Scuola Grande di San Marco

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Scuola Grande di San Marco - Castello

Scuola Grande di San Marco

Storia della scuola

Ebbe la Scuola Grande di San Marco i suoi principi presso la Chiesa Parrocchiale di Santa Croce di Luprio, ora posseduta da monache francescane. Fu ella la quarta fra le confraternite, o come si chiamano Scuole Grandi, instituita ad oggetto di impetrare l’affluenza delle divine misericordie sopra la Repubblica per l’intercessione del di lei protettore evangelista San Marco. Per maggiore comodo delle devote loro riduzioni, pensarono poi i confratelli di trasportarsi presso alla chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, ove nell’anno 1437 avevano acquistato dai padri Domenicani un terreno per fondarvi un ampio ospizio, ed il possesso pure della cappella maggiore nella chiesa di essi padri, insieme coll’altare dedicato ai santi martiri titolari. Perché però a riguardo d’accomodare l’accolta confraternita, si erano i religiosi privati di qualche luogo loro opportuno, l’autorità suprema del Maggior Consiglio, con un decreto emanato nel giorno 29 di agosto dello stesso anno, permise loro dilatare i confini del monastero verso la laguna in sito di pubblica ragione.

Divampò tutto il nuovo ospizio per un incendio insorto nell’anno 1485. Ma la pietà dei confratelli assistita dalla munificenza pubblica, che assegnò circa cinque mila ducati a ripararne i danni, lo fece risorgere più magnifico, ed ampio dalle sue rovine, sicché al giorno di oggi per la sontuosità delle fabbriche, e per il pregio delle eccellenti pitture, si annovera fra i primi ornamenti della città.

Si venera con pompa esposta nei venerdì di marzo in questa scuola una spina della corona di Nostro Signore; e vi si conserva pure con altre reliquie una porzione della veste inconsutile del Redentore. (1)

Visita della Scuola (1733)

La tavola dell’altare cori Nostro Signore in aria, e più abbasso sopra le nuvole San Marco nel mezzo, e dai lati Santi Pietro e Paolo è opera del Palma. Dalle parti di esso altare vi sono due quadri con miracoli di detto santo di Domenico1 Tintoretto. Scendendo gli scalini di detto altare a mano sinistra vi è un quadro del detto Domenico con quantità di ritratti dei confrati assai belli, che mirano l’apparizione di San Marco; negli ultimi si vedono due teste poste in vece degli originali da chi gli rubò. Seguono quattro quadri del valentissimo Tintoretto. Nel primo si vede quando il corpo di San Marco fu levato furtivamente; l’azione è istoriata sotto un lungo portico, che forma un sito vastissimo con artificiosi accidenti di lume, ed in terra un ignudo in scorcio disegnato in guisa, che segue l’occhio dovunque si gira. Quello, che segue rappresenta quando il detto corpo si portava verso la nave, e che forse un’orrido turbine con molta gente, che fugge, ed in particolare un busto nudo, che mira in alto in atto di ricoprirsi, di gran carattere. In questo quadro espresse il Tintoretto uno spirito in aria, e per far ciò conoscere nel miglior modo possibile fece un corpo trasparente cosa, che dimostra il grande ingegno di questo valentuomo; questo va alla stampa del Lovisa, ed è una delle migliori di quest’opera. Continua dopo questo una tempesta di mare con San Marco in aria, che soccorre un Saracino col porlo nello schiffo dei Veneziani, e vi è in veste Ducale il ritratto di Tommaso da Ravenna. Finalmente vi è quello tra le finestre, che a dire il vero è un compendio di quanto pub dare l’arte pittoresca essendovi un invenzione, e composizione di figure meravigliosa, così spiritose, e disegnate, che veramente si muovono, con arie di teste mirabili, ed un’ignudo in terra, che più non può dipingere Tiziano, ne chichesia; in questa tela vi è rappresentato San Marco in aria, che libera un servo martirizzato. Si vede di questo quadro una stampa rara al pari, che mal condotta, ed e uno dei tre quadri segnati col nome dell’autore. Vi sono poi tra le finestre varie figure, che erano del suddetto aurore; ma guaste, e ritocche da altra mano. Sopra le due minori porte vi sono due quadri di maniera tra Tiziano, e il Vecchio Palma. Nell’Albergo a mano sinistra vi è un temporale, che segui nel portare il Corpo di San Marco a Venezia, opera rarissima di Giorgione. Segue il bellissimo quadro di Paris Bordone, dove vi è rappresentata la storia del vecchio barcaruolo, che portò alla Serenissima Signoria l’anello datogli da San Marco. Dopo questo si vede San Marco, che guarisce Sant’Aniano dalla puntura della lesina; di Giovanni MansuetL Sopra il banco si vede lo stesso santo che predica a molta gente nella piazza di Alessandria, ed vi è il Tempio di Santa Eufemia, che rassomiglia a quello di San Marco, ed è opera preziosa di Gentil Bellino. Dalla parte del campo Sant’Aniano battezzato dal santo è di Giovanni Mansueti, come pure sono del detto tre altre azioni del santo Evangelista. Sopra la porta al di dentro si vede il martirio di San Marco tirato con funi, ed è di Vittore Belliniano allievo del Conegliano. Nello scendere le scale sopra il ramo destro vi è il ritratto di un Guardiano di casa Magno di Sebastiano Bombelli; in fondo del ramo sinistro un altro guardiano con parrucca nera è dello stesso autore, e quello di Nicolò Olmo pure Guardiano, sopra la porta della Pace è del Padre Ghislandi Paulotto eccellentissimo, e famoso nei ritratti. (2)

