La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XV parte

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Mappa storica del Friuli

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XV parte

Sconfitta dei Veneziani nel Vicentino

Tuttavia al crescere del pericolo, buoni rinforzi di nobili e popolani andarono alla difesa di Padova e di Treviso, nel mentre che l’Alviano, proseguendo la sua marcia, aveva saputo così bene recare ad atto il suo divisamento, che il Cardona già si trovava a pessimo partito; mancanti le vettovaglie, stretti e difficili i luoghi per cui aveva a passare, grossi presidi veneziani da combattere e respingere; perciò nella disperata sua condizione, disperatamente risolvendo, decise aprirsi con la spada il passaggio attraverso il campo dell’Alviano. E benché già buona parte del giorno fosse passata, disposte le sue truppe in ordinanza, mandò innanzi la cavalleria e alcune compagnie di fanti spagnoli, che con grande impeto si gettarono sulle guardie del campo veneziano. Ma accolte da un fuoco tremendo di artiglieria, rincularono e precipitosamente tornarono ai loro. Intanto il Cardona erasi approssimato con il resto dell’esercito, ma sopraggiunta la notte, ordinò ai soldati non si partissero quella notte dalle armi e la passassero a sereno tenendosi distesi in terra senza lume e in silenzio, mentre altrettanto si faceva nel campo veneziano. Una mossa del capitano veneziano Gian Paolo Baglione che con l’artiglieria venne ad occupare l’altra parte della valle, posta all’incontro del campo dell’Alviano, tolse agli Spagnoli ogni speranza di aprirsi il varco da quella parte, onde essi mutato pensiero, si diressero ai monti di Schio, divisi in tre schiere e lasciando dietro a sé ogni impedimento. Era il 7 d’ottobre nebbioso il di, e favorevole alla ritirata del nemico, quando appena di questa accortosi l’Alviano, che ordinati i suoi in tre corpi di battaglia, mescolando in alcune parti i vecchi con i nuovi soldati raccolti allor allora dalla campagna a questa bisogna, pose i più valorosi nello squadrone di mezzo che era il maggiore e più fermo, e nel quale si trovavano oltre all’Alviano, Guido di Rangone, Giulio Manfrone, Giovanni Battista da Fano, Gian Paolo da Sant’Angelo ed altri condottieri: sommavano in tutto le genti a circa dieci mila fanti italiani, mille cinquecento uomini d’arme e mille cavalli leggeri. Aveva il comando dell’ala sinistra Antonio de Pii, della destra il Bagliori; a quello ordinò l’Alviano si rimanesse aspettando i suoi ordini; al Baglioni che per più larga via trapassando l’ultimo squadrone dei nemici, gli urtasse vigorosamente di fianco subito vedesse ingaggiata la battaglia, della quale Andrea Loredano provveditore scriveva al Senato ripromettersi luminoso evento. Così disposta ogni cosa, i Veneziani mossero dietro al nemico. Il quale vedendo che ormai altra via di salute non gli rimaneva se non di commettere il caso suo all’esito di una battaglia, deliberò di affrontarla e rivolta l’ultima sua squadra fece che quella incominciasse ad investire, il che avvenne con tanto impeto che la prima schiera veneziana già volgeva a ritirarsi. Accorse l’Alviano e cominciò una terribile ed acerrima zuffa. Pareva la sorte piegare al fine in favore dei Veneziani, quando sopraggiunto il Cardona e dando addosso primamente a gran turba di contadini accorsi a predare, questi cominciarono disperatamente a fuggire, scorando coi loro gridi volta! volta! e portando la confusione nei campo veneziano, il quale sgominato e più non attendendo agli ordini dei capitani, ma solo a salvarsi, qua e colà si disperdeva, e in parte si drizzava a Vicenza, ove sperava trovar rifugio, fu da sopraggiunti spagnoli dinanzi alle mura stesse della città, barbaramente sterminato. Né il Baglioni poté secondo gli ordini dell’Alviano dar dentro alla prima schiera, intricato e impedito nei luoghi paludosi della valle, anzi circondato egli stesso dai nemici, cadde con buona parte dei cavalli, in poter loro. Il provveditore Loredano preso dai tedeschi fu ammazzato, altri capitani morirono, altri furono fatti prigionieri.

