Isola di San Michele

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Isola di San Michele - Murano

Chiesa e Monastero di San Michele. Monastero di Monaci Camaldolesi.

Storia dell’isola, della chiesa e del monastero

È opinione assai bene fondata di insigni scrittori camaldolesi, che il loro santo padre e fondatore Romualdo abbia per qualche tempo condotta vita eremitica in quell’Isola delle venete lagune, che è situata nel mezzo fra Venezia e Murano, si chiama di San Michele da una chiesa fabbricata sotto il titolo del Santo Arcangelo circa il secolo X dalle Famiglie Briosa, e Brustolana. Comunque sia e dell’asserta venuta del santo, e dell’epoca, in cui fu fondata la chiesa, certo è che nell’anno 1212 i due vescovi Marco Niccola di Castello, e Buono Balbi di Torcello con uniforme volontà, e coll’assenso dei loro capitoli concessero l’isola, e la chiesa di San Michele alla religione camaldolese, e nello stesso anno il piovano della chiesa matrice di Santa Maria, e l’altro di Santo Stefano, che potevano aver giurisdizione parrocchiale nella stessa isola, la dichiararono esente da qualunque soggezione, fuorché dall’annuo censo di due vasi di vino, e di mezza libbra d’incenso, che doveva il superiore del luogo offrire alla chiesa matrice di Santa Maria al che con precisa carta d’obbligazione acconsentì nello stesso anno a nome della sua religione Guido priore del sacro eremo di Camaldoli. Fu poi dichiarato primo priore del nuovo monastero il monaco Alberto, che aveva ricevuto dai vescovi e dai piovani la donazione del luogo: perciò di nuovo con solenne strumento promise l’annuale offerta del censo, che poi fu ridotta a due misure di vino, e a tre libbre di soldo. Confermò (come scrive il Fortunio storico camaldolese) Innocenzo III, la concessione del luogo, e lo stabilimento del monastero, dopo di che ad istanza dei sopra lodati due vescovi furono mandati all’isola di San Michele dal sacro eremo di Camaldoli Lorenzo eremita di sperimentata bontà, e due altri, sotto la direzione dei quali molti dei veneziani tratti dall’esemplarità di loro virtù abbracciarono l’istituto camaldolese; onde si formò ben presto un perfetto monastero, quantunque i religiosi per molto tempo a motivo dell’austero e solitario loro vivere fossero chiamati Eremiti.

Ampliata poi l’angusta chiesa fu nel giorno 21 di giugno dell’anno 1221 consacrata da Ugolino cardinale vescovo ostiense, e legato apostolico, essendo (per asserzione del citato Fortunio) intervenuti a decoro della solennità, oltre il patriarca di Grado, e nove altri vescovi, anche il doge di Venezia Pietro Ziani con una copiosa moltitudine di nobili, e di frequentissimo popolo.

Si rese benemerito del monastero il priore Lorenzo non solo per l’ampliazione della chiesa, ma anche per alcune vigne da lui acquistate nel distretto di Capodistria, le quali poi dal vescovo della stessa città furono esentate dal pagamento delle decime. Succedettero indi a Lorenzo diversi priori, fra i quali nell’anno 1238 uno di nome Giovanni, che da Guglielmo eremita destinato dal generale a riformare il monastero di San Michele fu deposto dalla sua dignità nell’anno 1244, benché essendosi poi il monastero stesso soggettato alle leggi della riforma stabilite dall’abbate visitatore generale fu egli nell’anno 1249 restituito al possesso del suo priorato.

L’ultimo dei priori fu un Romualdo, per la di cui attenzione venne il monastero accresciuto di fabbriche, e ridotto a più decorosa struttura, ed avendo poi ottenuto il senato dalla sede apostolica circa l’anno 1300, che il monastero stesso fosse decorato del titolo d’abbazia, il priore Romualdo nell’anno stesso ne fu dichiarato il primo abbate, benché poi poco tempo godesse di sua nuova dignità passato essendo all’altra vita nell’anno medesimo 1300.

