Chiesa e Monastero di Sant’Elena vulgo Santa Lena in Isola

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Chiesa di Sant'Elena - Castello

Chiesa e Monastero di Sant’Elena vulgo Santa Lena in Isola. Monastero di Monaci Olivetani. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa e del monastero

Prima che da Costantinopoli giungesse ad arricchire la città di Venezia il sacro corpo dell’imperatrice Sant’Elena, già al di lei nome era stata dedicata una chiesa nell’isola situata non molto lungi da Castello, e che da molti, benché fallamente, fu detta essere l’antico Olivolo. In quest’isola, che era di antica giurisdizione dei vescovi di Castello, fondò circa l’anno 1175 a proprie sue spese Vital Michieli, vescovo castellano, un ospedale sotto l’invocazione di Sant’Elena, riservando a sé, ed ai suoi successori l’elezione del priore, a cui con pubblico istrumento nell’anno suddetto si obbligarono d’ubbidire i confratelli, abitanti nel fondato ospedale. Non deve esservi dubbio, che sino da principio il priore, ed amministratori del luogo fossero canonici regolari, istituto allora assai disteso in Venezia, poiché nell’anno VIII di Pietro Ziani doge, che fu di nostra salute 1211, Aicardo veneto, canonico regolare del monastero di Sant’Elena di Venezia, trasportò da Costantinopoli il corpo di Sant’Elena, e lo condusse in Venezia al suo monastero. L’ospedale dunque, che realmente era un monastero con ospizio unito per accoglimento dei poveri, e massimamente pellegrini, secondo l’uso di quei secoli, mutò anche il nome nell’anno 1233, avendo Marco Michieli vescovo castellano, di consenso del suo capitolo, concesso in pieno e libero dominio l’ospedale, e l’isola tutta a Demetrio, che vi era allora priore, con facoltà d’adunarvi frati, a sé ritenendo solamente la prerogativa di confermar il priore, e di annuo censo di due ampolle di vino da presentarsi ai vescovi castellani otto giorni avanti la festa della santa titolare. Vantaggioso riuscì al monastero il governo del priore Demetrio, a cui in spontanea pia oblazione furono da alcuni pii fedeli donate possessioni nei territori di Treviso, e di Padova a mantenimento dei suoi canonici. Aicardo dunque canonico regolare di Sant’Elena di Venezia, si portò (come dicemmo) a Costantinopoli in quei tempi fortunati, nei quali la Repubblica di Venezia signoreggiava in gran parte di quella imperiale città, risaputo, che il corpo della santa imperatrice si custodiva nella chiesa di un monastero dedicato al di lei nome, con accortezza nascostamente lo levò; ed a Venezia trasportatolo lo collocò nel suo monastero. Questa è la maniera della celebre traslazione riferita dal Dandolo. Favola perciò deve reputarsi quanto di essa viene scritto d’alcuni del sacro corpo, trasportato alle Chiese dei Carmelitani e dei Serviti, i monasteri dei quali, al tempo dell’arrivo del venerabile deposito, non erano ancora stati fondati.

Si gloriano di possedere questo corpo i Romani, che la dicono sepolta in Roma, ed i francesi, che la vogliono da Roma furtivamente rapita, e condotta in Francia; ma molto migliore è il fondamento dei Veneziani, che acquistarono il sacro corpo in Costantinopoli, ove (per testimonianza di Socrate Scolastico, di San Teofane costantipolitano, e di altri autori greci egualmente antichi, che accreditati) fu sepolta la santa imperatrice, ivi trasportata per ordine di Costantino il Grande suo figlio. Né recare deve meraviglia, che la santa principessa fosse dal figlio, benché altrove morta, fatta tradurre in Costantinopoli, quando per di lui comando anche il corpo dell’imperatore Costanzo suo padre, benché morto negli errori del paganesimo, fu dall’Inghilterra condotto in Costantinopoli. Si solennizzava anticamente in Venezia la festa di Sant’Elena nel giorno 21 di maggio; ma poi nell’anno 1402, stabilì con suo decreto l’autorità del maggior consiglio, che la pompa di tali festa si celebrasse nel martedì dopo la domenica delle Pentecoste, il che poi per ubbidienza ai sacri riti ecclesiastici fu sospeso, e restò trasportata la celebrazione dell’ufficio al giorno 17 del mese di agosto.

Frattanto per le vicende delle cose umane, e molto più per i gravi danni, che apportò alla disciplina ecclesiastica la lunga continuazione dello scisma, il monastero andò a tale decadenza, che nei principi del secolo XV, rimasto vi era nei rovinosi edifici il solo priore, che tutte consumava le rendite del monastero.

