Chiesa e Convento dei Santi Giovanni e Paolo

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Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo - Castello

Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Convento di Frati Domenicani Predicatori. Convento secolarizato

Storia della chiesa e del convento

Che tra le altre città d’Italia abbia con le apostoliche sue predicazioni illustrata anche Venezia, il glorioso fondatore dei Predicatori San Domenico, lo scrivono concordemente gli storici del suo istituto, fra i quali il Malvenda cita in testimonianza i documenti di questo Convento dei Santi Giovanni e Paolo, che riferiscono, essersi nell’anno 1217 portato a Venezia San Domenico, ed ivi per alcuni suoi pochi Frati aver ottenuto un piccolo Oratorio, detto allora di San Daniele, e che poi dopo la canonizzazione del santo patriarca fu chiamato di San Domenico, ed ora dopo l’anno 1567 si dice del Rosario. Appresso detto oratorio, che a principio era assai angusto, vi fabbricò il Santo Patriarca un piccolo Monastero. Di cui si vedono tutt’ora i vestigi nel recinto del nuovo. Seguono poi gli stessi documenti, che altro non sono che un non antico trassunto di tradizioni popolari e insussistenti: Nell’anno 1226 si ampliò per un miracolo il Convento. Il doge Giacomo Tiepolo vide in visione una notte l’oratorio, e la vicina piazza di San Daniele piena d’odorosi fiori con alcune bianche colombe, che portavano croci d’oro su le loro fronti, andava volando per questi fiori, mentre due Angeli discesi dal Cielo profumavano con turiboli d’oro quel sito. Mentre egli ciò osserva udì una voce che disse. Questo è il luogo, che scelsi ai miei Predicatori. Narrò il doge nel giorno seguente la visione in Senato, che tosto decretò doversi concedere 40 passi di nuovo sito ai religiosi per ingrandimento del loro Monastero; e allora cominciò a fabbricarsi la magnifica chiesa, sotto il titolo di Maria Vergine e dei Santi Martiri Giovanni e Paolo; di che ne fu poi fatto solenne istrumento nell’anno 1234. Diedero forse causa a questo racconto i due Angeli, che con profumieri alla mano si vedono scolpiti sul sepolcro del doge Giacomo Tiepolo, ed un antico marmo affisso alla facciata esteriore della chiesa, a lavoro di mezzo rilievo, rappresentante il profeta Daniele posto fra i leoni.

Quantunque sia indubitabile, (come anco lo rapporta il primo tomo degli annali dell’Ordine recentemente uscito alla luce) essersi il santo fondatore trasferito a Venezia, per ivi trattare col cardinal Ugolino, legato apostolico, affari gravi della chiesa universale, e della sua religione, ciò non ostante di quanto ci riferiscono i documenti del convento, nulla ne lasciarono registrato le antiche Cronache Veneziane; anzi oltre molti altri riflessi, spicca l’insussistenza di questa tal narrazione, probabilmente tessuta in tempi non molto remoti dal diploma del doge Tiepolo, nel quale concedendosi terreno allagato da acqua, chiaramente li conosce, non potervi essere stati su di esso fabbricati né oratorio, né monastero. Quello, che di certo spicca dai documenti, egli è, che molto prima della donazione del doge Tiepolo, avevano già i religiosi dell’ordine dei Predicatori fissata sede in Venezia, ove giunti dopo la morte del Santo loro fondatore, predicando pubblicamente, e insegnando, dimostrarono di quale spirito fossero stati dal santo loro padre lasciati eredi. Fu la prima loro abitazione presso la chiesa parrocchiale di San Martino, leggendosi in documenti pontifici segnati negli anni 1226 e 1229 nominato il priore della Chiesa di San Martin di Venezia dell’ordine dei Predicatori, quale fu da Gregorio IX eletto fra i visitatori apostolici di alcune chiese. Tali dunque, mentre quivi ristrettamente dimoravano, furono gli esempi di virtù, coi quali i buoni religiosi si meritarono l’amore della città, che il doge Tiepolo, stimando necessaria al bene del popolo la lor dimora, di pubblico consenso concesse loro un dilatato spazio di terreno, allagate ancora dall’acqua, posto nei confini delle Parrocchia di Santa Maria Formosa; di che ne fu formato istrumento nel mese di giugno dell’anno 1234. Morì poi il doge Tiepolo nell’anno 1251, e fu il di lui corpo riposto in un sepolcro di marmo, che si vede collocato nella facciata esteriore della chiesa, in cui pur giace il doge Lorenzo suo figlio, morto nell’anno 1273. Non men utile e decoroso fu l’acquisto, che fece in quei tempi in Venezia la religione dei Predicatori. Poiché lo stesso Alberico priore, che ottenuti aveva i doni della pubblica munificenza, ammise al noviziato dell’ordine il beato Giacomo Salomone, lume splendidissimo di santità. Rivolto poi il buon superiore a rendere utili i pubblici doni, dispose la fabbrica di un ampio convento, e di una magnifica chiesa, per l’erezione della quale nell’anno 1246, Innocenzio papa IV, concesse spirituali indulgenze a chi con mano elemosiniera ne avesse agevolato il proseguimento.

Concorsero con tal affluenza i soccorsi dei devoti all’erezione del sacro recinto, sicché fu capace, prima che spirasse il secolo XIII, di ricever il capitolo generale dell’ordine, ivi convocato nell’anno 1293 da Niccolò Boccassino, maestro generale della religione, che prima aveva fra questi chiostri esemplarmente compito l’anno di sua probazione, e che sia poi per il merito di sua virtù promosso prima alla sede apostolica, ed indi all’onore degli altari, sotto nome del beato Benedetto XI. Simile convocazione del capitolo generale in questo convento fu comandata nell’anno 1330 da Barnaba da Vercelli, maestro generale dell’ordine, e nell’anno 1355 da Simon Ligonense, successore nel generalato.

Benché però le interne abitazioni dei religiosi fossero già da gran tempo ridotte alla lor perfezione, pure la vasta fabbrica della magnifica chiesa, e per l’ampia sua mole, e per il grandioso dispendio andava lentamente proseguendo. Onde ad agevolarne il compimento, così ricercando efficacemente il priore, e gli altri religiosi del monastero, permise l’autorità del maggior consiglio con suo decreto, emanato nel giorno 17 di dicembre dell’anno 1390, che all’avanzamento del sacro edificio si impiegassero dieci mila ducati, provenienti dal pio legato di Niccolò Lion procurator di San Marco. Aveva questi ordinato nel suo testamento, che dei beni di sua eredità fondato fosse per dodici religiosi dell’ordine dei Predicatori un convento in Murano, simile a quello di San Niccolò della Latuga, già da lui destinato per i frati Minori. Ma come, detratti i molti legati da lui lasciati, il resto che si calcolava 10 mila ducati sufficiente non era alla fondazione, e nello stesso tempo anco per ordinazione testamentaria di Marco Michieli, fabbricava nella stessa isola altro convento per i Domenicani, così fu creduto più opportuno l’assegnarli al monastero di Venezia, coi quali non solo si aiutò la fabbrica della chiesa, ma fu anche eretta la Cappella di San Domenico, che oggi si dice della Vergine Santissima del Rosario.