Dopo la serie di 13 abbati intraprese il governo del monastero Paolo Veniero, che avendo fino dalla prima sua gioventù professato l’istituto camaldolese fu dichiarato abbate di San Michele nell’anno 1392. Attento ai vantaggi di sua religiosa famiglia angustiata allora per la ristrettezza delle rendite, ricuperò l’abbazia di San Michele dx Lemo nell’Istria, occupata già nell’occasione delle guerre da ingiusti usurpatori. Né minore fu la diligenza, con la quale non solo nel suo monastero, ma in altri ancora dell’ordine o stabilì, o restituì la disciplina monastica; perciò la congregazione camaldolese, detta de nove luoghi fondata nell’anno 1446 sotto Eugenio IV nel breve tempo, che ella durò, lo riconobbe per padre e fondatore.

Ammirò il senato veneto nella zelante condotta dell’abbate andar del pari la prudenza, ed il fervore. Che però desideroso, che anche negli altri monasteri del dogado si introducesse la regolare osservanza, ottenne dal pontefice Gregorio XII, nell’anno 1408, che Paolo abbate insieme con due nobili della Repubblica attender dovessero con serio studio al restauro e riforma dei detti monasteri con piena podestà o arbitrio.

Si accresceva intanto per il merito del buon abbate il numero dei monaci in San Michele; perciò ad assicurarne la quiete ottenne e gli nel giorno 11 di maggio nell’anno 1407, dal sopra lodato Gregorio papa XII, che l’elezione dell’abbate, la quale prima era in solo arbitrio dal priore di Camaldoli, dipendesse in avvenire dai liberi voti dei monaci, tenuto essendo il priore del sacro eremo di confermarla.

Né di ciò contento il pontefice, per facilitare l’accoglimento in San Michele ai molti, che lo ricercavano, staccò dal priorato di Santa Maria delle Carceri, allora posseduto da Angelo Sommariva cardinale, già monaco camaldolese, e professo (come si dice ) del monastero di San Michele di Murano, il beneficio di Santa Maria della Mandria diocesi di Padova, e nel giorno 18 di agosto dell’anno stesso lo unì al suddetto monastero di San Michele commettendone l’esecuzione ad Albano Michiel vescovo di Padova. Portatosi poi a Rimini per baciar i piedi al benefico pontefice, da questo gli fu dato l’incarico d’indurre Lodovico Barbo ad accettare l’Abbazia di Santa Giustina di Padova, la qual commissione eseguì felicemente, e conosciutosi dal Veniero con quanto ardore desiderasse il Barbo promuoverla riforma e nel suo, e ne li altri monasteri dell’ordine benedettino, gli concesse due dei suoi più virtuosi monaci in sussidio di un’opera tanto lodevole. Ritornato poi alla sua abbazia con continuata diligenza risarcì le vecchie fabbriche, e ne costrusse di nuove, fornendole in abbondanza di quanto è necessario alla vita monastica, e sopra conservando nei monaci quell’esatta osservanza, che egli aveva fatto rifiorire, cosicché essendosi portato alla visita del monastero il Beato Ambrogio Traversari priore generale della congregazione cumulò di lodi il benemerito abbate, ed esentato nel 1433 il monastero da qualunque giuridizion di vicario, lo fece soggetto alla sola autorità del generale. Incaricato poi di gravi ed importanti affari dai pontefici successori di Gregorio XII dopo averne eseguiti con lode di prudenza i comandi, e governato per oltre LVI anni il monastero nell‘età sua ottuagenaria passò al premio di sue fatiche in cielo nell’anno 1448.