Notizia fu questa che a Venezia tanto più commosse gli animi, quanto che più inaspettata arrivava, già tenendosi ognuno per le lettere antecedenti dal campo, sicuro della vittoria. Tuttavia il Senato non si lasciando avvilire scriveva all’Alviano dolersi della sua disfatta non poco, ma non perciò lasciarsi cadere dell’animo: esortarlo a voler essere anch’egli di buono e saldo proponimento e non cedere alla fortuna, ma pensare piuttosto al rimedio.

La sconfina dei Veneziani non ebbe quelle pessime conseguenze che erano ad aspettarsene, poiché gli Spagnoli stanchi e dilacerati anch’essi, sopraggiunti dalle piogge invernali e sopra terreni melmosi, entrarono agli alloggiamenti in Este e Montagnana. Durante il qual riposo furono di nuovo introdotte pratiche di pace con Massimiliano, che ebbero esito infelice al paro delle precedenti.

E mentre cosi Spagnoli, Tedeschi e Veneziani si combattevano in Italia, ardeva la guerra anche in Francia contro gli Inglesi, che avevano fatto uno sbarco a Calais e il 17 giugno posto l’assedio a Terrovana, di cui s’impadronirono il 22 agosto. In pari tempo gli Svizzeri penetravano nella Borgogna, dal che avveniva che la Francia occupata della difesa propria non aveva potuto mandar nuove truppe in Italia in soccorso della Repubblica.

Assedio di Marano

L’abbassamento di Francia, la mala condizione di Venezia cominciavano a far nascere nuovi pensieri in Leone X, che per vero non avrebbe voluto troppo potente Massimiliano e vedeva gravissimi pericoli minacciarsi all’Europa dalla parte dei Turchi, poiché sultano Selim avendo balzato dal trono Bajezid II suo padre l’11 aprile del 1512, si mostrava avido di conquiste e se non fosse stato distratto dalla guerra di Persia, già avrebbe assalito l’Europa. Perciò la Repubblica provvedendo ai casi propri, si era affrettata a rinnovare con esso i trattati con il mezzo di Antonio Giustinian il 17 ottobre 1513, tanto più che della pace con Massimiliano poca o nulla speranza rimaneva; anzi non cessavano i suoi di recare molestia al territorio veneziano ed il conte Cristoforo Frangipane, raccolte alcune genti di Gorizia, con quelle scorrazzava nel Friuli, commettendovi orrende crudeltà fino a far cavare gli occhi e tagliare le dita ai villani di Mozzana, ed ebbe per tradimento Marano. Il sito era di grande importanza e a ricuperarlo mandò tosto la Repubblica il conte Pietro Baldassare Scipione per terra e Bartolommeo da Mosto savio di terraferma per mare, ma con infelice successo; né meglio vi riuscì Girolamo Savorgnano, perché mal sostenuti i suoi sforzi; onde il Frangipane, venuto in maggior animo, assai maggiori cose meditando, occupava Udine e Cividale, e poco meo che tutto il Friuli. E già si volgeva a battere Osopo, fortezza in cui il nerbo delle genti veneziane erasi raccolto, difendendola Girolamo Savorgnano che lasciò ai posteri onorata memoria ed esempio di singolare fede e di amore verso la repubblica veneziana. Chi per quella strada carreggiabile, la quale da Vilacco conduce a Venzone, viene di Germania in Italia, giunto al luogo detto Ospitale, vede i monti in due parti dividersi, e l’un braccio stendersi all’occidente verso Trento, l’altro con contraria direzione verso Gorizia formando la le Alpi Carniche, quale Giulie. Tra mezzo è posto il paese del Friuli, e all’uscire da codesta serie di monti, si presenta agli occhi il castello d’Osopo, sopra un picciolo monte tutto di sasso che si solleva sulla pianura come guardia e custodia con la locata quasi da natura a chiudere di là il passo dell’Alemagna. Sorge la rocca in cima al monte per natura ed arte fortissima e a questo monte venne a rompersi l’orgoglio del Frangipane: il quale tentato più volte l’assalto, invano adoperate le artiglierie, invano ricorso agli approcci e ai lavori nel duro sasso, sempre respinto dal Savorgnano, pur tuttavia si ostinava in quell’assedio, finché giunto l’Alviano con poderosi soccorsi e di già rioccupata gran parte del Friuli, deliberò, bruciate le macchine ossidionali, levare l’assedio, e volgersi con l’esercito verso la Germania. Senonché inseguito dall’Alviano e assalito fra quei monti e dirupi furono le sue genti interamente rotte e poste in fuga, ed egli stesso preso da Giovanni Vetturi che lo mandò prigione a Venezia. Arrivatovi il 9 giugno 1514 con la fusta di Cherso scese dapprima alla casa del fratello del Vitturi ove desinò, poi fu condotto alla riva di palazzo ove attendevate Nicolò Aurelio segretarlo del Consiglio dei Dieci e il capitano di esso Consiglio, i quali lo introdussero nella camera nuova dei Signori di Notte per essere esaminato dai capi. Era giovane di trentadue anni, di bell’aspetto, vestito alla tedesca e d’indole fiera e leale. Invitato a recarsi sotto Marano ed intimarvi la resa, rispose: non voglio esser traditore dell’ imperatore ma avrete Marano fra quattro o cinque giorni perché non hanno vittuarie, e se mi menerete sotto griderò che si tengano. Fu posto in Torricelle e vi rimase finché alle replicate istanze del papa, dell’imperatore e del re di Francia fu liberato.