Una consimile ordinazione fatta aveva circa lo stesso tempo anche Marco Dolfino, detto per soprannome Trivella: ma essendo troppo scarsa la di lui eredità alla fondazione di un monastero in Murano, con altro decreto dell’anno 1392, fu permesso, che il soldo lasciato dal testatore andar dovesse (così richiedendo i religiosi) a sussidio della grandiosa fabbrica sacra dei Santi Giovanni e Paolo.

Dopo ciò per la quarta volta dentro il giro di un secolo fu convocato in questo convento il capitolo generale nell’anno 1393, per comando del maestro generale Raimondo da Capova, il quale ad istanza del doge Antonio Veniero, e del senato ordinò coll’assenso dei suoi capitolari la regolare riforma del convento stesso, già di molto decaduto dal rigore della primiera osservanza. Ne esegui il decreto il beato Giovanni Domenici, fiorentino, allora semplice religioso, e poi cardinale di santa chiesa, che trasferiti dal convento osservante di San Domenico di Castello dodici religiosi, intraprese l’opera grande della riforma, e ridusse ben presto il convento ad una perfetta esemplare disciplina, con la zelante assistenza del priore Gregorio di Cesena, il quale per vantaggio, e stabilità dell’opera fu per ben quattro volte successivamente confermato priore. Succedette priore poi nell’anno 1397 Tommaso Aiutamicristo, uomo di virtù esimia, e di eguale prudenza, che prima di compiere il suo governo, colto dal morbo pestilenziale, che allora desolava Venezia, passò al premio dei giusti. Seguirono successivamente a governare santamente questo monastero l’un dopo l’altro Giovanni Domenici fiorentino, Bartolommeo da Perugia, Bartolommeo da Siena, già confessore della Santa vergine Caterina sua concittadina, e Giovanni dei Benedetti, nobile veneto, religiosi e per l’eminente dottrina, e per l’esemplar santità, di costumi opportunissimi per fermamente stabilire in questi chiostri quel primiero fervore di spirito, che vi si era restituito.

Progrediva frattanto insieme con la spiritual rifabbrica della riforma, anco i materiali edificio della chiesa, che ridetta a conveniente perfezione, fu nel giorno 12 di novembre dell’anno 1430, solennemente consacrata da Antonio Corraro dell’ordine dei Predicatori, vescovo di Ceneda, onorando la funzione con la loro presenza molti altri vescovi, ed altri prelati di distinta qualità. Sette anni dopo furono nuovamente congregati in questo convento i padri del capitolo generale, per decreto di Bartolommeo Tesserio, maestro generale dell’ordine. Due altre volte poi nello stesso secolo XV fu onorato questo convento con la con vocazione del generale capitolo; la prima nell’anno 1486, in cui fu creato maestro generale dell’ordine Barnaba Sassone; e l’altra nell’anno susseguente 1487. Poiché essendo morto pochi giorni dopo di sua elezione il detto generale, furono richiamati i capitolari a Venezia per nuova creazione, la quale cadde nella persona di Gioacchino Turriani veneto, uomo dottissimo, e che presedeva al capitolo in uffizio di vicario generale. L’ultimo dei capitoli generali, che furono tenuti in questo convento, fu convocato nell’anno 1592 da Ippolito Maria Beccaria, maestro generale dell’ordine. Frattanto la chiesa, che già compita si era nella sua interna struttura, andava avanzando nei suoi abbellimenti, dei quali il più riguardevole è l’altar maggiore, eretto nell’anno 1619 sul modello di Matteo Carmero architetto, di scelti marmi, e tanto ordinata magnificenza, che a niuno altro può dirsi secondo. Di nobilissima forma è pure la Cappella, intitolata del santo nome di Dio, la quale essendo prima dedicata a San Lodovico vescovo di Tolosa, muto poscia il suo titolo a causa di una devota congregazione di uomini, fondata primieramente nella cappella, detta della Pace, e poi qua trasportata nell’anno 1587 ad oggetto di onorare il santo nome di Dio, e compensare con devote onorificenze gli strapazzi, che questo venerabile nome riceve dalle sacrileghe lingue dei bestemmiatori.

Di eguale sontuosità è pure la cappella dedicata a San Domenico, in cui si vedono rappresentati in gran bronzi i principali suoi miracoli. La più riguardevole però tra le cappelle è quella dedicata a Maria Vergine, sotto il titolo del suo Rosario, ricchissima di preziose suppellettili, ed adorna di pitture, e sculture dei più accreditati e famosi artefici.

Oltre queste, che formano con la chiesa un corpo solo, altre tre cappelle vi sono aderenti alla chiesa, delle quali una è dedicata a tre gran lumi della religione Domenicana, San Vicenzo Ferrerio, San Pietro martire, e Santa Caterina da Siena, la di cui confraternita fu eretta nell’anno 1458. L’altra è sotto il titolo delle Sante Vergini Orsola, e Compagne martiri, in cui fin dall’anno 1300 fu instituita una compagnia di devoti ad onore di questo glorioso coro di vergini, delle quali si vede il martirio rappresentato in gran quadro dal celebre pennello dl Vettore Carpaccio. La terza situata nel fine del chiostro presso la Scuola Grande di San Marco, è dedicata a Maria, Vergine Santissima, sotto il titolo della Pace, ed in essa si venera un’antica immagine della Gran Madre di Dio, di lavoro greco, e che per antica tradizione si asserisce essere quella stessa, avanti a cui orando San Giovanni Damasceno ricuperò miracolosamente la mano, che per difesa delle sacre immagini gli era stata recisa. Fu questa devotissima immagine (che viene dai nazionali greci assai onorata) trasportata da Costantinopoli da Paolo Morosini, nobile veneto, e donata ai padri di questo convento, i quali dopo di averla molto tempo conservata all’altare del loro capitolo, finalmente la trasportarono nell’anno 1505 in questa cappella da loro sontuosamente eretta, a di cui custodia, e culto permisero, che si istituisse nell’anno 1546 una pia confraternita di devoti, cura dei quali fosse l’onorare con solenni ossequi Maria Santissima nella sua immagine.

