La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XIV parte

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Ritratto di Papa Leone X, nato Giovanni di Lorenzo de' Medici (Firenze, 11 dicembre 1475 – Roma, 1 dicembre 1521)

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XIV parte

Preliminari di pace

Continuava Giulio II dal canto suo le pratiche di pace con Massimiliano, e insisteva per la cessione di Vicenza e Verona, al che la Repubblica vedendo che si voleva sacrificarla, poiché oltre alla perdita di quelle due città si aggiungeva che per esse potrebbero i Tedeschi togliere il passo alle sue genti per la Lombardia e verrebbe ad essere affatto separata dai possedimenti in questa, cominciò a prestare ascolto alle  proposizioni di Francia, e scriveva al Gritti a Blois facesse conoscere al re quanto fossero tornate gradite e consolanti alla Repubblica le sue ottime disposizioni verso di essa, ma che base principale alla convenzione da stipularsi doveva essere la cessione di Cremona e Ghiaradadda luoghi indispensabili alla sicurezza dei propri confini, e già motivo di disgusto nella precedente alleanza. Era incaricato Antonio Giustinian di sottoscrivere i preliminari per i quali si stabiliva sarebbe pace perpetua e confederazione tra Francia e Venezia contro tutti, nessuno eccettuato, neppure se vestito della suprema dignità, lasciando però luogo ad entrare in questa lega al papa Giulio II; proteggendo gli amici, osteggiando i nemici; avrebbero i comuni sudditi libero il passo e il soggiorno; non si tollererebbero corsari; se disegnasse il re recuperare il Milanese e la Repubblica le terre che possedeva prima della guerra, muoverebbero insieme contro gli occupatori, restituendo le cose com’erano per il trattato del 1499, cioè avessero i Veneziani Cremona e le terre di qua dell’Adda, Luigi XII il restante del ducato di Milano; si libererebbero i prigionieri, sarebbero restituiti gli esuli in patria, restituirebbe la Repubblica le artiglierie trovate in Brescia di spettanza del re.

Il papa si fa nuovamente nemico dei Veneziani e si riaccosta a Cesare

E mentre così Venezia si avvicinava a Francia, il papa faceva lega con Massimiliano dal quale otteneva promessa di non convocare altro concilio oltre al lateranense, di non dar soccorsi ad Alfonso duca di Ferrara, al cardinale Ippolito suo fratello e ai Bentivoglio di Bologna, ed egli dal canto suo prometteva di escludere i Veneziani da ogni trattato siccome ostinati nel non voler accettare la pace maneggiata da Sua Santità e da Cesare, e di perseguitarli col le armi spirituali e temporali. Il papa infatti pubblicò contro di loro un monitorio. Ed il senato scriveva al suo oratore Francesco Foscari il 25 gennaio 1513: molto essere rimasto meravigliato e dolente di quella pubblicazione, inaspettata ed a giudizio suo aliena da ogni convenienza e ragione, e non meno dalla devozione e mente della Repubblica verso la Santità del Pontefice e la santa apostolica sede. Perciò stimava non aver questa operato se non per suggerimenti ed impulso altrui (alludendo forse al cardinale Gurcense e ai mediatori spagnoli e D. Pedro d’Urrea) e perciò doveva l’ambasciatore procurare con ogni sforzo che non procedesse alla scomunica o all’interdetto, ma che se pur non potesse ritrarne il papa, supplicasse almeno di volergli dichiarare vivae vocis oraculo, che i Veneziani non avrebbero perciò a sottostare alle conseguenze di quell’atto, che sarebbe tenuto secretissimo.

Morte di Giulio II

Si ripigliarono ancora le trattative con Massimiliano sempre sulla base della restituzione integra delle terre, che la Repubblica riceverebbe a titolo d’investitura con relativo censo, e intanto si prolungavano a tutto marzo le tregue già concluse il 6 aprile 1512, quando venne notizia della malattia del papa e poco dopo quella della sua morte succeduta nella notte del 21 febbraio, avvenimento che cambiar doveva l’aspetto delle cose e la prima conseguenza del quale fu il trattato d’alleanza tra Venezia e la Francia segnato il 23 marzo 1515 a Blois.