Visita della Scuola (1839)

Quel secolo che all’ultima eccellenza spinse le arti e le lettere sul suolo d’Italia, se con sagacia cominciò ad innestare nelle arti cristiane i tipi del paganesimo, fece pur sorgere per opera dei Lombardi un’architettura posta in mezzo tra la gotica e la romana; un raffinamento di quella, senza imitare pur questa; una architettura in somma semplice nelle disposizioni, robusta nell’insieme, leggiadra negli ornamenti, piena di quel fascino che il solo genio comunica alle opere indipendentemente dalle regole anteriori. Il miglior frutto poi di tale architettura ci sta dinanzi: eccolo in questo locale eretto nel 1485 onde accogliere una delle molte congregazioni, le quali, poste sotto il patrocinio di un santo, stringevano, tra i popoli nati dalle rovine dell’impero romano, i vincoli di ogni classe determinata di persone, e sottoponendo ciascuna classe a regolamenti utili all’avanzamento del e arti, o dei traffici, l’accendevano di entusiasmo e la preservavano dalla corruttela e dalla miseria.

Tutti fratelli erano gli ascritti a tali congregazioni: poiché tutti figli di Cristo che volle annodare fraternamente gli uomini. Raccolti in quei capitoli sentivano i confratelli la possanza dell’unione: l’amore proprio cui ogni individuo deve nascondere, si svelava nella sua efficacia giacché ciascheduno parlava a nome dell’intera società, e quelle società, ristrette tra i limiti convenienti al la condizione umana, si avvaloravano colle forze dei singoli membri, e possibili rendevano quei prodigi in [atto d’arti o di azioni che divengono altrettanti segreti per il nostro odierno egoismo il quale pur vanta di stendere la mano fraterna sino agli ultimi confini della terra. Questi furono i vantaggi somministrati dalle congregazioni. La religione, il disinteresse, la sociabilità, l’amor all’arte propria, i tentativi per perfezionarla, i lumi scambievolmente somministrati affinché l’arte di una città vincesse quella delle altre, tutto era frutto di quelle unioni chiamate confraternite o scuole, e nel dialetto nostro anche fraglie o fragie.