Nuove speranze di soccorsi dalla Francia

A rialzare le speranze della Repubblica avvenne che la Francia, rinnovata per un altro anno la tregua con Ferdinando di Spagna, ottenuto dagli Svizzeri che si ritirassero dal suo suolo, conclusa pace il 7 agosto 1514 col re d’Inghilterra, si trovava di nuovo libera e in caso di poter dare a Venezia efficaci soccorsi.

Pietro Pasqualigo e Sebastiano Giustinian ambasciatori in Francia e loro udienza

Perciò si affrettò questa a mandare a congratularsene Pietro Pasqualigo in Francia e Francesco Donato in Inghilterra, al quale ammalatosi, fu surrogato Sebastiano Giustinian. Doveva esser loro primo ufficio rallegrarsi con il re della pace conclusa delle nozze che egli, rimaste vedovo di Anna di Bretagna, il 9 di gennaio del 1514 aveva novellamente contratte con Maria sorella d’Enrico d’Inghilterra, rendere le più efficaci grazie che l’uno e l’altro avessero in quel trattato nominati come aderenti ed inclusi i Veneziani; poi affermassero al re Cristianissimo non essere mai venuta meno verso di lui l’osservanza della loro Repubblica sempre pronta ad accrescere le forze della lega e a rinnovare la guerra, quando a lui piacesse mandar nuove genti in Italia, al che anzi lo confortavano e con ogni più opportuno modo sollecitavano. I quali uffici pur far dovevano con il re d’ Inghilterra.

Queste dimostrazioni d’amicizia a Francia spiacevano al papa che non cessava dall’adoprarsi per la pace, ma troppo chiaramente mostrando inclinare a favorire l’imperatore. Il possesso di Vicenza e Verona formava ancora l’ostacolo principale ad ogni accordo, e a Pietro Bembo segretario di Sua Santità e da questa mandato a Venezia per consigliare la Repubblica ad aderire piuttosto all’Impero e alla Spagna e cacciare dall’Italia i Francesi, rispondeva il Senato il 14 dicembre 1514 che i Veneziani non potevano rinunciare a Verona ed ostare la venuta del re Cristianissimo.

