Chiesa di San Benedetto Abate vulgo San Beneto

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1958
Chiesa di San Benedetto Abate vulgo San Beneto - San Marco

Chiesa di San Benedetto Abate vulgo San Beneto

Storia della chiesa

Offersero per rimedio dell’anime loro nel mese di febbraio dell’anno 1013 Giovanni e Domenico fratelli Falieri figliuoli di Marco, al Monastero di San Michele Arcangelo di Brondolo, non lungi da Chioggia, governato dall’abbate Vitale, una chiesa parrocchiale intitolata di San Benedetto coi suoi tesori sacri, fabbriche, e rendite, fondata già dai loro progenitori (in tempi anteriori ora a noi ignoti) sulla riva del Canal grande, che scorrendo per il mezzo della città di Venezia la divide in due parti.

Ricevuta che ebbero i monaci benedettini in loro giurisdizione la chiesa, già per l’innanzi fatta parrocchiale, vi destinarono alla cura dell’anime preti secolari, finché essendosi per le incursioni delle guerre, e massimamente per il furore di Ezzelino da Romano, reso vuoto di abitatori, e pressoché atterrato il monastero di Brondolo, fu poi da Gregorio IX, nell’anno 1229, concesso ai monaci cistercensi, e sottoposto al governo dell’abbate della Colomba nel territorio Piacentino. Tentò questi d’istituire per parroco nella chiesa di San Benedetto a sé soggetta uno dei suoi monaci, ma essendosi risolutamente opposti il vescovo, e capitolo della cattedrale di Castello, fu poi convenuto, che il piovano prete sempre secolare fosse a libera elezione dell’abbate, il quale potesse ancora per giuste cagioni e coll’assenso del vescovo rimuoverlo dall’ufficio. Fu stipulata la transazione nel giorno 19 di luglio dell’anno 1303, e con essa furono pure stabiliti l’annuo censo da offrirsi alla chiesa cattedrale, ed il partimento adeguato delle decime e mortuali.

Si conservò nell’ubbidienza della religione cisterciense il veneto monastero di San Benedetto abitato da alquanti monaci sin ai principi del secolo XV, quando essendo stata dal furore dei genovesi distrutta fin dai fondamenti l’illustre abbazia di Brondolo, fu essa poi assegnata alla recentemente istituita congregazione dei canonici regolari dell’ordine di Sant’Agostino, detta di Santo Spirito di Venezia. Prese questa congregazione unitamente il possesso della rovinata abbazia, e della chiesa parrocchiale di San Benedetto, e destinò due sacerdoti secolari all’amministrazione dei sacramenti, ed alla cura dell’anime. Ma essendo troppo scarsi i proventi alla loro sussistenza, accadeva bene spesso, che con disturbo del divino culto era frequentemente e all’improvviso abbandonata da tali mercenari pastori. Intolleranti di sì frequenti mutazioni i parrocchiani ricorsero alla paterna provvidenza del pontefice Eugenio IV, implorando, che esimesse la loro chiesa dalla soggezione del monastero di Santo Spirito, e l’ergesse in parrocchia indipendente, sperando che il priore, e canonici stessi di Santo Spirito avessero a prestare il loro assenso, e cedere volontariamente la chiesa. Accolse il pontefice i loro voti, e ne rimise l’esecuzione al santo vescovo di Castello Lorenzo Giustiniani, il quale come commissario apostolico nel giorno 22 di marzo 1435, ricevuta prima la libera spontanea rinunzia di Andrea Bondumiero, come procuratore del monastero di Santo Spirito, istituì la chiesa di San Benedetto (anche così supplicando il sopra lodato piissimo canonico Bondumiero) in parrocchia libera, ed indipendente con l’assegnazione d’un collegio capitolare formato dal piovano , da un prete, da un diacono, e da un suddiacono titolar. Ciò fatto il santo vescovo divise fra questi con proporzionate porzioni le rendite della chiesa, ed essendo stato dai parrocchiani eletto per primo piovano Silvestro Moscato, allora piovano di San Paterniano, fu poi per ordine del soprallodato commissario apostolico posto in possesso della nuova dignità nel giorno 8 di aprile dell’anno 1437.

Insieme con la chiesa furono consegnate al nuovo piovano le sacre suppellettili, e le preziose reliquie, che formano il più decoroso ornamento di essa, e sono: Un dito di San Benedetto abbate titolare. Una gamba di San Savino vescovo. Un braccio di San Giraldo martire. Porzione di una spalla di San Gregorio Nazianzeno vescovo. Una Gamba, e due ossi delle braccia dei Santi martiri Tiburzio e Valeriano.

Essendo poi per la sua antichità prossima a rovinare la chiesa, fu dal pio patriarca Giovanni Tiepolo rinnovata nell’anno 1619, e poi ebbe l’onore dell’ecclesiastica consacrazione nel giorno 19 di marzo dell’anno 1695.