Successe al Veniero nell’abbazia Maffeo Gerardi già di lui discepolo. Trattandosi allora in Roma di ridurre il monastero in commenda, deliberò il senato a pieni voti di conservare l’esemplare comunità nell’intero suo decoro. Perciò in data 20 di aprile dell’anno 1448, scrisse lettere efficacissime al pontefice Nicolò V per la confermazione dell’abbate Maffeo Gerardi Nobile di nascita (così il senato nelle sue lettere al papa, ed ai cardinali) ornatissimo di costumi, illustre per la religiosità, celebre per l’integrità del suo vivere, e gratissimo a tutta la città e cittadini, che concorrevano alla chiesa del monastero con frequenza per la santità dei religiosi, quale andava ogni giorno aumentandosi per I’ottimo esempio dell’abate eletto.

Fu dunque confermato in abbate l’eletto dai monaci Maffeo Gerardi, sotto il di cui lodatissimo governo chiuse santamente in questo chiostro i suoi dì il Beato Pietro di Sardegna, la di cui vita scritta da Mauro Lagi fiorentino monaco camaldolese di esimia pietà, fu in compendio prodotta dal Fortunio nella sua Storia Camaldolese, di cui questo è un estratto.

Nacque Pietro in Otana città ora distrutta dell’Isola di Sardegna, e dal vescovo Niccolò suo zio conosciuto idoneo al servigio divino fu istruito nelle lettere, ed iniziato negli ordini sacri. Per reprimere la ribellione di sua carne, e tenerla soggetta allo spirito coi parimenti di un lungo viaggio, intraprese il devoto pellegrinaggio verso i sacri luoghi della Palestina; onde portatosi a Venezia per l’opportunità del trasporto, passò anche ad osservare fra gli altri monasteri quello di San Michele di Murano. Accolto ivi, con altri pellegrini a pranzo dall’abbate Paolo Veniero restò egli rapito dall’amena solitudine del luogo, ma molto più dalla virtuosa conversazione degli abitanti, e perciò tosto determinò di dedicarsi in tal luogo al servigio divino. Visitati dunque devotamente i santuari di Terra Santa, nel suo ritorno corse tosto ai piedi dell’abbate Paolo, e da esso vestito del sacro abito diede nei primi principi di sua religiosa vita un’idea di consumata perfezione. Austero a se stesso, umile, ed ubbidiente ad ogni cenno del superiore impiegava tutte le ore del giorno nelle sacre funzioni del coro, e nella lezione spirituale, e quel tempo che nella notte sopravanzava ad un breve riposo, tutto lo donava alla contemplazione delle cose celesti, solito bene spesso di condurre le notte intere in vigilia orando genuflesso dietro l’altare maggiore tutto assorto in Dio. Dimostrò il Signore qual fosse il fervore ed il merito dell’orazione fatta dal suo servo, mentre più d’una volta apparvero globi e fiamme di fuoco sopra il tetto della chiesa ove orava, dal che atterriti i passeggeri, che trapassavano la laguna temendo d’incendio nelle fabbriche discesero ad avvisarne i monaci, che indagando la cosa con attenzione rilevarono la vera cagione del supposto incendio. Dalla fama di tali prodigi, e dal continuato esempio delle di lui virtù eccitati gli abitanti di Venezia cominciarono a ricorrere al venerabile solitario o per aiuto, o per consigli, quali tutti dall’uomo di Dio erano accolti con carità, e con soavi ed efficaci parole restavano consolati. Manifestò Iddio quanto gli fosse grata la fedeltà del suo servo con miracoloso sanazioni impetrate per di lui intercessione, il quale dopo aver in continue pratiche di virtù consumati santamente 40 anni di religiosa vita riposò felicemente nel Signore nel giorno 20 di dicembre dell’anno 1453. Concorse ai di lui funerali una quantità grande di popolo, ed al primo levarsi del cadavere per trasportarlo alla chiesa si risanò istantaneamente un novizio, che e gli era raccomandato con fiducia, miracolo che non fu il solo operato a di lui intercessione. Bellissimo panegirico tesse di questo sant’uomo ancor vivente con poche parole in una sua lettera il chiarissimo Francesco Barbaro, scrivendo, che in tanti anni da che viveva nel monastero, la di lui conversazione era più tosto in cielo che in terra, onde col corpo fra gli uomini sembrava trattasse senza corpo con gli angeli, servendo a lui la cella e la solitudine di paradiso; forma di vivere che dalla prima gioventù fino alla vecchiezza costantemente osservata in orazione e silenzio lo costituiva un perfetto esemplare della vita monastica.

