Chiesa di San Mosè Profeta vulgo San Moisè

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Chiesa di San Mosè Profeta vulgo San Moisè - San Marco

Chiesa di San Mosè Profeta vulgo San Moisè

Storia della chiesa

Nel principato di Giovanni Calbajo, che successe a Maurizio suo Padre nell’anno 787, dalle famiglie Artigera, e Scoparia fu (come scrive il Dandolo) perfezionata, e dotata la chiesa di San Mosè profeta, e fatta parrocchiale. Vi fu poi istituito per piovano Cristoforo Convitto, che con una falsa apparenza di bontà ingannando il popolo, ottenne poi vescovado di Castello. Vi è qualche scrittore, che fondato su certa popolare tradizione, e su qualche non leggera congettura asserisce, essere stata questa chiesa nella prima sua istituzione dedicata al martire San Vettore, e poi riedificata da Mosè Veniero essere stata da lui fregiata col titolo del santo profeta, di cui aveva il nome. Come però deve prevaler di molto a tali tradizioni l’autorità del doge Dandolo accuratissimo cronologo, così per di lui asserzione si deve credere, unico essere stato il titolare della chiesa.

Si rovinò poi insieme con la parrocchia anche la chiesa dal terribile incendio, che nell’anno 1105, divorò la più nobile parte della città, e si rialzò poi dalle sue rovine con le elemosine dei fedeli.

Sin dai suoi principi fu dotata dai suoi fondatori la chiesa con riguardevoli rendite, le quali nell’anno 1197, con il consenso di Marco Niccola vescovo castellano furono in tre porzioni ugualmente divise, assegnandone una ai bisogni temporali del sacro edificio, ritenendosene un’altra per suo sostentamento il piovano, e lasciando la terza per dividersi tra i preti e chierici in essa nel divino culto impiegati: il che fu poi anche con nuova transazione nell’anno 1231 confermato, avvalorandone lo stabilito col suo assenso Marco Michiele allora vescovo di Castello.

Perché però andava oltre il dovere accrescendosi nella chiesa il clero, né bastanti erano al sostentamento di tanti le rendite, fu preso partito, con unanime volontà del capitolo, e con l’ordinaria autorità del vescovo Bartolommeo Quirini, di ridurre il numero del clero stesso oltre il piovano a tre preti, a un diacono, a un suddiacono, e a due accoliti, obbligandosi il capitolo tutto con giuramento all’osservanza di tale costituzione. Fu poi nei tempi posteriori accresciuto questo collegio.

Contava nei principi del XVII secolo la sacra fabbrica cinque secoli già compiti di sussistenza; onde dimostrando di anno in anno sempre maggiori i discapiti di sua vecchiezza, fu pensato di rinnovarla dai fondamenti, nei quali gettò la prima pietra nell’anno 1632, Federigo cardinale Cornaro patriarca di Venezia, il che fu espresso nella medaglia posta anch’essa per memoria tra le pietre dei fondamenti.

Fu eretto dunque in non molti anni un sontuoso tempio, che per la magnificenza dei marmi, e per la nobiltà degli ornamenti, si distingue fra le parrocchiali tutte della città; di cui poi ne accrebbe il decoro Vicenzo Fini procuratore, a di cui spese fu innalzato l’esteriore prospetto, tutto con gravissimo dispendio lavorato di marmi.

Oltre agli abbellimenti materiali non mancano a questa chiesa spirituali ornamenti, i quali sono il corpo di Sant’Antonino martire, tratto dalle catacombe di Roma, alcuni ossi dei Santi Innocenti sacrificati da Erode, ed altre reliquie dei santi. Ma il più prezioso dei tesori di essa è una venerabile porzione della veste inconsutile di Gesù Cristo signore nostro la quale essendo stata da Donato Caroso, piovano di Santa Lucia, lasciata in legato al piovano di San Mosè, Fantin Alberengo, affinché la possedesse vivendo, e la trasmettesse poi in perpetuo possesso alla Scuola Grande dell’evangelista San Marco, insorta perciò controversia fu con una transazione deciso nell’anno 1391, che la sacra reliquia restasse in due parti egualmente divisa, e con esse poi consolare e arricchite così la chiesa dl San Mosè, che la Scuola di San Marco fra loro contendenti. (1)

