Isola di Sant’Andrea della Certosa

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1802
Ongania Ferdinando. Isola della Certosa. Da internetculturale.it

Chiesa e Monastero di Sant’Andrea della Certosa. Monastero di Padri Certosini. Chiesa e monastero demoliti

Storia dell’isola, della chiesa e del monastero

Di due isolette separate da piccolo canale, si forma l’isola detta di Sant’Andrea della Certosa, situata quasi in egual distanza fra il monastero di San Niccolò del Lido, e la cattedrale di Castello, a cui era per antica, giurisdizione sua soggetta. Marco Niccola piissimo vescovo castellano, desideroso d’estendere il culto divino, la donò nell’anno 1199 a Domenico Franco, devoto sacerdote della chiesa parrocchiale di Santa Sofia, affinché in essa fondasse ad onore dell’apostolo Sant’Andrea una chiesa, ed un monastero per uso ed abitazione dei frati, già da lui prima fondati nell’Isola, ora distrutta, di Ammiano, appresso una chiesa dedicata essa pure al medesimo santo apostolo. Non per anco compito un anno della prima concessione, permise il buon vescovo al nuovo istituito priore di Sant’Andrea del Lido, che potesse nella stessa isola innalzare un’altra chiesa, sotto l’invocazione delle sante vergini e martiri aquileiesi Eufemia, Dorotea, Tecla, ed Erasma, aggiungendovi edifici per uso ed utilità di quei frati, o suore, che il fondatore Domenico Franco volesse stabilirvi. Ciò eseguito il buon sacerdote, che già aveva in altri luoghi fondati molti monasteri, chiuse in quest’isola i suoi giorni, e vi fu piamente sepolto nell’anno di Cristo 1204, dopo di che essendosi già ridotta a perfezione la chiesa, di cui era titolare l’Apostolo Sant’Andrea, fu ella solennemente consacrata dal vescovo Marco Niccola nel giorno 19 di febbraio dell’anno 1219. Variano gli scrittori nel nominare l’istituto dei primi abitatori di quest’isola. Poiché il Dandolo nella sua Cronaca precisamente li nomina canonici regolari, dove la maggior parte degli altri cronologi li chiamano semplicemente frati di Sant’Agostino; come appunto vengono nominati nei documenti, che ci restano, e massimamente nella concessione prima dell’isola, fatta dal vescovo Marco Niccola. Apporta a questa seconda più probabile opinione una valida prova l’antico marmo, che tuttavia si conserva sopra la porta dell’ospizio di questo monastero, nella parrocchia di San Benedetto, in cui si rappresenta l’immagine dell’apostolo titolare fra due regolari vestiti, come vien espresso nella contrapposta figura. Passato a miglior vita il pio fondatore, successe nel priorato Ildebrandino, per di cui diligenza si aumentarono le rendite del monastero per l’acquisto fatto di molte vigne nel territorio di Trieste, le quali anche furono graziosamente assolte dal pagamento di decime nell’anno 1220, per libera concessione di Corrado vescovo di Trieste, che per titolo di ceno si riservò l’annua offerta di mezza libra d’incenso.

Per altre oblazioni dei fedeli si migliorò la condizione del per altro assai povero monastero, a cui nell’anno 1269, Alosia figlia di Giovanni da Ponte, donò alcune sue case poste nella parrocchia di San Benedetto, nelle quali fu istituito l’ospizio del Monastero già citato di sopra. Quantunque però il monastero dotato fosse di rendite sufficienti al mantenimento di qualche numero di religiosi, contuttociò verso il fine del secolo XIV era ridotto a tale scarsezza di abitatori, che nell`anno 1387 ai 27 di novembre (come scrive nella sua Cronaca il Sanudo) fu preso di concedere il luogo al Generale dei monaci certosini per far un monastero; ma non essendo ancora giunto il tempo prefisso da Dio al loro stabilimento in Venezia, per gli Avvogadri fu intromessa la detta parte e annullata. Continuarono dunque nel possesso del luogo i frati di Sant’Agostino, il priore dei quali nell’anno 1419, promise a Marco Lando vescovo di Castello un letto interamente fornito, secondo l’obbligo, che aveva il monastero, di consegnarlo ad ogni nuovo vescovo, allorché veniva al possesso di sua residenza. Frattanto le fabbriche del Convento, pressoché abbandonate, minacciavano rovina, né apportandovi l’opportuno compenso la trascuratezza dei priori, che soli erano finalmente restati al governo del convento, vi accorse la pubblica provvidenza, comandando con decreto del giorno 1 giugno 1420, che il monastero di Sant’Andrea del Lido fosse col frutto delle proprie rendite perfettamente ristabilito.