Fu poi l’abbate Maffeo nell’anno 1466, chiamato dai voti del senato alla sede patriarcale, e morì cardinale ritornando da Roma dopo l’elezione di Alessandro VI sommo pontefice. Riempì l’abbazia vacante Pietro Donato, fratello di Tommaso Domenicano, che fu poi patriarca di Venezia, e di Lodovico Dotto monaco camaldolese, il quale nel terzo anno di suo governo, che fu di Cristo 1469 ottenne da Paolo II per sé e per i suoi successori l’uso della mitra, e del bastone pastorale. Pose l’ottimo abbate la prima sua attenzione nel rifabbricare la chiesa, che per di lui opera fu fabbricata ampia e magnifica nello stesso tempo, che Pietro Boldù abbate delle carceri fece a proprie spese innalzare una nobile sacristia. Né con minor diligenza si adoperò per ciò che riguardava il decoro di sua religione, e la buona disciplina dei monasteri. Perciò non risparmiò fatiche, né dispendi per ottenere, che si restituisse all’ordine il nobilissimo monastero di Classe, e considerato avendo, che la congregazione detta dei nove luoghi fondata dall’Abbate Veniero sciolta si era per l’ambizione di alcuni prelati perpetui, ottenne per intercessione del senato veneto dal pontefice Sisto IV, nell’anno 1474, che i due abbati di Santa Maria delle Carceri, e di San Michele, ed il priore di Santo Mattia di Murano dovessero in avvenire esser di governo triennale. Questi furono, i principi della congregazione camaldolese di San Michele, che fondata sotto Sisto IV fu poi accresciuta e dotata di privilegi dal pontefice Innocenzo VIII. Riposò in pace l’ottimo abbate nell’anno 1479.

Pietro Delfino uomo e per pietà, e per dottrina chiarissimo dichiarato dai monaci abbate nell’età di anni 34 fu poi nell’anno seguente 1480, assunto alla suprema carica del suo ordine da lui santamente esercitata per 45 anni. Si accrebbero in questo tempo le rendite del monastero. Perciò in vece della tenue Abbazia di San Michele di Lemo gli fu unito il priorato di San Martino di Oderzo, ed Innocenzo Papa VIII nell’anno 1484, gli assegnò in perpetuo possesso li due priorati del Monte delle Croci, e di Santa Maria di Porcilia nella diocesi Padovana. Coi vantaggi temporali si accrebbe parimente il decoro del monastero per la santa vita di un suo monaco che ivi morì nell’anno 1502. Fu questi Eusebio nato in Spagna dalla nobilissima famiglia Osorno circa l’anno 1451 il quale da Ferdinando V Re delle Spagne fu nell’anno 1479 mandato suo ambasciator a Venezia. Ivi contrasse egli stretta amicizia coi monaci di San Michele, e sentissi ispirato da Dio ad abbracciar il loro istituto; il che dopo superati molti umani ostacoli, che si frapposero, costantemente esegui nella vigilia dell’apostolo San Giacomo dell’anno 1485. Sin dai primi giorni di suo noviziato dimostrò qual fosse il fervore di sua vocazione, che si andò sempre accrescendo fra gli esercizi non mai interrotti di mercificazione, e di orazione, nella quale impiegando il giorno, e buona parte della notte talmente si unì a Dio, che abborriva il trattare, o parlare cose di mondo. Fatto maestro dei novizi istillò nell’animo dei giovani a sé commessi la pietà e la divozione con maniere si dolci, che in lui più che un maestro riconoscevano un padre.