Né minori dei materiali sono gli spirituali ornamenti di questa magnifica chiesa. In essa si venera, rinchiuse in preziosi tabernacoli d’argento dorato, una spina della corona di Gesù Cristo, ed una porzione della di lui Santissima Croce in altri ricchissimi reliquiari si conservano pure un piede intero, ed incorrotto della serafica vergine Caterina da Siena, un dito incorrotto esso pure di San Pietro martire, un articolo di un dito di San Vicenzo Ferrerio, un piede di uno degli Innocenti di Betlemme, un articolo del dito di Santa Maria Maddalena, e cinque teste, che si dicono delle vergini compagne di Sant’Orsola: le quali tutte cospicue reliquie si conservano collocate in ornatissimi nicchi all’altare della sacristia. Nella chiesa però si custodiscono chiusi in cassette di cristallo ornate di argento due interi ossi delle braccia dei Santi titolari, ottenuti già nell’anno 1661, con assenso del pontefice Alessandro VII dal cardinal Giberto Borrommeo, titolare della Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, e dai padri Gesuati allora possessori di essa chiesa, col mezzo dell’ambasciatore veneto Pietro Basadonna, che poi da Clemente Papa X nell’anno 1673, fu annoverato fra i cardinali di santa chiesa. Stanno esse venerabili reliquie collocate in mano di due angeli di marmo, che le sostengono custodite con sopraccasse di metallo dorato, e che aperte vengono nel giorno della loro solennità, nella quale annualmente si portano a visitare questa chiesa il doge, ed il senato per devota riconoscenza della vittoria ottenuta ai Curzolari, contro l’armata Turca nell’anno 1656 in memoria della quale divenne ai fori veneti festivo il giorno 26 di giugno, consacrato col martirio dei due Santi Fratelli.

Molti furono i soggetti insigni, i quali sortiti da questi chiostri illustrarono la patria, e la religione loro con la santità del loro costume, e con lo splendore della lor dottrina, dei quali deve prima di qualunque altro rammemorarsi il beato Giacomo Salomone. Privato questi dei suoi genitori nel fiore di sua gioventù, volle consacrarsi a Dio, vestendo in questo convento le sacre lane di San Domenico con tal fervore di spirito, che fino dai primi giorni della sua religiosa vita, si prefisse il santo suo fondatore come un esemplare, fu cui riformar dovesse i suoi costumi. Esegui sì presto, e sì perfettamente il suo disegno il santo giovine, che non vi fu virtù alcuna del padre, che non si vedesse esattamente risplendere nel figlio. La sua maniera di vivere era in sommo austera, e l’orazione continua, brevissimo tempo dando nelle notti ad uno stentato riposo. Ma quanto era rigido verso sé stesso, altrettanto era pieno di dolcezza verso dei prossimi. Onde la maggior sua delizia era il servire ai poveri nell’ospedale di Forlì, in cui ebbe la buona sorte di convertire a Dio, ed al cattolico dogma Carino, prima infame Sicario, ed uccisore del martire San Pietro, poi santo, ed austerissimo religioso Domenicano, per il merito di sua ammirabile penitenza venerato sugli altari. Sessantasei anni condusse il santo uomo di vita religiosa, la maggior parte nel Monastero di Forlì, in continuati esercizi d’umiltà, nei più vili impieghi da lui con avidità ricercati, ed in apostoliche predicazioni, con le quali ridusse innumerabili uomini dall’eresia alla verità del credere, e dai peccati alla santità dell’operare. Finalmente avendo per quattro anni con invincibile pazienza tollerati in silenzio gli acerbissimi dolori di un cancro, che gli rodeva il petto, s’infermò gravemente, e conosciuto vicino il sine di sue fatiche, munito degli ecclesiastici sacramenti, pieno d’anni, e di merito, con volto ridente, lucidamente spirò, illustrato da Dio in vita, e in morte con strepitosi miracoli. Esposto il di lui corpo per tre giorni riempì la chiesa di soavissimo odore, e dimostrò il valore di sua intercessione a favore, di tanti infermi, che accorsero ai di lui funerali per restare sanati, non pochi noverandosi i lebbrosi, gli storpi, ed altri oppressi da malori, che recuperarono istantaneamente la salute, ed alcuni, che dalla morte furono restituiti alla vita. Fu sepolto il sacro di lui corpo nella chiesa del suo ordine in Forlì, ove poi la Repubblica di Venezia fece ergere un nobile sepolcro di scelti marmi, ad un altare dedicato al suo nome, e Clemente VII concesse alla chiesa dei Domenicani di Forlì, che in essa si potesse celebrare l’ufficio del beato già dichiarato protettore della città. Simile grazia concesse Paolo papa V nell’anno 1617 al Monastero dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, che fu poi estesi a tutto l’ordine di San Domenico, e finalmente nell’anno 1728 concessa al clero della città di Venezia.

Dopo il Beato Giacomo deve nominarsi Paolo Veneto, compagno per due anni indivisibile di San Domenico, di cui imitò vivamente le virtù, come lo attestano gli annali della religione Domenicana: dai quali si rileva pure, che morisse in Venezia celebre per santità dì costumi nell’anno 1383. Roberto Napolitano illustrato da Dio con miracoli. Fu anche figlio di questo convento Giovanni Andrea Carga, nativo del Friuli, che eletto nell’anno 1606 da Paolo Papa V vescovo Sirense, coronò la lodevole sua vita nell’esercizio dell’apostolico suo ministero con una santa morte, strozzato dai Turchi nell’anno 1617, il processo del di cui martirio, e dei miracoli operati da Dio per di lui gloria, fu formato dal vescovo dell’Isola d’Andros.

A questi illustri personaggi, ai quali la santità della lor vita assegno il primo luogo, aggiunger si devono altri riguardevoli per l’ecclesiastiche dignità, che sostennero, e che con lode sono registrati nei fasti della santa religione dei Predicatori. Questi sono Tommaso Tommasini, detto Paruta, che dopo varie riguardevoli stime cariche ecclesiastiche, morì vescovo di Feltre, e Belluno, chiese allora insieme unite.

Pietro Giustiniani, prima priore di questo convento nell’anno 1458 e nello stesso anno destinato arcivescovo di Corfù. Tommaso Stella da Giulio Papa III fatto vescovo di Capodistria. Lodovico dei Martini, Priore di questo convento nell’anno 1532 e poi sei anni dopo da Paolo III fatto vescovo Ariense in Candia. Teodoro Dedo essendo nell’anno 1611. Priore di questo convento fu da Paolo V dichiarato vescovo di Curzola. Raffael da Riva, vescovo prima di Curzola, e poi di Chioggia, a cui fu trasportato nell’anno 1510. Morto nell’anno 1611, volle essere sepolto nella chiesa del suo monastero in Venezia ove pur riposa (come lo denota l’iscrizione sua sepolcrale) altro suo precessore Michiel da Verona Domenicano, morto vescovo di Chioggia nell’anno 1346.

