Chiesa di San Giuliano vulgo San Zulian

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Chiesa di San Giuliano vulgo San Zulian - San Marco

Chiesa di San Giuliano vulgo San Zulian

Storia della chiesa

Giovanni Marturio, uomo di gran conto, e di molta saviezza, allorché viveva nel suo esilio il doge Giovanni Participazio, governò la Repubblica insieme con Orso vescovo castellano, e Basilio Trasimondo, i più riguardevoli fra i cittadini. Né minore della prudenza fu la di lui pietà, sacrificato avendo riguardevole parte di sue sostanze per l’erezione della chiesa dedicata al famoso martire San Giuliano d’Antiochia; e dopo aver conservata insieme con la santa sua sposa Basilissa un’intatta virginità nel matrimonio, depose per la fede di Cristo la testa sotto la spada, del carnefice, come si rappresenta nei due quadri laterali, che adornano la cappella maggiore. L’epoca della fondazione ci viene comprobata dall’iscrizione posta sotto il ritratto del doge Giovanni Participazio nella sala del Maggior Consiglio, che dice: Sotto di me fu eretta la Chiesa di San Giuliano. Figlio di Giovanni Marturio fu Pietro piissimo patriarca di Grado, che morto nei confini di questa chiesa già fatta parrocchiale, fu poi portato a Grado, e sepolto nell’atrio della Chiesa di Sant’Eufemia.

Consumata da un vastissimo incendio nell’anno 1105 fu rifabbricata di nuovo, ed è verosimile, che avesse il merito di tal rinnovazione la famiglia Balbi, che dal Sansovino vien detta fondatrice della chiesa.

Circa la metà del XV secolo resa già cadente dalla lunghezza del tempo la chiesa fu rinnovata sul modello (come si dice) il Sansovino, contribuendo la maggior parte della spesa Tommaso Filologo Ravennate, medico, ai suoi tempi famosissimo il quale avendo anche alzato di marmo l’esterna facciata, vi collocò, (ottenutane nell’anno 1553 facoltà dal senato) la sua immagine in bronzo cavata dal vivo, e fatta come ritratto al naturale, acciocché restasse perpetua la memoria di sue beneficenze.

Consacrò poi con solenne rito la chiesa Giulio Superchio vescovo di Caorle nel giorno 8 di luglio dell’anno 1580.

Amministrò questa chiesa il solo piovano sino all’anno 1405, nel quale Innocenzo papa VII, all’istanze del doge Michiele Steno, e dei parrocchiani della chiesa di San Giuliano, commise al vescovo di Castello Francesco Bembo, che dovesse con autorità apostolica instituire in essa chiesa quattro titoli presbiterali, e divise le rendite della mensa parrocchiale in due eguali porzioni, una lasciarne al sostentamento dei piovani, e l’altra assegnarla per dividersi fra i quattro nuovamente istituiti capitolari; la qual assegnazione solo ottenesse il suo effetto dopo la morte, o la partenza del vivente Piovano.

Ricca questa chiesa di stimatissime pitture, e di sacre suppellettili riconosce il massimo suo decoro nei sacri pegni, che ella possiede. Sono questi un osso del Santo martire suo titolare; un osso di San Floriano martire; il corpo di San Germano pure martire, estratto dai sacri sotterranei di Roma; ed il corpo, benché privo di testa, del Santissimo Paolo il primo, che per attestato di San Girolamo santificasse gli eremi. Dopo la felice sua morte sepolto nell’eremo, dove visse, da Sant’ Antonio abbate, fu poi da Emmanuele imperatore tratto dal seno della terra, e trasportato in Costantinopoli, ed ivi deposto nella chiesa di Santa Maria Speziosa da esso imperatore fabbricata. Essendosi poi in quei tempi fortunati, nei quali le armi venete avevano acquistato gran parte dell’impero di Romania, trasferito a Costantinopoli Giacomo Lanzolo nobile cittadino di Venezia, ed illustre non meno per la sua pietà, che per le ricchezze, udita che ebbe la fama dei miracoli, con i quali illustrava Iddio la memoria del solitario suo servo, adoperò ogni mezzo per farne acquisto. Onde finalmente ottenne dall’abbate e monaci, in custodia dei quali riposava il santo corpo, benché senza testa, giù per l’innanzi trasferita a Roma. Lieto per l’ottenuto sì raro tesoro lo recò seco a Venezia, ed in onorevole sepolcro lo depositò nella chiesa del martire San Giuliano.

Così ne leggono la storia della traslazione in tre lezioni divisa i monaci, ossia eremiti sotto il titolo di San Paolo eremita fondati nell’Ungheria, i quali annualmente celebrano nel giorno 14 di novembre con uffizio doppio la commemorazione del trasporto del santo loro protettore da Costantinopoli a Venezia.

Con tutto che tanto sia certo il trasporto delle venerabili reliquie in Venezia, e tanto manifesto, e continuato il possesso, ed il culto di esse, non mancarono alcuni di contendere alla nostra città questo pregio.