Versatissimo nelle dottrine più gravi sentiva di sé con tal umiltà, che niente più con avidità ricercava quanto l’esercitarsi nei più vili ministeri della casa, e disprezzatore del mondo soleva bene spesso presentarsi ai soggetti riguardevoli, che lo ricercavano, con le insegne dei più bassi eventi. Macerato alla fine da continuati digiuni, da assidue orazioni, e da asprissime penitenze incorse in gravissimo affanno di stomaco, i di cui dolori tollerò egli senza poter prender cibo per sedici interi giorni sempre lodando e ringraziando il signore, finché comparso sopra il monastero nel luogo, ove egli giaceva, un globo di fuoco rese egli placidamente l’anima al suo creatore nel giorno 10 di febbraio dell’anno 1502, contando dell’età sua l’anno 51. Fu sepolto, egli in parte separata nel pavimento del tempio, finché avendolo Iddio illustrato con miracoli, un cavaliere spagnolo di lui amico lo fece collocare in un nobile sepolcro di marmo affisso al muro della chiesa in luogo cospicuo.

Fu poi nel capitolo generale della congregazione nell’anno 1513, stabilito, che di tutti i monasteri tanto del sacro eremo di Camaldoli, che di San Michele di Murano si formasse un solo corpo di congregazione chiamata col doppio titolo di ambedue i monasteri. Quattr’anni dopo fu eletto abbate di San Michele Eusebio Priuli, fatto poi vescovo di Veglia, ove mentre con zelante attenzione procura di riformare i costumi del suo clero, con avvelenata bevanda tolto dal mondo morì martire della disciplina ecclesiastica. Mentre quest’illustre prelato reggeva il monastero, Margarita Vitturi nobile vedova di Giovanni Miani lasciò in testamento, che a spese di sua eredità, o appresso il convento di San Francesco della Vigna, o in vicinanza di San Michele di Murano fosse dai procuratori di San Marco, destinati suoi commissari, ordinata l’erezione d’ una sontuosa cappella, dedicata ad onore di Maria Vergine Annunziata dall’Angelo. Non essendovi dunque contiguo al monastero di San Francesco sito opportuno per collocarla, fu con la più nobile magnificenza eretta a canto alla chiesa di San Michele, ed abbellita con fini marmi orientali, dei quali va ad abbondanza adorna.

La chiesa poi fu consacrata nel giorno 7 di novembre dell’anno 1535 da Vicenzo Massari vescovo mellipotamese, che nell’altare maggiore da lui dedicato insieme con la chiesa sotto il titolo di San Michele Arcangelo incluse reliquie dei Santi Matteo apostolo, Girolamo dottore, e Gentile confessore. Due corpi santi si venerano in questa chiesa collocati in una urna di legno dorato all’altare del Salvatore risorto, l’uno dei quali è di San Claudio martire tratto dal cimitero di Callisto, e nell’anno 1609 donato a Vitale Zuccoli padovano abbate di quello monastero; l’altro di Santa Bassa vergine e martire, di cui celebrano i monaci l’ufficio nel giorno 11 di agosto. Unita a questi si conserva la testa di uno dei Santi Innocenti di Betlemme per l’intercessione dei quali restò nell’anno 1576 preservato il monastero dall’orrido flagello della peste, che distruggeva la città di Venezia, ed i luoghi circonvicini. Per durevole riconoscenza della grazia ottenuta ordinò l’abbate Cipriano d’Este, come già si era obbligato con voto, che la festa dei Santi Bambini Martiri fosse in avvenire (come tuttavia si eseguisce) celebrata dai monaci con devota solennità. Altre reliquie decorosamente in ricchi reliquiari annicchiate si conservano nel monastero, e sono un calcagno del Santo abbate Romualdo; una costa di San Parisio monaco; ed altre riguardevoli porzioni d’ossa di San Pietro Orseolo già Doge di Venezia, e di alcuni Beati dell’istituto camaldolese. La più insigne e venerabile però è una porzione della Santissima Croce di tal grandezza, che eccettuata la Ducale Basilica non vi è fra le venete chiese chi ne possegga l’eguale. Come questo prezioso pegno di nostra salute arrivasse ad arricchire questo monastero fin dai principi di sua fondazione, avendolo risaputo per tradizione de’ suoi maggiori l’abbate Francesco, che governava negli anni 1360 e 1380 ne lasciò in scritto la narrazione; di cui ne diamo un compendio.