Arrivavano nel marzo del 1515 gli oratori veneti Pietro Pasqualigo e Sebastiano Giustiniano a Parigi e trovavano morto re Luigi fino dal principio dell’anno e succedutogli il genero Francesco duca d’Angoulème, primo principe del sangue, in età di soli ventun anni e che tosto assumendo il titolo di duca di Milano per le ragioni di Valentina Visconti sua bisavola, ben mostrava quali avessero ad essere le sue mire e ove avesse dapprima a volgersi la sua ambizione. Gli ambasciatori veneziani furono onorevolmente ricevuti ed il 25 ammessi all’udienza di re Francesco. In sull’ora di vespero furono levati al loro albergo dai vescovi d’Angoulème e Costanza, e dal siniscalco di Tolosa, e condotti al reale palazzo. Sedeva il re in una gran sala vestito molto riccamente tutto di bianco di soprariccio sotto un baldacchino, avendo da una parte disposti per or dine tutti i principi e signori del sangue, dall’altra il gran cancelliere con molti prelati; dietro al trono stavano in piedi l’infante d’Aragona, il bastardo di Savoja, monsignor di Boissi gran maestro, monsignor de La Palisse, il marchese di Roltolin, il grande scudiere e il Robertet, con altri assai. All’entrare degli ambasciatori, il re si levò e cosi tutti gli altri, tenendo la berretta in mano, e fatta che quelli gli ebbero la debita riverenza, non permise, per quanto ne facessero istanza, che gli baciassero la mano, ma stando in piedi, gli abbracciò con grande benevolenza. Presentarono gli ambasciatori le credenziali e sedutisi per volere del re a lui rimpetto, sedutisi pur tutti gli altri e fatto generale silenzio, prese il Giustiniano ad esporre in ben ornato sermone latino le condoglianze della Repubblica per la morte di re Luigi XII, e in pari tempo le congratulazioni per l’assunzione del nuovo re al quale ella si protestava, come fu sempre verso la reale casa di Francia, affezionatissima. Rispose il gran cancelliere in nome del re ringraziando, e profferendosi, poi Sua Maestà levatasi e chiamati a sé gli ambasciatori domandò loro se alcuna cosa avessero a conferire in segreto, e con essi ritirandosi nel vano di una finestra, disse essere dispostissimo ad ascoltarli. Allora il Pasqualigo disse essere ferma intenzione della Signoria di perseverare nell’alleanza ed lo eccitava anzi ad inviare presto nuove forze in Italia, di ciò adducendo l’oratore molto efficaci e persuasive ragioni. Al che rispose il re: “l’ambasciatore qui ( accennando Marco Dandolo che già si trovava come ordinario alla corte di Francia) mi è buon testimonio dell’ amore e della devozione che ho portato prima ancora di essere re a quella illustrissima Signoria ed ora che è piaciuto all’Altissimo Iddio di sollevarmi a tanto grado, ho al tutto deliberato di aiutarla e favorirla e farla più grande che mai non sia stata per l’ addietro e di ciò la certificherete da mia parte, e in breve verrò io in persona con l’esercito mio in Italia, che mal si converrebbe a un giovane mandar altri. Ed è certo che non solo io ma tutta la Francia ha grande obbligazione colla Signoria di Venezia, che mentre gli altri, fatto il loro pro’, ci hanno poi abbandonato, ella sola con tanti pericoli e danni ci è rimasta sempre fedele. Il che dovendo io ben riconoscere, le sarò il miglior amico che mai le sia stato alcun re di Francia od altro principe cristiano e serberò sempre con lei buona al leanza con inviolabile fede“. Poi soggiunse che per meglio assicurar il proprio regno e poter quindi più di proposito attendere alle cose d’Italia, aveva fatto pace con l’arciduca Carlo signore dei Paesi Bassi; cercherebbe egualmente di rinnovare l’alleanza con l’Inghilterra invitando gli ambasciatori a volerlo in ciò coadiuvare, né si mostrerebbe restìo dal consentire alla tregua che il re di Spagna proponeva. (1) … segue.

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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