Giovanni Santato da Rovigo, prima priore in questo convento, e di poi nell’anno 1615 eletto vescovo di Rettimo in Candia. Gualtero, o sia Waltero della famiglia Agnusdei veneziano, prima vescovo di Trevigi, poi di Castello, riposa sepolto in questa chiesa, in cui pur giace Bartolommeo dei Pisciali Bolognese, vescovo di Torcello. Giberto Zorzi, vescovo di Parenzo nell’anno 1367 Lorenzo Venier nell’anno 1411 fatto vescovo di Modone. Giorgio Dolfin nell’anno 1413 eletto all’arcivescovado di Corfù. Lodovico Longo, vescovo di Modone nell’anno 1466. Domenico Fregonio eletto arcivescovo di Spalato da Gregorio XIII Girolamo Vielmo, uomo dottissimo, vescovo di Cittanova in Istria morto nell’anno 1582 e sepolto nella cappella maggiore di questa chiesa.

Giuseppe Pizzini eletto nell’anno 1644, vescovo di Caorle, morì in Venezia nell’anno 1648. Né minore decoro arrecarono a questo monastero Giovanni Benedetto Zuanelli, e Giulio Maria Bianchi, ambi veneti; il primo dei quali fu da Benedetto XIII eletto maestro del sacro palazzo, nel quale ufficio morì correndo l’anno 1738, l’altro poi fu prima da Clemente IX ascritto fra i consultori della sacra congregazione dell’indice, di cui poi fu da Innocenzio XI dichiarato segretario. Ricusate costantemente le mitre offertegli di Capodistria, Spalato, e Corfù, morì in Roma nell’anno 1707. Oltre XIX dogi ebbero sepoltura in questa chiesa molti personaggi illustri e per la gloria dell’armi, e per le dignità sostenute, fra quali di un solo saremo onorevole menzione. È questi l’invittissimo eroe Marco Antonio Bragadin, che avendo valorosamente sostenuto la difesa di Salamina in Cipro contro un immenso esercito di Turchi, finalmente per mancanza e dei viveri, e dei difensori, avendola ceduta ad onorevoli patti, fu dal barbaro spergiuro comandante fatto scorticar vivo nell’anno 1571, sostenendo egli intrepidamente fino all’ultimo respiro, con costanza da martire, l’inumana carneficina. La di lui pelle trasportata in Venezia, e collocata in un nobile vaso di scelto marmo, fu collocata in un posto cospicuo di questa chiesa nel mezzo di un decente mausoleo, fu cui si vede scolpito in mezzo busto il di lui simolacro, e di sotto inciso l’elogio di sua militare, e cristiana virtù. (1)

Visita della chiesa (1839)

Ponendoci ora all’esame di sì gran tempio diremo che sorse tra il 1246 in cui ebbe cominciamento, e l’anno 1430 in cui fu consacrato però alcuni fatti attestano non aver nel 1390 ricevuto per anco interamente il termine. Il paludoso terreno su cui si ergeva; la stessa gran mole che per via delle elemosine non progrediva soltanto, sono cagioni sufficienti a cosiffatti ritardi nondimeno il primiero concetto non fu mai negletto e tutto induce a credere che sia stato somministrato da Nicolò da Pisa, il quale in quei momenti innalzava in questa città il tempio di San Maria Gloriosa dei Frari. Forse che poi sarà stato condotto il lavoro da qualche fratello della religiosa domenicana famiglia che famigerati architetti possedeva in quei giorni. L’architettura di questo tempio è quella che si suole chiamare Tedesca e della quale tante fabbriche si eressero in Germania ed in Italia: architettura sorgente dai principi della Gotica, spoglia dei minuziosi suoi ornamenti e bella per forme più vive, per proporzioni più pronunziate. Altezza, maestà, semplicità, sono i caratteri del tempio dei Santi Giovanni e Paolo.

Il prospetto esteriore di questo tempio è una semplice muratura che poco più sopra al livello della porta è come disposta a ricevere un ornamento architettonico. Tutto il resto non fu mai intensione che dovesse essere alterato. Quegli archi, quelle membrature semplici e precise palesano essere questo prospetto a somiglianza di molti atri destinato a dover tale rimanere quale pur ora si vede. Sembra che la mira di chi erigeva e questo e gli altri fosse di offrire anzi un tetro colore che congiunto alla grandiosità dei templi mettesse riverenza all’approssimarvisi. E già se togli le sei colonne qui poste ad ornamento della porta non nicchie, non statue tu vedi: nudità, severità, sole vi dominano. I fori dell’ampia circolare finestra nel mezzo, e delle due semicircolari ai lati interrompono soli la squallidezza a cui si aggiungono i tre minareti superiori al timpano, e basta. Eppure qual cosa è mai che senza avvertimento veruno il tuo cuore è sì disposto ad entrare in un tempio, in un luogo capace di pensieri sovrumani? La grandezza della mole, la sua snellezza atta ad alleggerire il peso il quale sarebbe per opprimerti; un ordine severo sì, ma che appunto più facilmente si rileva: questi sono gli elementi di una sensazione che decompor non sapresti, e che ti è là comunicata.

Vedrai negli spazi fra i pilastri della facciata quattro sarcofagi di marmo di semplice lavoro. Il primo non ha inscrizione fuori che quella collocata sullo stemma del vicino pilastro, la quale dice: Patria recepta; ma, per una lapide che ora fu collocata in chiesa, sappiamo essere il tumulo di Marino Morosini uno dei 20 senatori aggiunti al consiglio dei X quando si trattò di procedere contro il doge Marino Faliero.

Nel secondo si deposero le ossa di Jacopo Tiepolo e di Lorenzo Tiepolo figlio di lui; dogi fioriti, il primo del 1229 al 1249, epoca in cui stanco abbandonò spontaneamente le pubbliche cure; il secondo dal 1268 sino all’anno 1275 in cui morì. Giace nel terzo Marco Michel della parrocchia di San Canciano come si rileva dalla inscrizione. Girato poi l’angolo della facciata si scorgono al basso tre altri depositi non intatti, l’uno di Francesco Zeno, l’altro di Giovanni Barisano e l’ultimo di Marino Contarini.

Entrando nel tempio, che è di forma rettangolare allungata anzi che no, allargarsi il vedremo a guisa di croce latina verso il presbiterio. Dalla porta maggiore sino alla crociera si divide in tre navi formate a cinque archi di sesto acuto sostenuti da grosse colonne. Le due colonne penultima appaiono lavorate in maniera da far congetturare esservi stato appoggiato il coro già esistente nel mezzo del tempio a similitudine del coro dei Frari; ma venne tolto di là nel 1681.

La larghezza della nave di mezzo sorpassa alcun poco il doppio di quella delle due laterali e la lunghezza intera del tempio di piedi veneti 290. La sua larghezza al centro è di 80 ed alla crociera di 125, mentre che l’altezza è di 108. Si rifletta a si fatta proporzione tra l’altezza e la lunghezza, perché a nostro avviso sta in essa riposto il prestigio che cosi ci alletta.