Leone X e nuove speranze dei Veneziani.

Giovane di trentasette anni, più conosciuto per la grandezza della famiglia e per le sue geste militari che non per la ecclesiastica pietà, salì al trono pontificale Giovanni dei Medici col nome di Leone X, il 19 marzo 1513. La Repubblica non tardò a mandare le sue congratulazioni a lui e al fratello Giuliano a Firenze cui intitolava figlio nostro carissimo e gli scriveva sperare che il nuovo papa per la sua sapienza e per il molto suo ingegno sarebbe per raddrizzare i tanto travagliosi termini nei quali si trovava costituita la povera Italia, e per soccorrere ai pericoli imminenti onde era minacciata la religione, ritenendo per certo che egli vorrà avere della veneziana Repubblica quelle medesime cure che della sua patria Firenze.

E all’oratore Francesco Foscari a Roma scriveva, rallegrandosi della buona disposizione del papa con il quale era a sollecitarsi la conclusione di una lega, facendovi entrare anche Firenze e Milano e assoldando gli Svizzeri per la libertà d’Italia; tale essere sempre stata la mente della Repubblica, tale lo scopo della lega col papa precedente affine di ridurre Italia allo stato primiero e che ognuno fosse reintegrato del suo possesso, ma invece essersi tenuto poco conto dei Veneziani, togliendo loro Cremona e Giaradadda, poi il papa aver fatto lega con Massimiliano a danno loro, e Venezia allora a sua salvezza essersi rivolta a Francia, sempre però disposta ad accordarsi con l’imperatore a ragionevoli condizioni, sempre amica di Sua Santità, alla quale largheggiava nelle dimostrazioni della più ossequiosa devozione.

Ma in Senato era stato proposto, che profittando del breve interregno succeduto alla morte di Giulio II, si avessero a ricuperare Ravenna e Cervia, in ciò facendosi incontro al desiderio della Repubblica gli stessi abitanti. Si proponeva altresì che ad incoraggiare questi e a raffermarli nella buona disposizione dovessero recarsi due nobili in quelle parti; tuttavia la maggioranza deliberò che si soprassedesse.

Conclusa però la lega con Francia, ne fu data notizia al papa invitandolo ad aderirvi, e dicendo essere stata fatta principalmente per impedire le pratiche esistenti tra Spagna, Impero e Francia per una unione che sarebbe stata l’ultima rovina d’Italia. Se ne dava notizia altresì all’oratore di Spagna dicendo che veduta l’inutilità delle pratiche e delle tregue la Repubblica aveva dovuto provvedere alle cose proprie; però essere sempre essa desiderosa della pace con l’imperatore; né aver bisogno di fare nuove tregue col re cattolico, poiché si era con lui in pace. Non si lasciava neppure di fare buoni unici alla corte d’Inghilterra.

Cerimonia con cui il doge conferisce all’Alviano il bastone di capitano

Si adunavano intanto le forze francesi a Susa per scendere in Italia a riconquistare il Milanese, sotto il comando di Lodovico de la Tremouille e del famoso maresciallo Gian Jacopo Trivulzio, e i Veneziani dal cauto loro assoldarono di nuovo Bartolomeo d’Alviano tornato allora di Francia, e ricevuto con incontro quasi trionfale a Venezia.