Fu successore di Silvestro Moscato nel piovanato di questa chiesa eletto nell’anno 1459 Marco Gonella, il quale poi dichiarato arcivescovo d’Antiveri assistette come vicario generale al patriarca Andrea Bondumiero, a quello stesso, che, come s’è detto di sopra, diede l’assenso a nome del monastero di Santo Spirito, perché questa chiesa potesse esser istituita parrocchia indipendente. (1)

Visita della chiesa (1839)

Chi entra in essa scorge nel primo altare alla destra uno stimato crocifisso di avorio; indi ne l’altare di mezzo trova una pala di Bernardo Strozzi, soprannominato il prete Genovese, che può considerarsi vero gioiello. Rappresenta essa le pietose matrona romane in atto di levare le frecce a San Sebastiano dopo il martirio. E sebbene gli intelligenti sogliano attribuire a cotesta pala un merito relativo, chiamandola una delle migliori opere del prete Genovese, noi crediamo che le convenga in molte parti un merito assoluto. Parlando dapprima del colorito ognuno s’avvede di leggeri che quantunque vere siano tutte le tinte, quelle in specie delle carni di San Sebastiano sono di tale impasto che niuno altro pittore le avrebbe vinte certamente. E si sanno gli artisti quanta sia la malagevolezza nel raggiungere simili risultati, nell’aver si naturali ed i lividi intermedi tra le parti che spiccano e nelle che rientrano, e nell’ ottenere quella compiuta vividezza di una carne che per poco non ci fa credere verità l’opera dell’arte. Né fu quel buon prete Genovese inferiore a se stesso anche nelle espressioni. E già, se osservi la gioia con cui San Sebastiano pregusta le celesti rimunerazioni del martirio, vedi un’amabilità così rara che solo l’anima tranquilla e soavissima saprebbe rappresentarla: quelle labbra ti paiono gridar d’ amore; brillare quegli occhi di celestiale dolcezza. Che se a considerare ti volgi il corruccio di colei che, compaziente ai dolori del santo, rimuove genuflessa la freccia dal piede, ed il fermare che essa fa del sangue colle dita della sinistra intanto che ripiega il gomito destro onde rendere più lieve l’atto della mano spiccante la freccia, vedi certo avvedimenti sottilissimi e tanto più degni di stima in quanto che era di pochi pittori in quell’età il farne ricerca. L’altra pia donna finalmente che si slancia a sciogliere il sinistro braccio avviato al tronco è piena, di subitaneo movimento; è un nuovo prodotto del cuore immedesimato nel soggetto che raffigurava. Forse che altri a buon diritto avrebbe domandato in coteste due donne il nobile carattere conveniente a chi esercita la misericordia e sfida onde compirla i più fieri pericoli. Nondimeno anche dopo questa e qualche altra menda, che il desiderio di criticare più che il senso beato di godere la bellezza vi trovasse per avventura, noi non esitiamo a rammaricarci piuttosto se quanto il richieda non sia ai di nostri considerato un tale dipinto; se spesso non vi vengano dinanzi i giovani ad empiersi d’entusiasmo, a cercare come siano state preparate le carni da riuscire si vivide dopo due secoli, come la verità non sia l’ opera delle pazienti imitazioni nell’atto di dipingere, ma si il gran frutto degli studii anteriori e di una immaginazione che trova a proprio talento ogni oggetto, di un genio in somma che eseguisce in un punto ciò che l’animo gli viene suggerendo.

Dopo questa pala, lasciando di vedere il terzo altare avente un’antica immagine di Nostra Donna, prima di osservare l’altar maggiore gioverà che si considerino i due quadri laterali ad esso dipinti da Sebastiano Mazzoni pittore fiorentino del secolo XVII. Il primo offre San Benedetto che raccomanda a Maria Vergine un parroco di questa chiesa, ed il secondo dimostra nell’alto San Benedetto con la Carità, co la Speranza ed al basso San Giambattista e la Fede. Ammanierati si chiameranno forse questi due quadri, ed il siano: ma il succo del colorito, ma certi effetti che, comunque esagerati, fanno prova delle risorse dell’arte per chi sappia sceverare il male dal bene: e ricavar documenti a pro della gran scienza dell’arte non per anco piantata, questi certo saranno in essi.

La pala del altar maggiore con Nostra Donna in gloria, San Domenico e l’angelo che trionfa di Lucifero è della scuola di Carlo Maratta. Seguendo ad esaminare gli altri tre altari, nulla vale che si dica intorno alla pala del primo altare con San Giambattista, ed i Santi Benedetto, Agostino, Scolastica e Gaetano Tiene; ma ben vuol essere esaminata la pregiata tavola del secondo altare, opera di Antonio Fumiani, con Nostra Donna nell’alto che dà il bambino ai Santi Antonio di Padova e Francesco d’Assisi, ed al piano i Santi Andrea, Pietro e Carlo Borromeo. Nella pala del terzo altare Giambattista Tiepolo fu inferiore a se stesso nel dipingere San Francesco di Paola, né seppe trovare uno dei felici partiti che anche nelle opere più piccole sapeva si facilmente rinvenire. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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