Nella sua origine noi crediamo che questo tempio al pari che ogni altro antico avesse i soli altari de le quattro cappelle laterali alla cappella maggiore però la chiesa, più che le altre circostanze, le quali giustamente fecero modificare le sue discipline, faceva gran conto allora di tener la faccia degli astanti rivolta ai divini uffici. Era bensì perduta a quei di la pratica greca lodevole di separare l’un sesso dall’altro con logge, con sbarre; ma si voleva almeno che una necessità non obbligasse i credenti a dover guardarsi scambievolmente e dar luogo alle distrazioni si naturali all’umana debolezza. Gli altari adunque sono anche in questo tempio di architettura posteriore a quella che innalzava il tempio medesimo, benché il più antico di tutti, posto alla destra di chi entra, è di quella architettura lombarda che nella basilica di San Marco agli altari della maggiore e delle laterali cappelle aggiungeva i due altarini di San Paolo e di San Jacopo.

Ora facendosi ad esaminare tutte le parti di questo tempio ed incominciando dal fianco destro vedremo il grandioso deposito del doge Pietro Mocenigo scolpito con somma finitezza in marmo istriano da Pietro Lombardo, e da Tullio ed Antonio figli di lui. Nella cima vi ha il Redentore fra due angeli, e nell’attico le Marie al sepolcro di Cristo. Nel mezzo tre ligure sostengono l’urna e sopra l’urna, collocata fra due geni, vi ha la statua pedestre del doge. Sul parapetto dell’urna stessa si rappresenta il Mocenigo, quando, generalissimo di mare, sedati i tumulti di Cipro, consegna a quella regina le chiavi di Famagosta, e quando, vincitore di Scutari, riceve la piazza dal comandante ottomano. Sei statue simboliche fiancheggiano finalmente tutto il monumento.

Oltre il vicino angolo si osserva nell’alto un elegante monumento del secolo XVI, ricco di ornamenti con somma diligenza scolpiti. Sopra l’urna giace la statua di Girolamo da canal. La spoglia mortale dell’eroe riposa in un tumulo a piano terra sottoposto al monumento di Nicolò Marcello ore appunto si trovava in addietro questo di Canal.

L’urna poi sottoposta al monumento Canal fu dedicata al doge Renier Zeno il cui stemma nella vicina targa e scolpito. Stava quest’rna nel chiostro del convento.

Viene ora il primo altare colla tavola dipinta a tempera da Giovanni Bellino. Rappresenta la Vergine in trono circondata dai quattro dottori e da altri santi e sente. Questa pittura fu restaurata nel 1819. Parleremo altrove intorno la tempera di quei beati antichi.

Succede il monumento in marmo del paragone, a Melchiorre Lancia, morto nel 1674. Scolpito questo monumento di forma piramidale da Melchiorre Barthel fiammingo, sebbene risenta il cattivo gusto secolo XVII in cui fu eretto, pure l’invenzione di Cristo risorto alla cima quasi immagine della novella vita apertaci dai patimenti e dalla risurrezione di Cristo, non che la donna dolente al basso meritano encomio.

Puro stile è nel seguente monumento innalzato nel 1596 a quell’invitto Marc’Antonio Bragadin che, come abbiamo veduto, fu scorticato vivo dai Turchi nel 1595, dopo la perdita di Famagosta.

Il secondo altare, ricco di fini marmi e di bella simmetria, rinchiude una tavola divisa in nove compartimenti. I tre superiori rappresentano il Redentore morto, la Vergine e l’Angelo annunziatore del divino concepimento; i tre di mezzo, San Vincenzo Ferreri, San Sebastiano e San Cristoforo. Nel basamento, in piccole figure, vi sono alcune azioni di San Vincenzo. Tutte queste vaghissime opere altri le reputa del Carpaccio, ed altri di Luigi Vivarini; noi piuttosto inclineremmo a crederle del primo anziché del secondo.

Il deposito che segue di fini marmi con bel busto al naturale sopra l’urna, e due figure simboliche tra le colonne, è di Luigi volgarmente detto Alvise Michel. Oratore insigne era il Michel e morì perorando in senato l’anno 1589.

La cappella seguente, ricca di bei marmi, di sculture e di dorature, eretta venne verso la metà del secolo XVI da Lodovico Storlado procuratore di San Marco e da lui intitolata a San Lodovico Bertrando; ma poi nel 1587 si è intitolata al Nome di Dio. Nelle pareti laterali stanno in quattro nicchie altrettante statue dorate rappresentanti Davide, Zaccaria, Daniele e Salomone. Alla metà della cappella vi sono due porte. Sopra quella a destra vi è interiormente un quadro del Mera fiammingo col battesimo di Gesù Cristo, indi nell’alto un quadro col Padre Eterno fra gli angeli, opera di MatteoIngoli. Sopra la porta alla sinistra lo stesso Mera dipinse la Circoncisione di Nostro Signore e nell’alto il suddetto Ingoli la gloria degli angeli. Per questa seconda porta si passa al Battistero ove fu collocato un buon quadro del Lazzarini rappresentante San Giambattista. L’altare poi ha la pala con Cristo in croce ed appiedi la Maddalena e San Lodovico che è una delle migliori produzioni di Pietro Liberi. Finalmente il soffitto, ricco di stucchi, racchiude vari dipinti di Giambattista Lorenzetti rappresentanti Gesù Cristo espresso sotto le quattro forme di Salvatore, di figlio di Syrach, di Josedech e di Nave. Nel centro vi sono angioletti.

Uscendo da questa cappella si scorge nel pavimento una lapide che copre il tumulo di Lodovico Diedo; indi vedi il deposito magnifico fatto innalzare col disegno di Andrea Tirali dalla dogaressa Elisabetta Querini Valier. Questo monumento si alza quanto lo è la chiesa e si allarga per tutto lo spazio fra le due cappelle che lo fiancheggiano, e comprende una cappella nel suo basamento. Un grande strato di marmo giallo fa campo alle tre statue che vi primeggiano e raffigurano nella di mezzo il doge Bertucci Valier morto nel 1658; quella a sinistra di chi guarda Silvestro Valier figlio di Bertucci morto nel 1700, ed alla destra la suddetta Elisabetta Querini Valier moglie di Silvestro, morta nel 1708. Siccome nel dogado di Bertucci la repubblica riportò la famosa vittoria sui Turchi ai Dardanelli, ne la quale il generalissimo Marcello tanto si è segnalato, così sul basamento del mausoleo è scolpita quella marittima azione agitata nel giorno dei Santi Giovanni e Paolo, 26 giugno 1656.

