Chiesa di San Paterniano

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Campo Manin. Luogo dove sorgeva la chiesa di San Paterniao

Chiesa di San Paterniano. Chiesa demolita

Storia della chiesa

Dai luoghi della Marca d’Ancona, dove portati si erano a cagione di lor commercio alcuni mercatanti veneziani nell’anno 809, ovvero come scrivono altri nell’anno 890, trasportarono alla patria un’immagine di San Paterniano vescovo e protettore di Fano, assai celebre in quella provincia. Rinchiusa questa in piccolo tabernacolo di tavola l’esposero affissa ai muri di loro abitazioni non molto distanti dalla pubblica piazza. Molti anni dopo alcune buone donne vi aggiunsero un’altra immagine rappresentante la Madre di Maria Vergine Sant’Anna. Da ciò ebbe principio l’antico culto di questa santa, che tuttavia si continua nella chiesa, e a di cui onore adunatesi alcune devote femmine in una, vicina casa circa il fine del IX secolo disposero i principi di un monastero sotto la regola di San Benedetto, finché concesso loro il monastero di Sant’Anna colà si portarono a formare una piena comunità religiosa. Questo è quanto si può raccogliere da antica popolare tradizione circa i principi di questa chiesa, dei quali inutile è il ricercarne lumi o da autentici documenti, o da accreditati cronologi.

Aumentandosi dunque il culto verso il Santo vescovo Paterniano, la famiglia Andrearda assistita da altri, nobili, eresse sotto la di lui invocazione una chiesa di tavole, che fatta parrocchiale ebbe poi in dono dal doge Pietro Candiano IV alcune possessioni per sostentamento del suo piovano. Fu poi funesto anche a questa chiesa il tragico fine del benefico doge. Poiché avendo il popolo irritato contro di esso nell’anno 976, suscitato nel Palazzo Ducale un vastissimo incendio, si dilatò questo a distruggere le circonvicine abitazioni, fra queste restò incenerita anche la chiesa di San Paterniano. Risorse ella poi nell’anno susseguente in più stabile forma, fabbricata di pietre, e poco dopo nell’anno 999, alcuni operai veneziani, fuggiti dalla schiavitù dei Saraceni, eressero in rendimento di grazie il contiguo campanile, il quale nella sua irregolare forma mostra evidenti contrassegni della rozzezza di quel secolo.

Un nuovo incendio poi eccitatosi casualmente nell’anno 1105 divorò con molte altre anche questa chiesa, che rimessa con nuova fabbrica dalle sue rovine si vide pochi anni dopo distrutta da eguale disgrazia. Poiché accesosi improvvisamente nell’anno 1168 il fuoco in alcune case della contigua parrocchia di San Salvatore, si inoltrarono fino a distruggere per la maggior parte la chiesa di San Paterniano.

Accorse anche a riparo di quella nuova sciagura la pietà dei fedeli, e fu rinnovata in più ornata maniera la chiesa col sostegno di otto nobili colonne di marmo greco, trasportate da Costantinopoli, le quali poi miseramente perirono consumate da un altro incendio nell’anno 1437.

Altri più pregevoli ornamenti, che ancora si conservano, ottenne questa chiesa dall’Oriente. Poiché fra le spoglie dell’imperiale città essendo sortito a Giovanni Zeno l’acquistare tre Spine della Corona del Redentore, e un frammento del cranio del precursore, egli ne fece liberal dono a quella chiesa, commosso ancora dal vedere le sacre spine improvvisamente rosseggiare di vivo sangue, prodigio, che molte volte dopo si replicò, massimamente nel giorno del venerdì Santo. Si conservano pure in quella chiesa alcune ossa dei Santi Innocenti trucidati in Betlemme, ed un dito del Santo vescovo titolare, donato (come rapporta la tradizione della chiesa) dal pontefice Alessandro III al doge Sebastiano Ziani. All’altare dedicato al vescovo e martire San Liberale è riposta una piccola urna d’alabastro di mezzo piede in circa con alquanti frammenti di ossa, ed un pugno di ceneri, le quali dall’iscrizione si conosce appartenere ai corpi dei Santi martiri Gordiano, ed Epimaco, le sacre teste dei quali si vedono nello stesso altare decentemente collocate, senza sapersi però né il tempo, né il modo della traslazione. Furono anche da remotissimi, ed ora ignoti tempi trasportate dall’Oriente le ossa di sette santi, e rinchiuse nella mensa dell’altare maggiore, finché nell’anno 1372, essendosi rovinato l’altare per rifabbricarlo più sontuoso, furono in esso ritrovate queste sacre reliquie con sette lamine di piombo incise col nome dei sette santi ivi collocati, delle quali cinque sole in ora ne son rimaste. Rinnovato l’altare furono di nuovo in esso deposti i sacri pegni, e ad essi fu soprapposta una tavola con le loro immagini dipinte alla greca, delle quali quella di mezzo rappresenta un vescovo ai di cui piedi si legge scritto San Prospero, le altre sono notate con questi nomi San Vitaliano, San Vincenzo, Santa Maura, Santa Petronia, Santa Teora, San Ponziano, ed ivi pure si legge espressa questa iscrizione. 1372 addì 25 Ottobrio furono ritrovati questi corpi Santi in questa Chiesa. Riposano ora le sacre ossa in un altare confuse, ed in sì diminuita quantità, che di poco superare possono la mole d’un solo corpo umano, disperso il rimanente o per l’incuria, o per la malizia di chi nei tempi passati ne aveva la custodia.

