Quando Iosef Nassì voleva trasformare l’isola di San Giorgio in Alga in  una colonia ebraica

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Francesco Guardi. L'Isola di San Giorgio in Alga (foto dalla rete)

Quando Iosef Nassì voleva trasformare l’isola di San Giorgio in Alga in una colonia ebraica

Il 23 novembre 1569, il patrizio Antonio Barbaro, ambasciatore veneto a Costantinopoli, scriveva alla Signoria: “da diverse parti mi vien riferito che domino Iosef Nassì parla così liberamente che questo Signor Sultano Selim sia per fare l’impresa di Cipro come se fusse za deliberata“.

Era Giuseppe Miques della famiglia Nassì nato ebreo in Portogallo. La paura lo aveva costretto ad abbracciare il Cristianesimo, ma nel cuore, attaccato alla fede avita, covava un profondo odio contro tutto quello che fosse cristiano. Fuggito dal Portogallo per congiura contro lo Stato si recò ad Anversa nel Belgio, dove con raggiri sposò l’unica figlia di una tale Beatrice di Luna, portoghese e ricca a milioni, riparò poi con la famiglia a Venezia, “che per la libertà et sicurtà era reputata patria comune et rifugio di tutti“.

Nelle lagune fece subito relazione con parecchi ebrei emigrati di Spagna e, meditando di ritornare al giudaismo chiese al Senato una delle tante isolette dell’Estuario per fondarvi una colonia ebraica: dice il Navagero fosse l’isoletta di San Giorgio in Alga.

Il Senato rifutò recisamente, anzi il Consiglio dei Dieci fece capire al portoghese di starsene ben quieto con i suoi correligionari “et di non fare divulgation ribelli“, e il Nassì, indispettito per il suo bel sogno crollato, partiva da Venezia il 20 marzo 1567 con alcuni ebrei di Spagna, recandosi a Costantinopoli. Però, prima di partire, volle nella sinagoga del Ghetto vecchio riabbracciare la fede ebraica e, giunto a Costantinopoli, tanto operò con maneggi ed astuzie da riuscire il favorito del sultano Selim, ottenendo in dono una contea nell’isola di Andro e il titolo di duca di Nasso, isola dell’arcipelago greco.

Ma un nuovo odio si era fatto strada nell’animo suo contro la Repubblica veneta ostile al progetto coloniale, e fu lui che, dominato dall’odio, sollecitò e convinse il Sultano alla conquista di Cipro. E davanti ai visiri, ai pascià, agli ulema dimostrava che l’isola di Cipro, la perla veneziana, era indispensabile per la potenza turca nel dominio del Mediterraneo, necessaria per soccorrere i turchi d’Africa contro la Spagna, essenziale per proteggere l’Egitto e le coste dell’Asia Minore, importante per agevolare i pellegrini che si recavano alla Mecca. Selim, al gran disegno, esclamava: “Se avremo quell’isola tu sarai re“.

Così verso la fine di gennaio 1570 “senza niuna causa” la Turchia assaliva improvvisamente la capitale Nicosia, nel settembre Famagosta, centro commerciale dell’isola.

Il Consiglio dei Dieci, sapendo “di la grande extimation che ha tutta la natione ebrea di questo marrano Iosef Nassì qual è tenuto capo principal” considerò tutti gli ebrei come promotori della guerra disastrosa e li bandiva da Venezia per soddisfare l’opinione pubblica tutta contro di loro. Ma Giuseppe Nassì non divenne mai re di Cipro, poiché la vittoria di Lepanto vendicò per il momento Nicosia e Famagosta, troncando i sogni dell’avventuriero duca di Nasso. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 12 agosto 1927

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