La cappella aperta, come si disse, nel basamento del detto mausoleo Valier è quella di San Giacinto. Alla destra di essa vi ha la Flagellazione dell’Aliense, ed alla sinistra San Giacinto che tragitta un fiume a piedi asciutti, opera di Leandro Bassano, il cui ritratto si vede nella figura presso il garzone a cavallo. Il soffitto ha il Padre Eterno nel mezzo, e quattro santi negli ovali all’intorno; opere tutto del Palma. Nel tumulo presso l’ingresso di questa cappella riposano le ossa dell’anzidetto doge Silvestro Valier e della dogaressa sua moglie, mentre è sepolto nella chiesa di San Giobbe il cadavere del doge Bertucci.

Succede a questa la ricchissima cappella già di San Domenico ed ora del Santissimo Sacramento costrutta col disegno di Andrea Tirali nel 1690. Sul soffitto, ornato di stucchi, Giambattista Piazzetta dipinse San Domenico portato in cielo e nei pennacchi le quattro virtù teologali a chiaro-scuro. Dall’una e dall’altra parte di questa cappella, tra colonne di fino marmo, stanno sci grandi quadri di alto-rilievo, cinque dei quali sono di bronzo fusi intorno all’anno 1715 da Francesco Lioni sotto la direzione di Giuseppe Mazza scultore bolognese, mentre di legno è il sesto. Quello di mezzo alla destra rappresenta la morte di San Domenico ed i due laterali due miracoli da quel santo operati. Quello poi di mezzo alla sinistra esprime il santo che battezza gli eretici, mentre quello che gli sta al lato sinistro esprime il miracolo del libro tratto illeso dalle fiamme e nell’ultimo al destro lato il santo che appare in aiuto ad un suo devoto dai masnadieri assalito. Quest’ultimo è appunto quello di legno poiché moriva il Mazza pria che tali opere fossero compiute. La tavola dell’altare è debole cosa di Girolamo Brusaferro.

Uscendo anche da questa cappella si trova il piccolo altare che è il sesto numerato da questo lato. La sua tavola raffigurante Cristo morto sostenuto dagli angeli è una copia tratta dal Padovanino dall’originale di Paolo Veronese. Il parapetto dell’altare medesimo è di porfido.

Facciamoci ora a descrivere il braccio della crociera. Primo che s’incontra è un quadro con San Agostino seduto; opera di Bartolommeo Vivarini del 1473. Quanta castigatezza! Chi studia osservi in tali quadri, per grazia di Dio, conservati tuttora. Viene appresso altro quadro di figura rettangolare rappresentante San Marco che assiste alle sessioni del magistrato della Milizia marittima, bella opera di Giambattista d’Angelo, detto il Moro da Verona, verso il 1570. Perché sono sì scarse le opere nelle quali la pittura si sia proposto il ritratto degli oggetti contemporanei! Un diletto pari a quello che proviene dal mirare in questo quadro le galeazze antiche verrebbe a tutti se scorgessero ritratti degli oggetti che dai libri imperfettamente sono sempre descritti.

Chi alza gli occhi vede il monumento eretto dalla veneta repubblica in onore di Nicolò Orsino principe di Nola e conte di Pitigliano, generale condotto ai servigi della repubblica, e che fa sì utile nella guerra di Cambrai. Il monumento è di puro stile e finemente scolpito in marmo d’Istria; la statua equestre è di legno dorato.

Semplice e del buon secolo è il settimo altare alla destra della porta laterale. La sua tavola, bella opera di Lorenzo Lotto, esprime Sant’Antonino circondato da due angeli: stanno inferiormente alcuni ministri qual in atto di ricevere istanze, qual di dispensare denaro ai poveri.

Sopra la porta e la grande finestra coi vetri coloriti raffiguranti vari santi. Quest’opera, eseguita nel secolo XVI da Girolamo Moretto che vi lasciò il suo nome, si reputa disegnata da Bartolommeo Vivarini. Negli anni 1702 e 1820 venne però restaurata.

Lorenzo Bregno scolpì la statua pedestre che è sopra codesta porta e che raffigura il generale d’infanteria Luigi Naldo nativo di Brisighella territorio di Fenza, grandemente segnalatosi nella guerra di Cambrai. Oppresso da gloriose fatiche moriva il Naldo nel 1510, e la repubblica riconoscente gli inaugurava questa statua assegnando con un Senatus-consulto all’unica sua figlia superstite l’abitazione, e i beni al padre di lei concessi.

La tavola dell’ottavo altare, che fa riscontro all’ultimo descritto, rappresenta il Salvatore tra gli angeli. E una bella pittura di Rocco Marconi.

Ora dobbiamo parlare delle cappelle lungo la linea superiore della crociera.

Nella prima cappella adunque vi ha sulla parete a destra il monumento ad Odoardo Windesor, barone inglese morto nel 1574. Ebbe egli splendida pompa e questo monumento elegantissimo elevato alle sue virtù. Sul pilastro che succede vi ha un quadro coi Santi Paolo e Giacomo apostoli e San Nicolò. Si reputa lavoro del Bonifacio da Verona. L’altare ricco ed elegante di fino marmo morione, rassomigliante al paragone, è opera di Alessandro Vittoria del quale pur sono le due statue appiedi della croce ed i due angeli sul frontispizio. Il Crocefisso è di Francesco Cavrioli da Serravalle. Questo altare stava nella soppressa scuola di San Fantino. Nella parete alla destra si tolse dal Bonifacio ad esprimere la Maddalena ai piedi di Cristo in casa del Fariseo. Viene in fine un’urna sulla quale giace un guerriero. Nel parapetto di essa sta San Paolo con ai lati due angeli. Sebbene mancante d’inscrizione, per lo stemma e per la figura di San Paolo che vi sono scolpite, si deve supporre contenga le ceneri di quel Paolo Loredana che, unitamente a Pietro Mocenigo, nel 1365 sedò la ribellione di Candia suscitata dai fratelli Calergi. Sopra il monumento vi ha il quadro con Sansone che si disseta coll’acqua zampillante dalla mascella: opera del Marconi. Sul pilastro c’è in fine un quadro del Bonifacio coi Santi Fabiano, Antonio ed Agostino.

Nella seconda cappella sulla parete alla destra vi ha il monumento a Matteo Giustiniano conte di Carpasso ed a Nicolò padre di lui conte e cavaliere; un’opera è dessa del 1574. Affissi a questa parete vi sono tre quadri: 1. la caduta della manna del Lazzarini; 2. San Michele combattente con Lucifero del Bonifacio; 3. la Vergine e San Francesco di Leandro Bassano. Sul pilastro vi ha poi il quadro con San Giovanni Battista e Sant’Antonio abate del Bonifacio. L’altare, elegante lavoro di ordine ionico, sullo stile dei Lombardi, è diviso in tre nicchie: le due laterali chiudono i Santi Andrea e Filippo apostoli, e quella di mezzo la Maddalena scolpita da Guglielmo Bergamasco. Passando ad esaminare la sinistra parte si vede sul pilastro il quadro del Bonifacio con San Vito, l’imperatore Costantino ed Ascanio; indi succede il monumento a Marco Giustiniani morto nel 1347. Il gran quadro sovrapposto al monumento, rappresentante Maria Vergine in trono circondata da alcuni santi e venerata dai magistrati, è opera di J. Tintoretto. Qual correzione di disegno! Chi voglia poi conoscere ciò che potesse Tintoretto esamini tutte le estremità di questo quadro; veda i bei e grandiosi panneggiamenti, consideri gli scorci; non obblii la prospettiva lineare, ed il succoso dipingere; l’arte insomma che si puntella di ogni mezzo può di giungere ad un grande effetto. Ma chi considera tati prerogative in cotesto dipinto? I due quadri, laterali al monumento testé riferito, l’uno col castigo dei serpenti, l’altro coi mormoratori ingoiati dalla terra si pinsero dal Lazzarini.