Resa nota al pontefice Gregorio XII, la deplorabile situazione di un santuario già sì famoso, stabilì con suo diploma segnato nel giorno 21 di settembre dell’anno 1407, che il monastero di Sant’Elena di Venezia concesso fosse alla Congregazione dei monaci Olivetani, che nel giorno 23 ottobre dello stesso anno furono per il credito dell’esemplare loro vita ammessi al possedimento del luogo per pubblico decreto del Maggior Consiglio, in cui fu legge, che i priori, che si eleggessero in avvenire, dovessero ricever la temporale investitura del monastero e delle sue rendite dalla mano del doge, di cui sia istituito il monastero stesso perpetuo giuspatronato.

Preso il possesso del luogo, i monaci Olivetani lo ritrovarono a tal miseria ridotto, che le sacre suppellettili erano un solo abito sacerdotale, con un messale, ed un calice di stagno, e in egual maniera spoglio di qualunque arredo il monastero, cosicché sarebbero stati costretti ad abbandonarlo, se la divina provvidenza, per mezzo della carità dei fedeli, non fosse accorsa a soccorrerli. Uno dei principali benefattori fu Tommaso Talenti, che morto nell’anno 1403, aveva prima nel suo testamento dell’anno 1397, lasciato a quel monastero, e la Congregazione Olivetana, che si fondasse o in Venezia, o in Torcello, ducati settemila d’oro, da impiegarsi in fabbriche, ed in possessioni per il mantenimento dei monaci. Giudicati questi aspettarsi al monastero di Sant’Elena, già assegnato ai monaci Olivetani, furono con essi riparate alcune delle fabbriche cadenti, acquistate suppellettili sacre per la chiesa, e necessarie per il monastero; ed il rimanente fu impiegato in acquisto di beni per alimento dei religiosi.

Fu poi il corpo dell’illustre benefattore trasferito nell’anno 1411 a questa chiesa, e sepolto in un nobile deposito di marmo unitamente con Margherita sua moglie, che emula della pietà del marito, lasciati aveva in pio legato mille e seicento ducati d’oro ai monaci Olivetani.

Maggiore fu la pia liberalità di Alessandro Borromeo nobile fiorentino, che eresse per conservarvi il corpo della santa imperatrice una nobile cappella con la spesa di mille e cinquecento scudi d’oro, e ne impiegò altrettanti per lo totale risarcimento degli edifici necessari all’uso dei religiosi. Assegno poi al monastero duecento scudi d’oro di perpetua rendita, in terreni acquistati nel padovano, ed altri quattro cento nella camera degli imprestiti, quali per la continua variazione delle cose umane vennero poi a mancare. Si vede il sepolcro dell’insigne benefattore magnificamente eretto nella cappella dedicata a Sant’Elena, nella quale pure riposano due altri della casa Borromea, benemeriti dell’ordine Olivetano. Fu poi la chiesa nel giorno 18 di aprile dell’anno 1515, solennemente consacrata da Domenico Aleppo vescovo di Chissamo in Candia, ivi poi sepolto.

Dopo ciò avendo il senato concesso alle devote richieste di Filippo II re delle Spagne un osso tratto dal corpo della santa imperatrice, perché da simili concessioni troppo non restasse diminuito il sacro deposito, furono le rimanenti ossa chiuse in una forte cassa di piombo, e rinserrate in un’urna nella più interna parte della mensa dell’altare, trattenuto solamente, per soddisfare alla devozione dei fedeli, il sacro capo decorosamente legato in argento, che pomposamente si espone nella solennità della santa. Unite al sacro capo si custodiscono decentemente altre sacre reliquie, le quali, come ci rapporta la tradizione, furono da Costantinopoli a Venezia trasportate, unitamente al sacro corpo, da Aicardo canonico regolare del Monastero. Sono queste: Una riguardevole porzione del legno della Santissima Croce, cui si dice essere stata da Sant’Elena riservata a sua particolar devozione, allorché rinvenne in Gerusalemme il prezioso strumento di nostra salute. Una spina della corona del Redentore. Una porzione del cranio di San Giacomo minore apostolo. Un frammento d’osso di San Stefano protomartire, e parte di un dito di Santo Spiridione vescovo di Trimitunti in Cipro.

