Il lusso nel Settecento, poppe posticce e deretani falsi

0
418
Pietro Longhi. Il parrucchiere. Museo del Settecento Ca' Rezzonico - Venezia

Il lusso nel Settecento, poppe posticce e  deretani falsi

La mania del lusso nel Settecento era divenuta universale: le mogli e le figlie dei negozianti e dei bottegai volevano imitare le patrizie nello sfoggio e nella bellezza delle vesti, sembrano loro che soltanto vestite alla nuova moda “de la piavola de Franza” potevano aver diritto all’ultrui rispetto e interesse.

Il satirico poeta Dotti aveva sferzato quelle ridicole vanità: “moglie, figlie e nipotine, tutte vestono in mantò, tutte d’or le pettorine, e le cuffie di ponsò. Sulla gonna a falbala, nella fodra un piestè, per sottana un taffetà e le calze bien brodé“, ma senza costrutto, come pure invano minacciavano i provveditori alle pompe punizioni e castighi.

Le leggi però, con inutile persistenza, continuavano a combattere il lusso, comminando pene severe ai merciaioli che vendessero stoffe e guarnizioni proibite, indicando il modo come dovevano essere lavorate e ornate le vesti, ordinando di bruciare nel cortile del Palazzo Ducale le poppe posticce e i deretani falsi che venivano di Francia e vietando gli abiti che non fossero “di sola seda schietta et senza ornamenti di sorta“. Proibiti i manicotti di pelli rare, i drappi d’oro e i veli ricamati in argento, le maniche aperte, lunghe e pendenti, i monili smaltati, la agate, le corniole e gli aghi da tseta di filagrana, i guanti adorni di perle e i ventagli preziosi.

Nel 1781 il Maggior Consiglio sollecitava il Senato a provvedere contro il lusso che dissipava tante ricchezze, poiché “lo spirito di vanità e leggerezza si riproduceva di continuo in aspetti diversi e tanto più nocivi al sistema del nostro governo, quanto più lo sconcerto rende impotenti li patrimoni dei cittadini al servizio della Patria“. Fatica sprecata; il lusso continuava, anzi cresceva e quando si maritò Polissena Contarini con Alvise Mocenigo di San Stae aveva sulla sua persona tremilacinquecento brillanti che pesavano circa grammi millenovecento, quattrocentocinquanta perle e centonovanta rubini.

I gioielli delicati e graziosi del Settecento scintillavano alle orecchie, sulle mani, sulle braccia, sul capo, sul seno e tanta era la vanità e la moda che portavano gioie false quelle donne che non potevano averle buone e si vedevano “de perle anca i manini, ma de pasta de Muran“.

Perfino “li ventolini di vari fogliami adorni” descritti nel Cinquecento da Giacomo Franco si trasformarono nel Settecento in larghi e splendidi ventagli, fregiati di perle e di gemma, coi manichi di tartaruga, d’avorio, di madreperla o d’oro e talvolta con due lenti o due specchietti rinchiusi in bastoncelli tondi o piatti.

Le acconciature poi non conobbero limit, i “tupè” s’innalzavano a piramide, a vascello, a paniere, a ventaglio, a martello e c’erano anche le acconciature sentimentali, “au sentiment“, coi ritratti della madre e dei figli in miniatura, il canarino impagliato, i capelli dell’amico del cuore intrecciati e sostenuti con spilloni d’oro. Quando la nobildonna Ortensia Malipiero passeggiava per il “Liston di San Marco” pareva “un catafalco indian che se movesse” tanta era la pompa e l’esuberanza con cui il “conzateste” l’aveva acconciata. E tra le cittadine, per la loro ricchezza nel vestire alla moda francese, erano dal popolo ammirate Antonia Perazzo, Zanetta Casser, Felicita Colombini e tante altre che con il loro lusso volevano far concorrenza alle lussuose patrizie.

Era una mania che conduceva alla rovina economica e accanto al lusso smodato delle vesti, dei gioielli, della casa, non pochi patrizi consumavano, non solo le loro rendite, ma anche i capitali con il gioco, con i banchetti, con le feste. Le ipoteche intanto gravavano sulgi stabili, dice il Costantini, e i creditori sospiravano i pagamenti. Si ricorreva allora al credito largo e facile dei conventi pagando gli interessi e lasciando agli eredi la cura di soddisfare il debito intero. E fu questa la causa principale della subita rovina di molte case patrizie, poiché caduta la Repubblica e soppresse le confraternite religiose si dovettero vendere palazzi, campagne, gioielli per pagare i crediti dei conventi, che il nuovo governo esigeva senza indugio.

Ben a ragione la musa popolare anonima si scagliava contro il lusso: “Pianzarave da despeto, qualche volta co ghe penso, al gran lusso maledeto, introdotto in sta cità“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 27 settembre 1929.

Print Friendly, PDF & Email

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.