Il “penèo” (pennello) del bragozzo chioggiotto

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Bragozzo chioggiotto, con il penèo sul trinchetto. Padiglione delle Navi.

Il “penèo” (pennello) del bragozzo chioggiotto

A partire dalla fine del 1700 nelle barche da pesca dell’Alto Adriatico, dalla Romagna all’Istria, comparve in testa d’albero un segnavento di fattura artistica con una simbologia costante che, lungo la costa chioggiotta, diventa particolarmente complessa e ricca di elementi allegorici. E’ il cosidetto “penèo“, che abbelliva l’albero maestro, e talvolta il trinchetto, di bragozzi e tartane. Era realizzato con legno, stoffa, metallo e spago. I pescatori lo costruivano con il “cortèo da ponta“, un coltellino di piccole dimensioni usato di norma per preparare le reti da pesca, ma ottimo amche per intaglaire il legno.

Il tradizionale “penèo” chioggiotto è costituito da due telai sovrapposti e di grandezza diversa, unite da assicelle orizzontali dette “sgùre” (perché simili nella forma alla “sgùra“, termine dialettale con cui si indicava la ribòlla). Guardando il “penèo” sopra appeso, si può vedere che nel telaio inferiore e più grande sono raffigurati i SS. Felice e Fortunato, protettori di Chioggia, mentre in quello superiore compaiono i simboli sacri della Passione di Gesù Cristo: la croce, la lancia con cui fu colpito il Salvatore, l’asta con la spugna inbevuta di fiele, la scala, i dadi e il sole e la luna, rappresentanti il giorno e la notte, la vita e la morte.

I telai sono sormontati da un “pupolòto” (un piccolo uomo), molto spesso vestito da marinaio, che sostiene un’asta su cui viene fatta sventolare una bandiera, e da due “felisse” (cioè due fenici; la fenice è il favoloso uccello che rinasce dalle proprie ceneri) tra le quali sono appese “i tre viaòri” (i tre viandanti), cioè le tre stelle della cintura di Orione (ma secondo una tradizione diversa indicherebbero il numero dei figli del proprietario dell’imbarcazione). La banderuola era ulteriormente arricchita da “sangài” (merletti di Sangallo), nastri, “fiàmole” (bandierine) e “manzi” (globi costruiti con due anelli metallici intersecati e foderati di stoffa, che probabilmente richiamano le sfere di coronamento delle aste degli standardi in uso nella Repubblica Veneta).

Il “penèo“, nato come sempice segnavento, perse in seguito l’originaria funzionalità (come dimostra la sua pesantezza strutturale) e diventò un simbolo religioso con finalità apotropaiche e scaramantica. Per la sua delicatezza era sostituito da una “scoèta” (scopino). In Istria (dove era chiamato “simaròla“) e in Romagna il “pèneo” era di semplice fattura, spesso costituito solo da elementi geometrici, mentre i simboli della Passione di Cristo compaiono anche sui segnavento di barche francesi, inglesi e olandesi della stessa epoca.

Dalla fine del 1800 il “pèneo” tende a scomparire,. Ne resta traccia però negli schizzi di Aristide Naccari e nelle “Annotazioni pescereccie” di Angelo Marella (rispettivamente disegnatore ed erudito chioggiotti del XIX secolo), ma anche nei quadri del famoso pittore di marina E.W. Cook (1811-1880).

Oggi si possono vedere “pènei” originali al “museo della Laguna Sud” di Chioggia e in quello di “Storia Naturale” di Venezia, mentre “penèi” moderni sventolano in testa d’albero nei “topi” da diporto che hanno fatto prorpia una tradizione a loro un tempo estranea. (1)

(1) Michela Naccari. Museo Storico Navale di Venezia

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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