Chiesa di San Luca Evangelista

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Chiesa di San Luca Evangelista - San Marco

Chiesa di San Luca Evangelista

Storia della chiesa

Quantunque resti ignota la vera epoca della fondazione di questa chiesa, fabbricata dalle famiglie Dandola, e Pizzamana, e dedicata all’evangelista San Luca, certo è però, che precedette l’anno 1072 in cui (come si rileva da autentico documento conservato nell’archivio della chiesa matrice di Murano) Lorenzo Flabianico accolito, e piovano di San Luca, e insieme Domenico, e Flaviano di lui fratelli donarono una pezza di terra, ed una palude alla chiesa citata di Santa Maria di Murano. Ne accrebbe poi nell’anno 1442 con pio dono le rendite il celebre Fantino Dandolo, allora protonorario apostolico, e poi vescovo di Padova, assegnando alla fabbrica della chiesa di San Luca alcune case contigue, con permissione d’atterrarle per render più ampio e dilatato il sito della stessa chiesa.

Con lo scorrere degli anni mostrandosi la chiesa vicina a cadere, fu riedificata con più ornata struttura fino dai fondamenti, e la devota confraternita istituita a onore di Gesù Sacramentario eresse nobilmente nell’anno 1581 la cappella maggiore, coll’altare in essa dedicato all’evangelista titolare.

Preziose sono le reliquie, che da immemorabile tempo custodisce in questa chiesa, condotte (come si crede) dall’imperiale citta di Costantinopoli, allorché dall’armi dei francesi, e dei veneziani collegati restò espugnata. Queste sono: due Spine della corona del Redentore. Porzione del sacro capo dell’evangelista San Luca; ed altra porzione più grande del cranio di San Gregorio Nazianzeno. La testa di Sant’Adriano Martire, ed un osso di Sant’Anastasio martire. Porzione del cranio di Santa Trifonia martire. Dalla Città di Roma questa chiesa ottenne anco in tempi remoti un dito di Sant’Agnese Vergine e Martire, che nel giorno natalizio della santa vien visitato da moltitudine di devoto popolo.

Fu poi ad onore del santo titolare eretta in questa chiesa una congregazione di sacerdoti secolari, che è una delle nove, dalle quali vien formato il clero delle congregazioni.

Si rileva da autentico diploma di Innocenzio papa III segnato nell’anno 1197, che sino da quel tempo aveva questa chiesa il suo collegio capitolare, il quale in oggi è composto dal piovano, da due preti, da un diacono, e da un suddiacono titolari.

Visita della chiesa (1839)

Minacciando nuovamente di cadere nel 1832 accorsero le sollecitudini dell’attuale parroco Giuseppe Lazzari a ridurla al modo che oggidì si vede, selciandola di nuova, rimovendole i frastagli che la ingombravano e raccogliendo in un prossimo cortile le memorie antiche affinché non andassero disperse.

Nulla dicendo del primo altare, diremo invece essere la pala del secondo dipinta dal vivente professore Odorico Politi. Raffigura essa San Paterniano, San Luigi Gonzaga vestito con gli abiti principeschi, San Pietro, ec. Correzione di disegno e colorito ognuno troverà certamente in questa pala, insieme ad un effetto non nato dal facile gioco delle ombre risentite e dei lumi vibranti, ma dal contrasto reale degli oggetti e dagli effetti veri della luce quali il pittore con gli accorgimenti opportuni deve imitare.

Succede a questo altare nella cappella laterale alla maggiore, una pala d’ignoto autore con San Giambattista decollato; indi viene la cappella maggiore medesima sul cui altare vi è la pala bellissima di Paolo Veronese con San Luca seduto sopra il bue in atto di scrivere il vangelo e di osservare Nostra Donna apparsagli nella glori celeste. La brevità conveniente all’opera nostra non ci permette di troppo di vagarci nell’analisi delle opere che pur meriterebbero il più minuto esame a pro degli intelligenti. Ma oltre tra all’amore con cui è dipinta questa pala indichiamo solamente che la sagacia con che sono disposte in essa e linee e pari a quella con che spontaneamente sono richiamati i lumi mercé l’introduzione di quanto dee di necessità richiamarli. E per verità, dietro l’assunto preso da Paolo in questa pala, facile sarebbe stato il gravitare con quel gruppo superiore della Vergine e del corteggio degli angeli, ma l’armonia per lo contrario è appuntino conservata, ma San Luca posto da un canto è ancora principale figura, sebbene niuno altra sia accessoria; ma quello scorcio del maggiore degli angeli è di tanta bellezza che dire non possiamo. Cheto è tutto; niente sbalza; un puttino alla sinistra riceve la luce e rompe il basso del campo che avrebbe diviso il quadro in aspro modo; ogni cosa è in fine con sapienza e messa e trattata, e forse la sapienza derivava dal bisogno intimo dell’animo che suggeriva a Paolo ciò che più era conveniente e che noi con freddezza veniamo notomizzando: ufficio vile al certo, ma non disutile per avventura a questa età in cui le arti sorgono dal calcolo più che dal sentimento.