Stabilito il giorno 15 maggio di quell’anno 1513 per la solenne consegna del bastone di capitano, andavano i gentiluomini a levar l’Alviano alle sue case vestiti molto sfarzosamente di drappo d’oro, di scarlatto e seta, accompagnati dal lieto suono delle trombe. Incedeva l’Alviano vestito d’un robone di rizzo d’oro, lo seguivano i suoi domestici in ricca livrea, a scacchi bianchi e rossi, e i suoi paggi menati di Francia vestili di velluto bianco e rosso. Erano con lui Teodoro Trivulzio in veste di damaschino paonazzo, con grossa catena d’oro al collo, D. Costanzo, Giampaolo Manfrone, D. Antonio de Pii, G. B. da Fano altri condottieri veneziani ed inoltre il conte di Collalto, il figlio di Giano di Campofregoso, ed altri molti. Stava il doge attendendolo in Pregadi, vestito di restagno d’oro ed alla cerimonia intervennero gli ambasciatori esteri, meno quello di Spagna, conte di Cariati che aveva accettato l’invito, ma poi si scusò. Giunto l’Alviano con grande accompagnamento di polo plaudente al ducale palazzo, e fatte le prime accoglienze, tutta la comitiva, camminando l’Alviano al fianco del doge, scese nella chiesa, ove il Patriarca cantò messa e benedisse lo stendardo. Il doge preso quindi il vessillo dalle mani del patriarca, e volto all’Alviano, gli disse: “Illustrissimo signore, continuando noi nel paterno amore che vi abbiamo sempre portato e conoscendo la singolare virtù, l’esperienza e la fede vostra inviolata, abbiamo eletto la Signoria Vostra a capitan generale di tutte le genti d’arme nostre, e a ciò che tutti intendano e riconoscano questo grado e dignità a voi conferita, vi consegniamo questo vessillo e questo bastone, ambi insegne benedette di tal dignità, supplicando il nostro Signor Iddio, mediante l’intercessione della Beata Vergine e del glorioso evangelista San Marco protettore nostro ne conceda, siccome nella bontà e clemenza sua speriamo, di poter ricuperare e conservare lo Stato nostro a laude e gloria di sua divina Maestà, quiete e comodo e amplitudine di tutta la cristiana religione“. Dopo di che il capitano giurò e con il bastone in mano e preceduto dallo stendardo e dalle trombe uscì di chiesa, accompagnato dal patriarca, dal doge, dal Senato, da turba immensa di popolo fino al ponte della Paglia, e ritiratosi quindi alle sue case vi diede sontuoso pranzo.

Partiva poi l’Alviano per l’esercito con i provveditori Domenico Contarini e Andrea Loredan e trovava favorevoli le popolazioni, onde presto ricuperava Valeggio, Peschiera e la stessa Cremona in cui secondo i patti fece ricevere la bandiera francese, non trattenendo la sua foga militare l’ordine che gli dava la Repubblica, di non passar l’Adda e il Po senza preventiva licenza, per il timore non forse si allontanasse di troppo, e se i Francesi non si avanzassero o toccassero una sconfitta, egli si trovasse forse preclusa la ritirata. I Francesi però erano anch’ essi entrati per il Piemonte nella Lombardia, ove già l’esultanza per il ritorno dello Sforza si era mutata in noia e disgusto e specialmente a causa delle prepotenze degli Svizzeri, onde era appena Massimiliano partito da Milano, che questa città alzava di nuovo le bandiere di Francia. Tuttavia non cessava il Senato di raccomandare all’Alviano la prudenza, e di evitare soprattutto di venire ad una battaglia campale, che perduta, avrebbe portata seco l’intera sua distruzione, poiché i Tedeschi avevano ripreso e saccheggiato Cologna e fatte alcune fortunate scorrerie fuor di Verona.

Battaglia di Novara e disfatta dei Francesi

La guerra pareva quindi dovere aver corta durata, le truppe veneziane occupando nel giro di pochi giorni la metà dello Stato milanese, i Francesi l’altra metà con di più Genova, perciò già più non rimanevano a Massimiliano Sforza se non che Como e Novara. Ma Massimiliano appunto in quest’ultima città si univa con gli Svizzeri che egli aveva saputo muovere a propria difesa, mentre i Francesi invece di seguire il consiglio del Gritti di volgere le proprie forze prima ad abbattere gli Spagnoli, fiaccati i quali anche gli Svizzeri si sarebbero trovati a mal partito, vollero piuttosto ostinarsi nell’assedio di Novara. Dal che avvenne che gli Svizzeri ebbero tempo a sempre più ingrossarsi, ed era la notte del 6 giugno 1515 quando tacitamente mossero verso Riotta e Trecase ove l’esercito francese se ne stava negligentemente accampato.