Giunse frattanto a Venezia l’uomo apostolico San Bernardino di Siena, il quale fra le altre cose, che con più efficacia suggerì al governo, propose che si introducesse nella città dominante il sacro ordine della Certosa, per accoglier il quale opportunissimo era il restaurato monastero di Sant’Andrea del Lido, vuoto già d’abitanti, e sufficientemente provvisto di rendite per il mantenimento degli angelici solitari.

Fu accettata con piacere l’utile proposizione dal senato, ed il maggior consiglio decretò, che attesa la virtù dei venerabili monaci dell’Ordine della Certosa, fossero essi ricevuti nel monastero di Sant’Andrea del Lido, ed il priore, che di tempo in tempo fosse eletto ricever ne dovesse dal doge l’investitura.

Fu confermata la pubblica concessione con apostolico diploma del pontefice Martino V, il quale nell’anno 1424, commise a Giovanni Michele abbate di San Giorgio, che ricever dovesse da Andrea priore del monastero di Sant’Andrea del Lido, la spontanea sua remissione dal priorato, ed estinto in esso l’ordine di Sant’Agostino, assegnare lo dovesse in perpetuo possesso alla religione dei monaci certosini con tutte le prerogative, e rendite ad esso monastero spettanti. Perché però gli amplissimi privilegi, che per pontificie concessioni godeva il sacro Ordine della Certosa, non fossero per il nuovo acquisto in parte alcuna pregiudicati, l’ammirabile San Lorenzo Giustiniani, allora vescovo di Castello, spontaneamente cedette, e liberò i monaci dall’annuo censo, che ai religiosi abitatori dell’isola aveva imposto, come dicemmo nella loro istituzione, il vescovo Marco Niccola. Anche con altri segni di religiosa liberalità, dimostrò il santo prelato il suo amore verso questo santissimo ordine, nel che fu imitato da quelli di sua famiglia, che stabilirono la lor sepoltura fra questi chiostri, e Bernardo nipote del santo, avendo scritta la di lui vita, la dedicò ai monaci certosini, due dei quali avevano sentito gli angeli cantare nei funerali del santo patriarca defunto. Mal però riuscivano adattati alle costumanze della solitaria religione gli antichi chiostri, e la chiesa esposta ad un aperto ingresso era troppo diversa dal loro istituto: perloché disposero i buoni Monaci di costruire un nuovo più ampio chiostro, e di innalzare nell’interno del monastero una chiesa magnifica, ed adorna di scelti marmi, adattata al particolar uso del loro coro, e del rito di loro ufficiatura. Tutto si eseguì a perfezione, e la chiesa poi nel giorno 3 di agosto dell’anno 1721 dal Patriarca Pietro Barbarigo fu solennemente dedicata, sotto l’invocazione del primo suo titolare Sant’Andrea apostolo.

Riconosce questa chiesa i più pregevoli suoi ornamenti dalla beneficenza di Luigi Grimani, arcivescovo di Candia, di cui furono dono le seguenti reliquie: Una spina, e porzione della croce del nostro Redentore. Dei capelli, e della veste della Beata Vergine Maria. Porzioni d’osso, e porzione pure della croce di Sant’ Andrea apostolo. Il cranio intero di Sant’Andrea soldato e martire. Porzione d’osso di San Giovanni Grisostomo, ed un pezzo della pelle di San Bortolammeo apostolo. Aggiungere a queste si devono altre reliquie, in vari tempi offerte a questa chiesa. Dell’ossa delle sante vergini e martiri aquileiesi Eufemia, Dorotea, Tecla, ed Erasma, l’antica chiesa delle quali, benché disadorna, e mal acconcia, si vede tuttora nel chiostro piccolo del monastero contiguo alla chiesa. Porzione d’osso di San Brunone, fondatore dell’Ordine dalla Certosa. Il corpo di San Clemente martire, ed altre molte ossa dei santi martiri, che riposavano nei cristiani sotterranei di Roma.

