Maschere e mascherate

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Giandomenico Tiepolo. Il ciarlatano. Museo del Louvre - Pairgi

Maschere e mascherate

Il più antico documento veneziano sulle maschere lo troviamo in una legge pubblicata nel 1268 che proibiva ai mascherati di giocare alle uova. Era questo un gioco assai comune nei giovani patrizi, e consisteva nel gettare delle uova per lo più di sottilissima cera e riempite di profumo come l’acqua di rose, la moscata e le acque aromatiche d’Oriente.

Il gioco qualche volta degenerava in litigio, e la Repubblica non voleva che nei giocatori il mistero della maschera che agevolava la fuga e deviava la giustizia. Così nel 1450 si proibiva non solo di recarsi in maschera “ai monasteri di femine“, ma di andarvi anche col “viso depento ne cum barba ne cavelli postici“; ed una legge del 1549, in data 18 luglio, andava molto più oltre, dando licenza a chicchessia di ammazzare i “mascherati armati“, od anche occultati dalla sola “bauta“.

Nella “mariegola” dell’arte dei mascherari troviamo che fin dal 1436 si fabbricavano le larve o le maschere di stucco, di carta pesta, di cera, che venivano poi dipinte, e tali larve erano, allora come adesso, chiamate volgarmente “volti“.

Alla fine del Cinquecento e in quasi tutto il Seicento la “bauta” aveva speciale privilegio di essere usata anche fuori il carnevale, il quale, per tutte le altre maschere, Pantalone, Arlecchino, Colombina, Mataccino e Brighella, cominciava il giorno di Santo Stefano.

Ed in quel giorno vi era “grande et superbissimoListone in cui, narra Giacomo Franco, si vedono le maschere di ogni qualità di persone, le quali sogliono ridursi in campo San Stefano e quivi passeggiando et gettando confetti, uova et arancia trattenersi fino a quasi due hore di notte.

Siccome poi quelle tali leggi pubblicate nel Cinquecento, non avevano più nel Settecento un’applicazione rigorosa, così anche nei conventi penetrò il carnevale e si ballava mascherati nel parlatoio delle monache di San Lorenzo, si cenava in quello della Celestia, si recitava in quello di San Zaccaria ed in tutti i tre i conventi si riusciva di nascosto a fare all’amore.

Nel 1754 incontriamo nel convento di Murano quella buona lana di Giacomo Casanova, vestito da Mataccino, dove balla per ben dodici volte di seguito la “furlana“, una danza tutta gaia e tutta movimento, tra gli applausi delle monache e delle educande; dopo la “furlana” si piglia a bastonate con un Arlecchino e dopo l’Arlecchino con un Brighella.

L’ultima grande baldoria, carnevalesca che si svolse a Venezia in forma ufficiale, fu nel 1769 era composta di circa cento persone sfarzosamente vestite da mori, arabi, turchi, armeni; dieci carri simbolici erano tirati da robusti nicolotti vestiti da indiani; dalle logge del Palazzo Ducale il Doge e la Signoria assistevano allo spettacolo, e scrive il Dandolo che, di soli confetti ed acque profumate, furono spesi quasi mille ducati, circa lire quattromila e cinquecento delle nostre (circa 2350 €), somma in quei tempi assai vistosa. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 4 novembre 1923.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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