed era costume persiano che le donne dovessero portare in dote uno specchio di Venezia.

I veneziani importavano dalla Persia,  panni di seta, di lana, di pelo di cammello e di capra, rasi con ricami tessuti d’oro, tappeti di Persia e di Caramania, cammellotti, mussuline, particolarmente da Mussul presso Mardin, abbondante di cotoni, cordovani rossi e gialli ed altre pelli in genere, pesce secco e salato, beluga del Caspio, argento ed oro in polvere tratti dai fiumi di Bukaria, rame delle miniere di Tokat, datteri di Bassorah, pepe, tabacco, indaco, allume, zucchero, galla, zenzero, zafferano, rabarbaro, gomma, miele, sale di Bukaria, sale ammoniaco, bitumi, tra cui la nafta ed il celebre mum, droghe diverse, erbe medicinali, cera, perle di Ormuz, lapislazzuli, turchesi ed altre pietre preziose, lavori ed intarsiature alla agemina, così detti da Agem, nome col quale gli Arabi indicano le terre ad essi straniere ed in particolare la Persia; e finalmente la seta greggia di cui incomparabilmente abbondavano le provincie persiane situate sul Caspio, Astrabad, Mazanderan, Schirvan e sopra tutte il Ghilan, la cui seta in natura ed in manifatture era riputata la migliore di tutta la Persia.

Ma le condizioni politiche ed economiche della repubblica, e le vicissitudini del commercio e della navigazione delle potenze europee, andarono togliendo poco a poco ai Veneziani il primato nel traffico della seta e di tutte le merci persiane. Dopo l’invasione dei Mongoli, che, sorpreso il floridissimo emporeo della Tana (1414), vi trucidarono i veneti mercanti e misero a ruba i loro fondachi, e dopo la conquista di Costantinopoli (1453) che chiuse il mar Nero alla navigazione degli Europei, i Veneziani, rinnovati gli antichi trattati coi soldani di Egitto, ai quali era soggetta la Palestina e la Siria, avevano ricondotto nel Mediterraneo il commercio della Persia e delle Indie, fino alla scoperta del giro del capo di Buona Speranza.

Ma i Veneziani non vollero abbandonare una navigazione antica, viva, certa, per seguirne una nuova, incerta, lontana e contrastata da molti. Senonchè la nuova via delle Indie, e la formazione delle grandi compagnie di navigazione, congiunte alle altre fatali e ben note circostanze politico-economiche della repubblica, fecero irresistibilmente decadere il commercio dei Veneziani con la Persia. (1)

(1) Guglielmo Barchet. La Repubblica di Venezia e la Persia. Torino 1865

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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