Al primo rumore dell’avvicinamento del nemico i Francesi diedero fuoco alle loro artiglierie che menarono grande distruzione tra gli Svizzeri, ma questi non perciò disanimati si gettarono arditamente su quelle e se ne impadronirono: la cavalleria male poteva operare tra le paludi e impedita dal fosso che gli stessi Francesi avevano scavato, sicché si fece generale la diga, e la battaglia di Novara fu un’altra di quelle battaglie che cambiar fecero di un colpo la sorte d’Italia, poiché i Francesi ad altro più non attesero che a ritornarsene in Francia, e l’Alviano vedendo non poter più sostenersi, tornò alle rive dell’Adige, ove si arrestò con animo di difendersi. La vittoria di Novara invece rialzò più che mai la riputazione di Massimiliano Sforza, e mutati insieme con la fortuna gli animi dei popoli, tutte le città si affrettarono a mandargli ambasciatori, offrendogli obbedienza e chiedendo umilmente perdono.

Massimiliano persiste nella guerra contro i Veneziani

Le cose veneziane andavano quindi anch’esse a precipizio, perdute di nuovo le terre riacquistate, riuscito a vuoto un tentativo dell’Alviano contro Verona, il papa già per dichiararsi nemico. Al quale faceva la Repubblica manifestare quanto di questo pensiero di Sua Santità fosse sorpresa e dolente, né poterne veder la ragione, che se a Venezia si dava taccia dell’aver chiamati i Francesi in Italia, volesse considerare le ingiurie patite, i casi di Brescia, la pace ignominiosa a cui si era voluta stringere, e per la quale le si sarebbero tolte le terre, tolti i danari e per sopra più la propria libertà; perciò essere stata necessitata ad accordarsi piuttosto con Francia, e non a danno d’alcuno, ma a ricuperamento del proprio; badasse bene Sua Santità al pericolo sempre più minacciante dei Turchi; e perciò aver la Cristianità bisogno di pace, alla quale la Repubblica sarebbe sempre disposta, purché fosse a condizioni ragionevoli e decorose.

Ma gli imperiali più che mai imbaldanziti erano lungi dal voler prestare orecchio ad eque proposizioni, e domandavano per interposizione del papa tale somma di compenso che, come scriveva il Senato, sarebbe bastata a ricuperare un gran regno, né poterla esso pagare nella condizione attuale delle sue terre guaste dalle guerre e nell’armamento che gli era uopo fare a difesa del Turco. Per cui tornava in sul chiedere che la Repubblica fosse reintegrata di tutti gli Stati suoi senza alcun censo, solo sborsando per soddisfare all’onore di Sua Maestà una somma conveniente per l’investitura, e poiché aveva in addietro offerto seicento mila fiorini da pagarsi in dodici anni, sebbene dopo quella profferta fossero avvenute tante rovine di terre e tante gravosissime spese, si rimetteva tuttavia in ciò che fosse stimato d’equità dalla santità del Pontefice.

E i Veneziani chiamano di nuovo i Francesi

Ma nulla si concludeva, e la guerra continuava, e Venezia si vedeva ancora costretta a sollecitare una nuova calata di Francesi, sciagurata politica a cui si vedeva ridotta per conservare la propria esistenza: cruda alternativa di dominazioni e devastazioni straniere, di pratiche sleali ed ambigue. Venezia aveva ormai perduta l’indipendenza del l’azione: sbalestrata da Francia a Germania e da questa a quella, si vedeva costretta quasi a mendicare la possessione di quelle terre, che perduta la preminenza marittima, sole potevano ancor darle possanza. Ma per questo ella intanto si esauriva: e i prestiti, le tasse, gli argenti in zecca, le ritenute agli impiegati, la vendita degli uffizi, a mala pena bastavano. L’ Alviano si teneva ancora sulle rive del l’Adige quando seppe gli Spagnoli aver preso il cammino di Vicenza per ridursi a Padova e temendo di uno scontro da cui poteva dipendere la rovina totale delle cose veneziane, si affrettò a ripassare il fiume per accorrere alla difesa di Padova e di Treviso. Tutto fu posto in opera per la tutela di queste due città, nella prima delle quali entrò lo stesso Alviano e attese a ben munirla di ripari e di difensori.

Gli imperiali fino all’orlo della laguna

Perciò l’assalto del Cardona fu ributtato, ma gli Spagnoli si vendicarono devastando le campagne, e il burbanzoso viceré spintosi fino sull’orlo delle lagune, volle a soddisfazione di sua vanità, che da Malghera alcuni tiri di cannone si facessero contro Venezia.