Nel mese di ottobre dell’anno 1362 quattro nobili dalle parti di Romania si portarono al monastero di San Michele, e per un interprete fecero saper all’abbate essere venuti da sì lontani paesi solo per un piccolo quadro, in cui si contenevano due Croci formate del Legno della Santissima Croce. Memore l’abate, che altre volte era stato tentato di rubarla fuori dall’altare, ove si conservava, negò d’averla, ma replicando quelli con lagrime le loro stanze, mostrarono d’esser loro note la quantità, e qualità delle croci, e, la forma pure del quadro formato di argento indorato fu cui erano rappresentate l’immagini di Costantino imperatore, e di Sant’Elena di lui madre, fra le quali figure erano poste le due venerabili croci fatte del Legno consacrato dal Sangue del Redentore. Li interrogò allora l’abbate come ciò sapessero, ed essi così seguitarono il lor racconto. Morti l’imperatore ed imperatrice predetti, ed andato in decadenza l’impero, alcuni dei nostri antenati consapevoli di chi fosse stato quel quadro si portarono in Costantinopoli, e con opportunità di occasione lo rapirono, dopodiché allegri salirono la nave per portarlo alla loro patria. Sorpresi nel viaggio da furiosa tempesta alla veduta dell’imminente naufragio promisero, che se potessero salvarsi depositerebbero il quadro nel mare, e poi seguendolo l’offrirebbero alla chiesa più vicina, ove si fermasse. Appena fatto il voto, riebbero perfetta calma, onde attoniti a tal prodigio posero il quadro nel mare, che si avviò tosto. verso Venezia, e si fermò alle spiagge di questo monastero.

Ivi dunque discesi, e levato il quadro dall’acqua lo deposero sopra l’altare della chiesa alla presenza dell’abbate, e dei monaci. Ritornarono poi alla lor patria, ove narrarono il gran prodigio da noi per tradizione dei nostri maggiori risaputo, e che fu l’unica causa del nostro lunghissimo viaggio. Ciò inteso dall’abbate li consolò tosto con far loro vedere la venerabile reliquia, adorata la quale lieti ritornarono al lor paese.

Comunque sia della verità di sì prodigiose circostanze raccontate da pellegrini greci, certo è, che con costante immemorabile culto furono sempre venerate le sacre croci come una adorabile porzione di quel legno, sopra cui il Redentor Nostro fu crocifisso. Per decentemente conservare un tesoro di tanto pregio fece l’abbate Francesco innalzargli un altare, a cui solevano i naviganti veneziani ricorrere prima d’intraprendere i loro viaggi, benedicendo il Signore la loro divozione e la loro fede con molti miracoli fatti all’invocazione di questa Croce.

Fu poi nella metà del secolo XV da Pietro Priuli procuratore ad onore, e custodia della Santissima Croce fatta ergere una nobile cappella adorna di sceltissimi marmi, il di cui altare dipinto per mano del celebre Giovanni Bellino essendosi logorato dal tempo, fu rinnovato di fini marmi dalla pietà dei monaci nell’anno 1722. (1)

Visita della chiesa (1839)

I monaci vi stettero fino al 1810, accogliendo nelle restrizioni del 1807 quelli di San Mattia di Murano. La loro soppressione disperse bensì una biblioteca rinomatissima per manoscritti e per opere preziose, pure conseguenze men fatali recava a quel luogo perciò si mantenne qual privato collegio sino al 1829 in cui concesso ai pp. Riformati, da cui è attualmente abitato. Bello è ancora a vedersi nella parte salvata da un uragano che a questi ultimi tempi gran pezzo ne distrusse.