Eccoci alla cappella maggiore. Vediamo da prima il monumento al doge Michele Morosini, la cui statua giacente sopra una bara, fregiata con gli emblemi degli evangelisti, sta sotto un grand’arco. Tra la bara e l’arco superiore vi è incrostato nella parete un mosaico rappresentante Cristo in croce, la santa madre, Giovanni ed altre figure. Riccamente scolpito è quell’arco e lo fiancheggiano due minareti contenenti nell’interno vari santi ed il mistero dell’Annunziazione.

Sorge presso a questo l’altro maestoso monumento d’ordine corintio in fino marmo carrarese, eretto nel 1579 al doge Leonardo Loredan col disegno commesso all’architetto Girolamo Grapiglia da un pronipote del doge. Siede in trono, nel mezzo al maggior dei tre intercolunni onde il monumento è compartito, la statua del doge stesso: opera di Girolamo Campagna. Le due statue laterali simboleggiano; quella alla destra di chi guarda la Lega di Cambrai; l’altra Venezia. Nelle nicchie fra gli intercolunni stanno la Pace e l’Abbondanza. I bassi-rilievi di bronzo sottoposti, alludenti alla fedeltà di Padova e di Verona, insieme alle due statue superiori ed alle altre che adornano il monumento, si scolpirono da Danese Cattaneo, che eseguendole nel declinare della vita fece risentire quello stile di pratica più che di sentimento, effetto d’ordinario della vecchiezza.

Dai detti monumenti ponendoci a considerar l’altar maggiore tutto di marmo carrarese, ed eseguito sul disegno di Matteo Carmero nel 1619, un’opera magnifica noi troveremo in esso, avente varie statue di santi e di Angeli. La tavola dell’altare coll’Assunta è di Matteo Ingoli, e meritano considerazione i due candelabri di bronzo adorni di figure al dinanzi dell’altare.

Dall’altare l’occhio naturalmente si rivolge agli altri due monumenti che occupano la sinistra parete di questa maggior cappella. Fu eretto il primo al doge Andrea Vendramin ed è l’opera la più bella nel suo genere che si trovi a Venezia l’ultimo apice anzi a cui l’arte italica, non derivata dalla imitazione dei tipi pagani, sia giunta con lo scalpello. La ricchezza dei marmi gareggia colla squisitezza del gusto e colla finezza delle sculture. Viene attribuita alla scuola dei Lombardi ed anzi a quell’Alessandro Lombardo che modellò e fuse i pili di bronzo sottoposti alle antenne sostenenti gli stendardi della piazza di San Marco. Studiarono i Lombardi le opere dell’antichità? È un problema che senza più si avanza da noi in faccia a questo monumento; però troppo ci svierebbe dalla condizione di quest’opera la intera soluzione del problema medesimo. Laterali all’urna erano due statue, Adamo ed Eva, scolpite da Tullio Lombardo. Tolte di là si sostituirono i due guerrieri che prima fiancheggiavano il mausoleo, ed in lor vece si posero Santa Maria e Santa Maddalena scolpite da Lorenzo Bregno. L’Adamo e l’Eva si custodiscono presso la famiglia Vendramin Calergi cui apparteneva codesto doge.

Il carattere del monumento che segue, innalzato al doge Marco Cornaro, è del secolo XIV; ma se ne ignora l’artefice. La statua del doge distesa sull’urna tiene il brando scolpito al destro lato. Si ruppe la lapide che portava la inscrizione relativa a codesto monumento nel collocare il prossimo deposito Vendramin. Il quadro vicino al monumento, con le sponsalizie di Santa Catterina, è del Lazzarini.

Dieci vescovi della insigne famiglia Domenicana giacciono sepolti in questa cappella maggiore, sulla quale la confraternita di San Marco aveva parecchi diritti: faceva celebrare, p.e., una messa solenne ad ogni prima domenica del mese da uno dei suoi 30 cappellani; erigeva 16 sedili per altrettanti individui della scuola; collocava a proprio talento l’immagine di San Marco sull’altar maggiore, e se ai padri spettava la manutenzione delle muraglia e del tetto, toccavano alla scuola le finestre ed alcuni interni addobbi. In segno dei quali diritti si vedono i due stemmi di San Marco collocati sull’alto dei due laterali pilastroni della stessa cappella.

Alla Santissima Trinità è dedicata la quarta seguente cappella. La sua parete a destra ha il monumento a Pietro Comare: opera semplice del secolo XIV. Il quadro sovrapposto col miracolo di Sant’Antonio che nella piazza di Arimino fa inchinare l’asina dinanzi all’ostia sacrata per confondere gli eretici, i quali sprezzavano il mistero dell’Eucaristia, è una corretta e gentile Opera di Giuseppe Ens d’Augusta nel 1670. Il quadro poi interiore a quest’ultimo colla strage degli lnnocenti è del Lazzarini. Vi ha sul pilastro quello con i Santi Marco, Antonio abate, e San Jacopo apostolo del Bonifacio. Parlando dell’altare di questa quarta cappella è bella pittura di Leandro Bassano la tavola con la Santissima Triade nell’alto ed al basso la Vergine, gli apostoli ed i Santi Domenico e Girolamo. Fiancheggiano l’altare due tavole con San Lorenzo e San Domenico dipinte dal Vivarini.

Sul vicino pilastro vi ha un buon quadro del Bonifacio coi Santi Sebastiano, Leonardo e Jacopo apostolo. Indi succede il modesto monumento ad Andrea Morosini. Il quadro sovrapposto al monumento stesso rappresenta la Disumazione del corpo di San Giovanni Damasceno; opera pregiatissima di Leandro Bassano, ed il quadro laterale con Maria Vergine ed il Bambino è lavoro sullo stile del Celesti.