Fiorirono illustri in santità fra questi chiostri molti personaggi, fra i quali meritano singolare menzione Mariano da Volterra, primo priore della certosa veneta, uomo egualmente dotto, che pio, cui teneva in sommo pregio il celebre Francesco Barbaro. Giovanni Cornaro, la di cui pietà spicca nei libri ascetici da lui composti, e stampati prima in Venezia, e poi in Idelberga. Governò la Certosa di Venezia priore anni sei, e poi per amore della solitudine, si ritirò nel chiostro, ove santamente visse e morì fregiato dal patriarca Giovanni Tiepolo col titolo di beato. Antonio Sariano, il quale avendo dato nei governi delle due certose di Venezia e di Padova illustri argomenti di sua religiosa prudenza, fu eletto nell’anno 1504, patriarca di Venezia, e morto quattro anni dopo fu sepolto in questa chiesa, dopo aver lasciato negli ascetici opuscoli da se composti un contrassegno di sua pietà ed eguale dottrina; Stefano Veniero priore della Certosa Veneta nell’anno 1507, il di cui elogio nelle Storie dell’Ordine viene steso in tal sentimenti; Stefano ottimo superiore, con quale accuratezza istruisse i suoi, si conosce da Marco, ed Agostino, ai quali fu maestro nella vita spirituale. Agostino era dotato di tale spirito d’orazione, che spesse volte, mentre ministrava all’altare come Diacono, rapito fuori di sé fu veduto alzarsi in aria. Marco talmente ardeva di amor divino, che mentre parlava delle cose di Dio, frequentemente gettava fiammelle fuor della bocca, e la di lui sedia nel coro talmente si riscaldava, che ne partecipavano del calore i vicini. Più d’una volta fu creduto da pescatori nella vicina laguna, che il monastero ardesse; onde avvertiti i monaci riconobbero, che quelle apparenti fiamme uscivano dalla dl lui cella, mentre egli assorto in Dio faceva orazione. (1)

Visita della chiesa (1733)

Entrando in chiesa nel primo paramento vi sono due tavole del Palma; nell’una la Madonna di Pietà, nell’altra Cristo, che dà le chiavi a San Pietro. La tavola dell’altare maggiore con Cristo, che chiama Pietro, ed Andrea all’apostolato è cosa veramente ammirabile di Marco Basaiti, opera di ottima conservazione. Sopra si vede la Madonna, e dalle parti due santi della religione; di Andrea Celesti. Nella cappella alla destra della maggiore la tavola con la Madonna in aria, ed abbasso San Bruno è del Renieri. Nella cappella di casa Giustiniana la tavola con i Santi Anselmo, ed Ugo è del Maganza. Sopra una porta del chiostro vi è un San Giosafat, e due angioletti, del Tintoretto. Nella cappella di casa Morosini detta il capitolo vi è la tavola dell’altare in cinque comparti con la Madonna, ed altri santi fatta nel 1464 da Bartolommeo Vivarini. Nella facciata del refettorio la cena con gli Apostoli i e alle parti due quadri nell’uno San Bruno, e Santa Catterina nell’altro San Girolamo e Santa Margherita di Lion di Francia monaca dell’ordine Cartusiano, che tiene un libro in mano, e rappresenta quello, che miracolosamente le diede il Signore; queste sono tutte di Bonifacio. (2)

Visita della chiesa e del monastero ed eventi più recenti (1839)

Mal riuscivano per altro adatti alle costumanze dei certosini quegli edifici. Cosicché li riformarono essi ben tosto erigendo un solo chiostro e circuendolo con 15 cellette per altrettanti frati, avente ciascheduna il proprio cortiletto, il pozzo ed il giardino. Si chiamava questo chiostro Galilea, ovvero trasmigrazione secondo le spiegazioni date da San Girolamo, essendoché con quell’esercizio di vita contemplativa si faceva passaggio dei vizi alla virtù. A meglio raggiungere si sublime scopo tenevano anzi quei monaci nel mezzo del cortile il cimitero onde aver sempre dinanzi l’ultimo fine.