Con lo scorrere degli anni, essendosi frattanto diminuite le rendite del monastero, onde difficilmente poteva sostenersi uno scarso numero di religiosi, Alessandro VI, acciocché il divino culto non si estinguesse in un così devoto santuario, unì, ed incorporò nell’anno 1493 al monastero di Sant’Elena di Venezia la chiesa parrocchiale dei Santi Vito e Modesto di Spinea, territorio trevigiano, e poi Giulio II, con apostolico diploma dell‘anno 1506, stabilì che il parroco di essa chiesa fosse non solo eleggibile, ma amovibile ancora a disposizione del monastero, di cui era venuta membro la chiesa suddetta. Con uguale liberalità beneficò il monastero nell’anno 1561 il pontefice R. unendogli le chiese parrocchiali di San Michiel di Viraga, e di Santa Maria d’Orglano nel territorio vicentino, con piena libertà all’abbate, ed ai suoi monaci di eleggere, e rinnovarvi i parroci, secondo che loro più paresse espediente per lo bene delle rispettive chiese, e del buon governo delle anime. (1)

Visita della chiesa (1839)

La chiesa, che, come si disse, ancora è sussistente nelle principali muraglia, ebbe bensì un restauro nel 1233 sotto il regno del doge Pietro Ziani; ma più si è ampliata riedificandosi nella forma tedesca tra la fine del secolo XIV ed il principio del XV. Andava celebre per la cappella di Sant’Elena, opera di tre architetti nominati Arrigo, Ambrogio e Cristoforo e tutta a spese costrutta dell’anzidetto Alessandro Borromeo. Singolare era nella sagrestia il suolo di smalto azzurro e bianco, vermicolato a quadretti, in ognuno dei quali vicendevolmente si vedeva un’aquila ed un breve di cente: Justiniani, dacché un tal suolo era stato fatto a spese di quella famiglia, che pur nella sagrestia aveva il sepolcro. Altro oggetto notabile nella chiesa era il coro per i 34 sedili rappresentanti altrettante città principali del mondo, opera di fra Sebastiano da Rovigno converso Olivetano. Però più assai chiara la rendeva la pala dell’altare maggiore con la visita dei re magi, opera preziosissima di Palma il vecchio che oggidì si ammira in Milano nella Pinacoteca di Brera; altare e pala fatti a spese della famiglia Contarini Bertucci che nella cappella dell’altare maggiore aveva appunto la propria sepoltura.

Tuttavolta per altre sepolture illustri si rendeva degna di osservazione questa chiesa. Tosto una sepoltura si trovava sulla porta maggiore, la quale decorata da due colonne con capitelli compositi e con fusti di marmo bigio scannellato reggenti una cornice finemente intagliata, faceva passare quella cornice a piegarsi in semicircolo ed a prendere la forma di frontespizio il cui timpano si destinò ad accogliere un gruppo del più eletto marmo statuario esprimente Sant’Elena in atto di dar la spada ministra di grandi imprese al genuflesso Vittore Cappello, e porre più in là l’urna in cui si fingevano collocate le spoglie di sì invito capitano. Il gruppo e l’urna, unici frutti che rimangano in Venezia di Antonio Dentone, meritevoli di molta lode per la espressione e per la maestria del lavoro, si sono ora collocati nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo senza però l’elogio del Cappello che stava scolpito sull’architrave della porta. Diremo quindi alcuna cosa di essi nell’esame di quella chiesa.

Entrati in chiesa di Sant‘Elena subito a mano sinistra si vedeva il deposito di Tomaso Talenti benefattore insigne di questo monastero come già si è accennato indi per il corpo della chiesa quello si trovava di Alvise Loredano, quello di Pietro, quello di Jacopo Loredano tutti fortissimi guerrieri, e quello di Pietro Balbi morto nel 1509 mentre si apparecchiava a combattere in Morea contro turchi, quello di Francesco PriuIi e quelli finalmente di altri chiari uomini nelle armi e nelle lettere. Nella cappella poi di Sant’Elena stava dinanzi all’altare l’urna di quel toscano Alessandro Borromeo che eresse la cappella medesima. Se ne vedeva sull’urna la effigie vestita con le maniche a comeo e col cappuccio in testa secondo il costume fiorentino di quel tempo. Anche a Borromeo fratello di lui si era posto un monumento in ricchi marmi alla sinistra della cappella stessa; ma a questi ed agli altri che quivi l’avevano cercata nei marmi è ora commessa la memoria ai soli libri. Che se quest’ urne andarono disperse, il corpo per altro di Sant’Elena, sempre religiosamente custodito, si trasportò nella chiesa di Castello ove tutto giorno si venera.

Per tali maniere agiati vissero quegli Olivetani sino al 1806 in cui dovettero concentrarsi a quelli di San Benedetto di Padova. Dopo quest’epoca il convento e la chiesa si diede al militare, che vi ha giurisdizione tuttavia. E siccome fin dai tempi della repubblica furono quivi instituiti 34 forni che per cuocere il biscotto alle ciurme occupavano cento uomini di nazione tedesca, si ridussero oggimai i forni a 29 e divisa la chiesa in due parti, nella inferiore si posero dei mulini per macinare la farina e della superiore si fece un ampio granaio per raccoglierla. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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