Avendo nel giorno 10 di luglio dell’anno 1651 riportato i veneziani vittoria contro l’armata navale dei Turchi, comandò il senato, che in tal giorno festivo di San Paterniano dovessero i musici della Ducale Basilica portarsi annualmente alla chiesa di esso santo, per cantar una mesa solenne in memoria del ricevuto beneficio.

L’anniversaria commemorazione della dedicazione della chiesa si celebra nella prima domenica di agosto, in cui fu consacrata (come si dice) da Tommaso Morosini patriarca di Costantinopoli.

Furono piovani di questa chiesa Pantaleone Giustiniano nell’anno 1229 e Pietro Talonico nell’anno 1316, il primo dei quali fu poi eletto patriarca di Costantinopoli, e l’altro fu dichiarato vescovo di Jesolo, insigne benefattore di questa chiesa, nella di cui sacristia fu sepolto, ed a cui con suo testamento nell’anno 1343 lasciò tutti i suoi beni da dividersi in eguali porzioni fra i poveri, fra la chiesa, e fra il capitolo dei titolati. Erano questi, (come lo sono in presente) in numero di quattro, ai quali avendo voluto il vescovo di Castello Francesco Bembo aggiungere un secondo titolo presbiterale, il piovano Silvestro Moscato ne interpose appellazione al pontefice Martino V. Commise egli la decisione della controversia nell’anno 1430 a Francesco Gritti, piovano allora di San Pantaleone, il quale avendo riconosciuta la tenuità delle rendite rivocò l’istituzione del nuovo titolo, e totalmente l’estinse. (1)

Chiesa di San Paterniano

Visita della chiesa (1733)

Nella nave alla destra vi è il soffitto con sette comparti di pitture del vecchio Testamento; la prima, e l’ultima sono del Palma, le altre cinque fono di Alvise dal Friso. Nella parete sotto il detto soffitto vi è un quadro con Cristo risorgente, e un altro con Cristo in croce sopra la porta, e sono d’Antonio Aliense. Un altro dopo questo è Cristo mostrato al popolo di Baldissera d’Anna. E un altro con un sacerdote pure di Baldissera. La tavola dell’altare maggiore con San Paterniano vescovo, che risana molti infermi e del Palma. Vi è poi da un lato l’Annunziazione di mano di Antonio Zanchi; Cristo battezzato, opera d’Angelo Trivisani, dall’altro lato Nostra Signora con San Domenico, ed altro Santo di Bartolommeo Litterini. Nella cappella alla sinistra della detta maggiore vi è la palla con i Santi Marco, Patermano, e Domenico opera bella del Litterini. Sulla parete dalla parte della sacrestia anzi sopra la portavi è un quadro col doge, e molta gente, e li ritirati di un religioso, e dell’autore che è Giuseppe Zanchi. Segue l’altra tavola vicina alla sacrestia del Palma con un Santo vescovo i Santi Marco, e Taddeo. Passato l’altare di Sant’Anna vi è un quadro di Antonio Zanchi con Cristo, che scaccia i mercanti, col ritratto dell’autore, ed è suo pure quello che segue con Santa Catterina: sono delle sue cose ultime fatte nell’età decrepita. Il soffitto della Nave maggiore è del Lambranzi, come pure quello della maggior capella; ad un altare vicino alla porta piccola vi è un quadro mobile con Sant’Antonio di Padova ed il Puttino opera di D. Ermanno Stroissi posto dal Boschini nella chiesa di Sant’Angelo. Nella sacrestia la tavola con alcuni santi e del Litterini. La tavola co n lo sposalizio di Santa Catterina, e Santa Teresa è opera di Francesco Fontebasso. (2)

Eventi più recenti (1839)

Aveva sette altari questa chiesa che restò aperta fino al 1810 in cui avvennero i riordinamenti ecclesiastici prescritti dal cessato regime italico. Serve attualmente ad uso di privata officina. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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