Fuori del chiostro principale ce n’era un altro minore, il quale col lato settentrionale si congiungeva al fianco della chiesa, a levante era chiuso dal refettorio ornato con belle tele del Bonifacio ed a ponente lo conterminavano varie cappelle che andavano ad unirsi alla chiesa stessa accogliendo le sepolture di molti patrizi. Si vedeva quindi fra esse e quella eretta da Francesco Barbarigo padre dei due dogi Marco ed Agostino, e quella della famiglia Giustiniani che molto spese nella riedificazione del convento, e che nel mezzo aveva il sepolcro di Orsato morto capitano generale in Morea. In terra poi del chiostro stesso si vedeva la sepoltura di Jacopo morto in una giornata campale di Morea (anno 1466) e di Girolamo Barbarigo stato avvelenato dai nemici nelle guerre di Romagna (anno 1467), quella di Andrea Morosini gran guerriero e sagace politico morto nel 1454, quelle della famiglia Marcello, in una delle quali nella notte si trovò vivo dai padri un individuo che tanto visse da propagare il ramo della sua casa, quella finalmente del procuratore Leonardo Giustiniani fratello del santo patriarca, assai chiaro nelle lettere e nelle civili magistrature morto nel 1446, e quella di Marc’Antonio e Lorenzo Loredan, con altri molti che per brevità si omettono.

Fra i due chiostri, fu fabbricata la chiesa serrata cosi che non potessero entrare le donne. Si cominciò a rinnovare sul disegno di Pietro Lombardo ricevendo a più riprese altri restauri, ed altre appendici.

Nel secolo trascorso, intanto che gli antichi chiostri venivano ampliati, molto essa si rinnovava nell’interno per cui anzi nel 1721 dovette ancora essere consacrata. Tuttavolta, conforme all’uso certosino, rimaneva divisa nel mezzo d’un muro che intarsiato di eletti marmi fu eretto a spese della famiglia Priuli, della quale si vedevano in esso scolpite le armi, ai piedi ne stavano anche i sepolcri. La metà anteriore della chiesa aveva varie cappelle; alla destra quella della famiglia Pisani, alla sinistra quella magnifica dei Nani ove riposava il famoso Paolo, in uno a Francesco Grimani senatore reputatissimo. A queste succedeva quella avente il sepolcro di Luigi Grimani morto arcivescovo di Candia nel 1619 e quella opposta ove stavano le memorie del procuratore Giambattista Grimani sommerso da fierissima burrasca nelle acque di Psarà (anno 1648) quando la patria aspettava vittorie proporzionate al valor suo. Nel mezzo di tal parte anteriore si scorgevano inoltre il sepolcro di Antonio Soriano stato priore di questo monastero (anno 1484) ed eletto patriarca di Venezia nel 1504, celebre per la pietà e per la scienza ecclesiastica. Poco lungi da questo sepolcro c’era pur quello di Arnoldo Gasco ab. di San Fermo in Francia uno dei fondatori della Certosa di Bordeaux.

Chi poi osservava l’altra metà posteriore all’intermedio muro trovava prima il coro dei monaci e nel mezzo il sepolcro di Girolamo Morosini, indi la cappella maggiore, opera sontuosa della pietà di un Marco Morosini, nella quale si vedeva la celebre tavola di Marco Basaiti con Cristo che chiama Pietro ed Andrea all’apostolato, trasportata ora nella veneta pinacoteca. Alla destra della maggiore stava la cappella dei Soranzo ove furono sepolti due Jacopi Soranzi, procuratore l’uno morto nel 1551, e ragguardevole senatore l’altro che sostenne varie ambascerie e morì nel 1649. Alla sinistra vi aveva la cappella dei Contarini e per ultimo succedeva un’altra cappella intitolata alla Madonna della Pietà eretta dal celebre Antonio Vinciguerra, segretario del consiglio dei X, che sostenne varie gelose missioni, che molto si rese noto nella repubblica delle lettere per varie produzioni, ma specialmente per essere stato il primo in Italia a scrivere terze rime satiriche dai letterati di quei dì mandate perfino a memoria, e che morì nel 1517.

Ma di questo luogo si magnifico e si ameno, fiorente nei secoli scorsi per a santità, oggi più non sussiste. sopraggiunta la gran soppressione delle corporazioni religiose nel 1810 nesta tu colle altre dispersa, il luogo fu consegnato al militare, indi demolito, ed oggi, tranne l’abitazione di un colono, tutto è scomparso. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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