Ciò che veramente richiama le nostre osservazioni è il nobile edificio della chiesa. La sua facciata, sullo stile dei Lombardi, ha tali ornamenti che meritano del continuo lo studio degli artisti. Entrando, vedi in prima un vestibolo cavato dal corpo della chiesa in grazia del coro che vi si volle erigere superiormente. Adorna questo vestibolo: 1. l’interno della porta maggiore tutto occupato da un magnifico monumento innalzato con ricchi marmi e col busto al cardinale Giovanni Delfino vescovo di Vicenza (anno 1622), ed avente tra gli intercolunni le due statue della Fede e della Prudenza scolpite dal cav. Gian-Lorenzo Bernini: 2. I quadri, già stati nella chiesa, ed ora appesi all’uno ed all’altro lato di questo vestibolo. Vedi alla destra quindi le due portelle dell’organo di Domenico Campagnola con Nostra Donna assunta e con San Michele che fuga i demoni; vedi la visione della scala avuta da San Romualdo di Antonio Zanchi, ed altri quadri di minor conto pur vecchi, non solo in questo, ma nell’opposto lato anche. Superiormente alla porta, che mena in chiesa, si scorge La sacra famiglia di Gregorio Lazzarini. Tuttavia ciò che deve muoverci in questo vestibolo è la così detta cappella Emiliana, fondata per un testamento di Margherita Vitturi, vedova di Giovanni Miani alla metà in circa del secolo.

Posta tale cappella alla sinistra del detto vestibolo, vi si entra per un atrio pentagono a lati disuguali, con cinque colonne ioniche canalate a tortiglio sugli angoli, il sopraornato delle quali regge la cupola rotonda che gli fa cielo. Dall’atrio passando nella cappella (che meglio meriterebbe il nome di tempietto), di figura esagona, con tre altari e tre porte alternamente scompartite, agli angoli di ciascheduno lato si vedono due colonne corintie canalate sostenenti la trabeazione, donde muovono gli archi componenti come sei cappelle. Cupola perfettamente emisferica cammina al di sopra degli archi, ricoperta poi da un’altra più grande, che è quella appartenente al fuori. Ad ogni angolo saliente di ciascheduno dei sei lati, spiccasi una corintia colonna canalata, che messa in mezzo a due alette, e posata sul piedistallo, sostiene, mercé un piccolo attico, la cupola esteriore.

Perfetto modello di eleganza è in somma l’interno di questa cappella, ornato di nicchie, di meandri, di arabeschi ed intarsi di marmi orientali; una con opportuni riposi; ma senza ingombro; ma senza affettazione. Tali non sono però i bassi-rilievi formanti le palle dei tre altarini esprimenti l’Annunciazione, l’Adorazione dei magi e quella dei pastori d’ignoto autore. Ma ben corrisponde all’interno l’esteriore di ordine composito, pieno d’ornamenti finissimi, con due buone statue nelle nicchie e splendente per certa originalità, non nata dai greci modelli, sebbene ai loro effetti si accosti. Dagli antecedenti tentativi dell’architettura cristiana, a tal segno pervenne la famiglia dei Lombardi con quell’architettura che dai suoi autori si suole chiamare Lombarda. In seguito, le imitazioni greche e romane deviarono da simili forme, ed a poco a poco condussero alle sale teatrali anziché ai sacri templi. Il profano suggerito dagli antichi modelli, non rese più abituale il profondo e religioso senso che i cristiani studiavano di far dominare nelle chiese, e che dalle chiese si comunicava agli altri fabbricati. Ora pare che rinsaviscano gli uomini riconducendosi agli elementi delle cose. Tuttavolta lottano le innovazioni coi vecchi principii. E quando non fu mai guerra del nuovo col vecchio mondo? Dove starà però la ragione? A noi sembra dove si avi armonia tra principii regolatori delle masse, mentre dove disaccordino, derivando le arti, a cagione di esempio, da fonti religiose di verse, da linguaggi diversi, ec, ivi non sarà quella verità che rende ragionevoli e per ciò belle le cose.