Dopo la cappella maggiore, omettendo di parlare dell’altra sinistra cappella laterale ad essa, avente l’altare del Crocifisso, di remo che la pala di Carlo Loth nel seguente primo altare al lato sinistro della chiesa con San Lorenzo Giustiniani, è di gran dottrina nella composizione e di buon vigore nel colorito. La pala del secondo altare è un’opera figlia di quella scuola ricercatrice delle gran masse di luce e di ombra. In essa sta espresso per mano di Niccolò Renieri San Lodovico re di Francia nell’alto ed al piano le Sante Cecilia e Margherita. Tuttavolta, a nostro avviso, quando le opere partono da un sentimento simile a quello che condusse il Renieri in questa pala, anche a tali esagerazioni vorremmo che ponesse mente chi guidato da un sano criterio separa il buono ed il bello, qual ape industriosa, tra i prestigi del falso e dell’erroneo.

In epoca remotissima l’arte dei pittori aveva in questa chiesa una scuola o confraternita sotto gli auspici di San Luca. Particolari statuti essa aveva tendenti non tanto a unire il corpo dei pittori quanto a dar loro norma e guida nell’aria. Con l’istituzione dell’Accademia di pittura cessò anche la confraternita.

Uno sguardo ci resta a dare finalmente al soffitto a fresco dipinto da Sebastiano Santi nel recente restauro della chiesa. Veramente i pratici modi degli affreschi si vede in esso non essere oggimai perduti tra noi; ma la scienza, tranne qualche pensiero nobile e poetico, esiste ancora tra i successori di Giambattista Tiepolo? Vedremo già nelle nostre chiese dei Gesuati, della Pietà e degli Scalzi tre grandi opere di quel maestro degli affreschi, e se ci porremo, poi a confrontarle con questo soffitto di San Luca ci sentiremo forse nascere nella mente mille questioni, ne sarà difficile che per noi non si chiegga inoltre agli artisti qual destino gli tolse dall’aggruppare al modo di Tiepolo, dal far una lodevole economia della luce patente per servarla dove il bisogno più la richiegga, e dal ritrovare quegli scorci si arditi e si illudenti ad un’ora? Diremo noi: vantaggiar le nostre opere quelle di quel maestro per aver saputo evitare; l’ammanierato nel disegno? Primieramente se Tiepolo uscisse dalla tomba avrebbe ben d’onde rimproverare pur noi di manierismo dicendoci, che il partire da un tipo più corretto, esagerandolo alla guisa degli statuari, non è uno scansare il manierismo, ma urtare in Cariddi se i nostri predecessori ruppero in Scilla. Indi direbbe ancora che il manierismo è forse il più lieve rimprovero che far si possa ai pittori di decorazione quando siano inspirati da un elevato ed ardito pensiero non tradito dalle particolarità, quando, possessori dell’arte arcana d‘illuminare gli oggetti, trovino pronta ogni risorsa di lei sfuggente alle tranquille teorie, e movente dall’entusiasmo che segue di rado la pura regolarità e cade spesso in un manierismo sempre amabile in chi dalla propria natura il possegga; ma sempre orrendo in chi li voglia imitare.

Vedute anche il soffitto, se si passi pel piccolo atrio che sta presso la sinistra cappella laterale all’altare maggiore, vedremo il gusto del pittore Giancarlo Loth morto nel 1698, e bentosto, entrati nell’adiacente cortile, troveremo le varie iscrizioni esistenti prima dell’ultimo restauro nella chiesa, e dal sullodato parroco Lazzari fatte disporre ad ornamento del cortile medesimo. Le ossa dell’Aretino che riposavano in una cassa di marmo appesa alle pareti del tempio, e che furono fin dallo scorso secolo levate ed riposte altrove, avranno qui un’ iscrizione a ricordarne il nome, mentre parecchi dotti nelle divine e nelle umane lettere od ebbero od avranno la memoria insieme a quella di chiari cittadini segnalatisi nelle armi e nelle magistrature, tra i quali è da notarsi GianGiacopo Farsetti distintosi nell’assedio di Candia. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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