Visita della Chiesa (1839)

Questo sacro edificio, innalzato nei primordi nel secolo XII, minacciava già di minare quando nel 1632 si prese a riedificarlo nella forma che oggidì si vede. Il disegno fu dato da Alessandro Tremignan che lo caricò di tutte le goffaggini del suo secolo facendo che nella facciata consumasse la pietà della patrizia famiglia Fini 30.000 ducati. Sopra la porta di mezzo sta perciò in marmo l’effige di Vincenzo Fini procuratore di San Marco e sopra le due porte laterali i busti di Girolamo figliuolo di Vincenzo, e di altro Vincenzo figliuolo di Girolamo. Arrigo Marengo lavorava tutte le figure di questa facciata. Qualche volta è da deplorarsi la ricchezza dei tempi se fa nascere somiglianti mostruosità.

Il soffitto della chiesa esprimente Mosè in atto di guardare il padre Eterno è di Nicolò Bambini. Il gran quadro sopra la porta laterale alla destra con San Stefano lapidato è di Sante Piatti; mentre l’altro quadro laterale alla sinistra con Gesù crocifisso sul Calvario è di Girolamo Brusaferro. Non si badi ad un po‘ di manierismo; ma in quelle composizioni si osservi alla dottrina con che tutto è distribuito.

Nella tavola del primo, altare Giovanni Diamantini espresse la visita dei Magi, ed Antonio Corradini scolpiva il gruppo di Nostra Donna, che adora Gesù. Pietro Liberi significò nell’altro altare l’Invenzione della Croce con vari santi.

Nella sacrestia è di Antonio Arrigoni la tavola dell’altare il cui lavoratissimo parapetto di bronzo con la sepoltura di Nostro Signore fu inventato da Nicolò e Sebastiano Roccatagliata e gettato da Giovanni ai Chent e Marino Feron (anno 1633).

Dalla sacrestia ritornando in Chiesa, Jacopo Guarana dipinse il soffitto della prima cappella, e Jacopo Tintoretto la tavola dell’altare con Nostra Donna due quadri laterali con la Presentazione e l’Assunzione sono di Domenico Beverense.

Il maggior altare, eseguito da Arrigo Merengo, ha sotto la mensa l’Adorazione del vitello d’oro e sopra l’altare in gran mole di marmo Mosè che sul Sinai riceve la legge. Nei sedili laterali fu scolpita da un ignoto la storia del santo titolare, mentre Giannantonio Pellegrini operava da un lato il brillantissimo quadro col serpente innalzato da Mosè e dall’altro Girolamo Brusaferro Mosè che riceve la legge.

Francesco Lorenzetti scolpì nel 1634 l’altare nella Cappella del Sacramento: Jacopo Tintoretto ne fece il quadro laterale con la lavanda dei piedi e Jacopo Palma quello opposto con l’ultima cena.

Nel primo susseguente altare dell’ala sinistra della chiesa Maffeo Verona dipinse la nascita di Nostra Donna, e sopra la porta che mette nella strada Marco Beltrame esegui il monumento di Cristoforo Ivanovich canonico di San Marco e poeta sul gusto dell’Achillini.

Finalmente Antonio Molinari dipinse nell’ultimo altare la tavola con Nostra Donna con i santi Eligio, Liberale, Carlo Borromeo, Giambattista e Pietro apostolo. Nei cinque comparti dell’organo Francesco Migliori dipingere nell’angolo destro Santa Cecilia e ne prospetto l’Adorazione del vitello d’oro, mentre Francesco Pittoni nello stesso prospetto faceva la figliuola incontrata da Jefté e nell’altro angolo Davide con l’arpa. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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