Il Saussujo nel supplemento al Martirologio Gallicano asserisce trasportato il corpo del Santo Anacoreta dall’Egitto alla Francia nel Monastero di Clugnì; il che viene apertamente rifiutato dalla storia, e dalla tradizione Greca, che lo afferma trasferito nel monastero di Santa Maria Speziosa in Costantinopoli. Alcuni scrittori ungheri all’incontro lo confessano bensì acquistato dai veneti, ma soggiungono poi essere stato donato dalla Repubblica a Lodovico I re d’Ungheria, che lo fece deporre nella cappella Regia di Buda d’onde poi fu trasportato nel Monastero di San Lorenzo un miglio distante dalla città suddetta di Buda. Come però non vi è luogo in Ungheria, che un tal tesoro possegga; così a colorire tale mancanza scrive Michiele Bombardo nella Topografia del gran Regno d’Ungheria, che si veneravano bensì nel Monastero di San Lorenzo reliquie di San Paolo primo eremita, ma che per negligenza dei custodi un tale tesoro svanì. Nel che è degno di riflesso, che questi custodi, per la negligenza dei quali scomparve il sacro deposito erano religiosi dello stesso ordine, come dissi istituito ad onore di San Paolo primo eremita, e fregiato col di lui nome, il qual sacro ordine celebrando, (come accennai) solennemente la traslazione da Costantinopoli a Venezia non mai menzione fece, né festa della pretesa traslazione da questa città al Regno di Ungheria.

Una prolissa narrazione di questo vantato trasporto porta il Bollando al giorno 10 di gennaio, che per gli errori, e per le maligne affettate espressioni, dei quali è ripiena, ben dimostra la falsità dei racconti, e l’ignoranza eguale all’astio, che nutriva l’autore verso dei veneziani da lui arrogantemente vilipesi. Conobbe la verità delle venete ragioni il dotto P. Bollando; onde quasi volesse conciliare le pretese delle due nazioni, scrisse esser verosimile, che non l’intero corpo, ma più tosto alcune delle sue parti fossero trasportate in Ungheria, che è il solito rifugio di chi vede il torto manifesto della sua causa; o di chi vuol conciliare in maniera verosimile e non disgustosa due parti discordi.

Rende illustre testimonianza all’esistenza del venerabile corpo in Venezia un estero scrittore Pellegrino Merula, che nel Santuario Cremonese da lui composto scrive, si conserva in Venezia nella Chiesa di San Giuliano il corpo di San Paolo primo eremita senza la testa già trasportata a Roma, e che i regolari del di lui ordine nel mese di maggio dell’anno 1626 portatisi a venerarne in detta chiesa il sacro deposito ivi sospendessero in devota offerta un gonfalone rappresentante l’immagine del santo eremita loro protettore, e che poi chiedessero supplichevoli al patriarca una qualche reliquia del santo padre per adornare la loro chiesa. Né deve recare meraviglia se falsamente si vantino gli ungheri di aver ottenuto il corpo di San Paolo eremita, benché da loro presentemente non posseduto, se anco i francesi si gloriano di possederne il capo nell’Abbazia di San Vicenzo di Laon, che pur si conserva in Roma nella chiesa di Santa Maria in Campitelli.

Conta questa chiesa fra suoi piovani due vescovi, Pietro de Baon Nobile Padovano, che ottenuto avendo il vescovado di Treviso nell’ anno 1359, ritenne con titolo commendatario anche il piovanato, e Niccolò Crucis eletto nell’anno 1457 vescovo di Chioggia. Il numero dei capitolari è di sette, che sono il piovano, quattro preti titolari, un diacono, ed un suddiacono. (1)

Visita della chiesa (1839)

Entrando in chiesa nulla più si vedranno quanto ad opere di pittura che le pale degli altari giacché le altre che ne rivestivano tutte le pareti furono levate. Nel primo altare pertanto alla destra di chi entra è opera assai danneggiata di Paolo Veronese la pala con il Cristo morto sostenuto dagli angeli ed i Santi Jacopo, Marco e Girolamo.

Sopra la porta laterale che tosto sussegue vedasi un’iscrizione in grata memoria al cav. Girolamo Vignola, morto nel 1585. A spese di lui si fece il nobilissimo soffitto di questa chiesa nel quale Jacopo Palma dipinse il santo titolare portato in cielo dagli angeli ed in otto comparti di varia forma altrettante virtù.

Segue un grandioso altare eretto sul disegno di quel Vittoria che pure scolpiva le due statue laterali esprimenti i Santi Daniele e Catterina, quelle di stucco sul frontispizio ed il parapetto dell’altare raffigurante in basso-rilievo il nascimento di Maria Vergine. La tavola dell’altare coll’Assunzione è di Jacopo Palma.

Dello stesso Palma è, nell’altare della seguente cappella a fianco della maggiore, la tavola con San Giovanni evangelista nell’alto ed i Santi Giuseppe ed Antonio abate al piano.

La tavola dell‘altare maggiore di Girolamo Santa Croce offre Nostra Donna incoronata dalla Triade, ed al piano i Santi Giuliano, Floriano e Paolo eremita.

Nell’altra cappella laterale del Sacramento Girolamo Campagna fece in mezzo rilievo Il Cristo morto sostenuto da un angelo e le due statue di Nostra Donna e della Maddalena.

La tavola miserabile del seguente altare è di Vincenzo di Guarana; ma cara quante altre mai dell’epoca seconda della nostra pittura è la pala del Cordella nel successivo altare con Nostra Donna seduta, ed i Sani Giovanni evangelista e Giuliano.

Pria di lasciare questa chiesa diremo delle confraternite accolte in essa sino al cadere della repubblica. Erano esse quattro: quella di San Rocco; quella della nazione della Valtellina sotto il nome della Natività; quella dei merciai sotto il nome dell’Assunzione; quella degli scardasseri sotto il titolo di San Paolo eremita, e quella dei strazzaroli (venditori di cenci) sotto il titolo di San Jacopo. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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