Discorso del Doge

Se non che levato appena l’assedio, l’Alviano impaziente di quello starsene chiuso in città, volle uscire in campo e molestare il nemico nella sua ritirata e chiudergli il passo del ritorno a Vicenza, alla quale notizia il doge salito in bigoncia prese a dire: “Non è niun che non sappia la causa del nostro prendere a parlare in tanto pericolo, quanto mostrano esser venute le cose nostre che pur si avevano difese contro tutto il mondo congiurato contro la Repubblica nostra e questo Stato si è pur mantenuto la Dio mercè e della sua gloriosa madre e di messer San Marco protettor nostro, perché Dio ne voi aiutar e abbiamo cacciato i Francesi d’Italia. Così pure ci aiuteremo ora da questa furia di nemici tedeschi e spagnoli che hanno abbruciato Lizzafusina e Marghera e tuttavia abbruciano Mestre minacciando far di noi gran cose, sicchè se potessero, saremmo al certo assai malmenati perché siamo solo duemillecinquecento mosche (sic) né velerà allora alcuna provisione. Con ciò voglio dire che oggi col nome di Dio il nostro campo è uscito di Padova e con gran vigoria e non ne manca altro che denari; né la terra (la città) cioè il pubblico erario non basta a tante spese. Però si esortano prima tutti a pagare quanto sia debitori alla Signoria, e non vedersi più a lungo scritti sopra i libri a palazzo, ma andar prontamente a pagare le decime dovute. Poi si porrà un quarto di tansa per aiutarsi, che se non fosse stato qualcheduno che finora ci avesse servito del suo, come Zaccaria Cabriel consigliere, e i banchi e le cose sarebbero andate assai male. Dovrebbesi or fare come al tempo io che Antonio Contarini faceva di fazion (prestito) ben sessanta mila .ducali e Federigo Corner de la Piscopia, vedendo il bisogno della terra portò quindici verghe d’argento in zecca. E a questo modo da pescatori che eravamo, aiutandosi da noi medesimi, eravamo venuti a tanta grandezza di stato e superbia che Dio ne ha voluto abbassar. Ma spero tuttavia non ne abbandonerà, e pertanto vi conforto a tutti, dovesse ciascuno venir a servire di danari chi poco e chi assai. Vi esortiamo altresì ad andare a Padova e a Treviso per conservazione di quelle città, ove si trovano Cristoforo Moro in Padova e m. Andrea Gritti a Treviso e tutti quelli vogliono vengano a darsi in nota alla Signoria. Si vuole aiutar la terra e restringere le spese, che vi è tale che è debitore a San Marco e marita figlie e fa spese, che non è lecito dire. E bisognerebbe invece aiutarsi contro i nostri nemici o con danari o con le persone o mandar gente, poiché poscia i danari non gioveranno, né le gioie, né le vesti, né le robe di casa. E però conforto tutti a far questo effetto e venirsi a dare in nota, i quali saranno pubblicati affinché ognuno conosca il loro buon volere“. 

Ma siccome il doge non offerse per primo né di mandare i suoi figli, come ognuno si aspettava, né di prestar qualche somma di danaro si levò gran bisbiglio nell’adunanza, e quelli che maggiori onori e stato godevano, ad esempio del doge, si astennero. “E giuro a Dio,” così prorompe il Sanudo, “che io volsi andar in renga (alla bigongia) e dirlo a dar loro qualche ricordo che si troverebbero gentilhuomini che andrebbero; come feci l’altra volta quando parlai in Gran Consiglio. Ma vedendo che non si metteva parte (partito) alcuna non mi parve ben di parlare, perché in effetto per legge non poteva. E noterò cosa, soggiugne, che mi dispiace assai a farne memoria, che compito di parlar il principe, fu detto per Gasparo dalla Vedoa che faceva l’ ufficio del cancellier grande, che tutti quelli volevano venir a darsi in nota e andar a Padova o Treviso, ovvero prestar danari, venissero. Ma nessuno si mosse; cosa di grandissima importanza e di mal augurio alle cose nostre“. (1) … segue.

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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