Vogliono alcuni che l’uso di tali congregazioni si spargesse nel secolo VIII dalla Germania in Italia per opera di San Bonifacio apostolo dei Germani. Quindi non è difficile che i nostri le ricevessero nella prima edificazione della città. Poiché, piantar dovendo chiese, altri mezzi non avevano onde erigerle e mantenerle se non che formar unioni di persone che con le elemosine si restassero a simili opere pie. Col progresso del tempo, secondo i principii d’Inemaro vescovo di Reims, si adunò la città intera in tanti corpi quanti erano i vari negozi a cui attendevano i suoi cittadini; e ne provennero le Confraternite propriamente dette, regolate da determinate discipline contenute in un libro detto matricola, e distinte poscia in grandi e piccole confraternite, in fraterne ed in suffragi. Oltre il loro capo chiamato guardiano, perché vegliava all’ esatta osservanza delle regole, aveva ciascheduna un vicario ed uno scrivano.

Primieramente le confraternite erano raccomandate al consiglio dei Dieci; ma nel 1468 si divisero in grandi e piccole e quelle vennero sottoposte alla Quarantia e queste ai provveditori del comune. In seguito moltiplicatesi a dismisura volle la repubblica porvi un argine (anno 1732); ma nulla valse finché nel 1765 di 230 che erano le scuole, se ne soppressero 150 prive di fondi.

La scuola di San Marco era appunto una delle sei grandi. Dapprima risiedeva a Santa Croce; ma nel 1473 acquistato questo terreno adiacente al monastero dei Santi Giovanni e Paolo innalzò un più ampio ospizio che però nel 1485 venne incendiato. Nondimeno i confratelli, assistiti da un soccorso di 5.000 ducati loro assegnati dalla pubblica munificenza, rialzarono ben presto la nuova fabbrica bella di quell’architettura che tuttora si ammira. L’autore di sì magnifico edificio e stato Martino Lombardo forse aiutato da fra Francesco Colonna soprannominato il Polifilo religioso domenicano: pur non deve rimanere senza nome Pietro Lombardo che ne ebbe parte come squadratore.

La facciata, scompartita in due ordini rispondenti ai piani delle due sale, è tutta incrostata di marmi pregevoli. La maggior porta ornatissima è sormontata da un basso rilievo semicircolare dove si raffigurò San Marco accogliente in protezione i confratelli della Scuola. Fregiatissime sono le superiori finestre e gli intagli sparsi per tutta la facciata, e le statuette che l’adornano sono lavori sopra modo eccellenti. Fra gli altri intagli si osservino ai fianchi della porta quei due leoni in scorcio di basso rilievo, ed ai fianchi dell’altra porta i due basso-rilievi con San Marco che risana dalla ferita della lesina San Aniano nell’uno e con San Marco che il battezza nell’altro. Il campo formato da un porticato in ciascheduna di queste due storie è mirabilissimo. Questi quattro intagli sono di Tullio Lombardi; ma le figure sopra la porta principale si dicono di Bartolomrneo Buono venendo ricuperate dal detto incendio del 1485.

Entrati nella fabbrica vedasi il pian-terreno diviso in tre navate da due file di colonne corintie; e per due comodi rami di scala si ascende alla sala superiore nel fondo della quale c’è un colonnato di tre intercolunni che la disgiunge dalla cappella ove è l’altare, opera di Antonio da Ponte. Un tempo questa scuola andava adorna dei miracoli della pittura’ veneziana; alcuni di essi furono trasportati in questa regia Accademia di Belle Arti; il resto ricevette altre destinazioni.

Cento erano i confratelli addetti a questa scuola con un cappellano e sei preti per gli uffici religiosi. Abbondanti erano le sue rendite; dotava con esse donzelle e varie opere di pietà esercitava. Corre una tradizione che all’edificazione del suo fabbricato fosse concorso un pescatore della parrocchia di San Niccolò il quale recando in un battello cento libre d’argento le abbia offerte a benefizio della confraternita coll’obbligo di creare ogni anno tra le sue cariche un decano abitante a San Nicolò; ciocché sempre venne fatto. Le argenterie servienti alle processioni solenni e le suppellettili sacre di questa scuola erano preziosissima; ma tutto periva al momento delle espilazioni francesi del 1797, e chiusa la scuola, insieme al vicino convento dei Santi Giovanni e Paolo, si volse dopo il 1810 in ospedale militare dapprima; indi, compresa la fabbrica menzionata dei Mendicanti, si è tutto ridotto a spedale civile. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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