Usciti da sì grazioso tempietto, per entrare nella chiesa, inferiormente al coro già ricordato, trovasi da una parte un quadro con San Bonifacio innanzi ad un monarca della Moscovia, di Gregorio Lazzarini, e dall’altra quello del Beato Michele Pini istitutore della corona del Signore, dipinto da Ambrogio Bono. Alla destra parte della chiesa sola si vede l’epigrafe a Pietro Dolfin generale dell‘ordine di questa chiesa, morto nel 1525, e nella cappella del Santissimo Sacramento le due semplici urne eleganti: l’una posta a Contarina Zorzi, morta nel 1564; l’altra a Massimiliana Guidoboni Visconti Galvagna morta nel 1824.

La cappella maggiore poi, avente puri e diligenti intagli d‘inarrivabile esecuzione, si fece a spese di Andrea Loredano. A questo celebre repubblicano, morto nel 1513 combattendo contro i Turchi, e vittima della gelosia del comandante generale della flotta Antonio Grimani, stanno qui due iscrizioni, coperte però dai due gran quadri occupanti le pareti del coro. Esprime il primo l’Adorazione de vitello d’oro, una delle più belle produzioni del Lazzarini, e l’altro rappresenta il Serpente innalzato da Mosè, di Antonio Zanchi.

Gran risentimento vi ha in vero in quest’ultimo, sì nella parte del disegno e si nell’ombreggiare non meno che in quel solito cupo di cui Zanchi andava lieto. Pure, colla debita discrezione, consigliamo i giovani a pendere talvolta dai quadri di tanto risentimento onde empiersi dell’entusiasmo, che, quasi scintilla elettrica, si comunica in noi al riguardar le opere forti. All’antico altare, con un’ancona di piccole figure, si è sostituito, alla fine del secolo XVII, quello che vedi presentemente colle statue in marmo dei Santi Michele, Romualdo e Benedetto, delle quali si ignora per altro l’autore.

Nulla più deve condurci alla seguente cappella che tre iscrizioni in memoria di altrettanti celebri letterati della religione camaldolese di quest’isola, Gian-Benedetto Mittarelli, Fortunato Mandelli ed Agostino Costadoni. Il disegno dell’altare si diede da Iacopo Piazzetta, che lavorò la statua di San Romualdo trasportato al cielo da due angeli. Di qui, entrando nella sacrestia, potremo osservare la porta e gli scaffali lavorati sul disegno di frate Giacinto Savorino, ed il soffitto dipinto da Romualdo Mauri. Ma, come ne saremo usciti, scorgeremo la iscrizione ricordante un’insigne reliquia della Santissima Croce stata ivi racchiusa, ed ora posseduta dalla nobile famiglia Savorgnan di Venezia.

La successiva cappella, dedicata appunto alla Croce, si edificò a spese del procurator Pietro Priuli, morto nel 1493 e quivi sepolto. Si leggono perciò quivi alquante iscrizioni ai chiari uomini di quella famiglia; ma considerazione ben merita, sopra la porta interna, la gran croce formata da vari pezzi di porfido, serpentino e verde antico, siccome non minore considerazione richiede, fuori di questa cappella, l’iscrizione all’illustre monaco Eusebio divenuta continuo soggetto di studio e d’imitazione. Né si passeranno finalmente senza osservazione i lavori a tarsia adornanti il coro superiore, opere del 1534, ristorate dal mentovato frate Giacinto Savorino. Tutto deve esserci caro ciò che appartiene a quei tempi. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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