Viene ora la quinta cappella la quale ha sulla parete alla sinistra il monumento a Jacopo Cavalli formato da un’urna elegante di finissimo intaglio scolpita da Paolo figlio di Iacopo dalle Massegne valente artista del secolo XIV. Il padiglione istoriato che adorna tutta la parete fu più tardi dipinto a fresco da Lorenzino discepolo di Tiziano; Sul pilastro vi ha il quadro con San Francesco nel deserto di Francesco Becaruzzi da Conegliano. Sulla parte alla sinistra vi è il monumento al doge Giovanni Dolfin, collocato in origine nella cappella maggiore, e qui trasferito per far luogo a quello del Vendramin per cui non è difficile aver perduta nel traslocamento l’inscrizione di cui è mancante. Sotto l’urna del Dolfin vi ha il monumento elegante a Marino Cavalli ed affissi a questa parete sinistra stanno finalmente nell’alto i quadri seguenti: 1. San Marco che risana Sant’Aniano, opera di Giovanni Mansueti; 2. San Domenico che salva da una burrasca alcuni marinai, opera bellissima di Alessandro Varottari detto il Padovanino; 3. Cristo risorto con appiedi alcuni santi di Giuseppe Porta, detto il Salviati perché seguirà la maniera del suo maestro Salviati.

Uscendo di questa cappella si scorgono addossati alla vicina parete della crociera i tre seguenti monumenti: 1. Quello a Vittore Cappello; opera semplicissima scolpita da Antonio Dentone sul finire del secolo XV e che era collocato sopra la porta della chiesa dell’isola di Sant’Elena dove noi l’abbiamo ricordato. Sottoposto a questo del Cappello c’è un monumento semplice sulla maniera del secolo XIV, e del quale s’ignora il soggetto a cui si eresse e l’artefice che lo eseguiva. Sopra la porta della crociera si trova il monumento ad Antonio Venier lavoro elegante e finissimo del principio del secolo XV che pare eseguito dai fratelli dalle Massegne; la porta sottoposta infine mette nella Cappella del Rosario.

CAPPELLA DEL ROSARIO. Questa cappella fu già edificata da quel Nicolò Lion che scopri la congiura di Marino Falier a pro’ di una confraternita instituita sotto gli auspici di San Domenico. Assai si aumentò tale confraternita dopo la vittoria dei Curzolari ed in rendimento di grazie della vittoria stessa ricostruì la cappella ampliandola sotto la direzione di Alessandro Vittoria. Per osservarla con qualche ordine principieremo dall’esaminarne la destra parete. Movendo dalla porta troveremo: 1. Il quadro esprimente il Salvatore e la Vergine con Santa Giustina che ne invoca la protezione alle armi venete. Ivi pur sono i ritratti di Pio V, di Filippo II re di Spagna e del doge Luigi Mocenigo collegati in sacra lega contro il Turco. Stanno dietro ai detti principi i loro generali Marc’Antonio Colonna, don Giovanni d’Austria e Sebastiano Venier. Bella opera è questa di Domenico Tintoretto. Indi viene il quadro reputato da alcuni di Domenico Tintoretto, ma a più buon diritto da altri di Jacopo padre di lui: rappresenta la battaglia alle isole Curzolari. Succede in fine la Natività di Maria Vergine di Leonardo Corona. Nell’ordine superiore di questa parete si vedono: 1. Cristo che porta la croce di Leonardo Corona; 2. La Resurrezione di Jacopo Palma; 3. l’Ascensione di Paolo Franceschi; 4. la discesa dello Spirito Santo, e 5. l’Assunta; opere di Jacopo Palma.

Passando alla parete sinistra si vedrà prima la Visitazione di Maria Vergine di Sante Peranda; indi i Padri Domenicani celebranti il divino sacrificio in vasta campagna dopo la battaglia delle Curzolari; infine Cristo tradotto innanzi Pilato di Giovanni Soens fiammingo. Nell’ordine superiore di questa seconda parete si osserverà: 1. Cristo nell’orto di F. Barbaro; 2. le disputa fra i dottori di L. Corona; 3. la Circoncisione di Andrea Vicentino; 4. L’adorazione dei pastori; 5. quella dei Magi, ambedue di F. Bassano.

La parete dirimpetto all’altare ha la Crocifissione di Jacopo Tintoretto e superiormente la Flagellazione e la Coronazione di spine del Corona. Inferiormente si vede un’inscrizione posta in memoria della visita fatta a questa cappella da Pio VI nel giorno della pentecoste del 1782.

Il soffitto è riccamente adorno di pitture e d’intagli messi ad oro.

Esaminando ora il corpo interiore della cappella cinto da una balaustrata, vedremo le sue pareti distribuite in vari comparti divisi da pilastri di marmo d’Istria ed ornate di figure e bassi-rilievi di stucco; ma il basamento, parimente diviso in comparti, ha in ciascuno comparto un basso-rilievo di marmo carrarese. Ammirabili sono quei bassi-rilievi per il meccanismo; ma il gusto è così esagerato quale correva al principio del secolo XVIII in cui quelle opere furono prodotte. Prendendo ad osservarli ad uno ad uno, cominciando alla sinistra di chi entra nel ricinto della balaustrata, troveremo: 1. L’Annunziazione; 2. La Natività di Gesù Cristo di Giovanni Bonazza; 3. la Visitazione di Maria Vergine di L. e C. Tagliapietra; 4. L’Angelo che avvisa San Giuseppe della persecuzione di Erode di F. Bonazza; 5. Maria Vergine che si consacra al servizio del tempio di Giuseppe Torrette; 6. Gli sponsali di Maria Vergine con San Giuseppe; 7. Il Riposo in Egitto di G.M. Morleiter; 8. La Crocifissione di L. e C. Tagliapietra; 9. L’adorazione dei Magi di Giovanni e figli Bonazza; 10. La disputa di Gesù Cristo tra i dottori di Morleiter.

L’altare poi quadriforme è un lavoro magnifico di Girolamo Campagna con colonne di breccia da Genova; le due statue ai due lati anteriori, raffiguranti Santa Giustina e San Domenico, sono di Alessandro Vittoria; e le due posteriori, San Tommaso d’Aquino e Santa Rosa, sono dell’anzidetto Campagna. La tavola dietro l’altare coll’Annunziazione è del Corona, ed il soffitto sopra l’altare col la coronazione di Maria Vergine è bell’opera di Jacopo Palma del 1594.

Ritornando da questa cappella in chiesa, onde proseguirne il giro, a mano destra scorgeremo addossato alla parete presso la porta il monumento del secolo XV eretto ad Agnese Venier dogaresse ad Orsola figlia di Ceto.

Vedremo poscia il monumento elegantissimo in marmo d’Istria eseguito nel secolo XIV con la statua equestre di Leonardo da Prato di legno dorato. Erigeva un tal monumento il senato in onore di quel prode guerriero, oriundo di Puglia e cavaliere di Rodi, il quale nel 1509 offerse spontaneamente il suo braccio in difesa della Repubblica nella lega di Cambrai. Segnalatosi in molte azioni morì sul campo di battaglia nel 1511, ed il suo cadavere trasferito in Venezia ebbe qui onorevole sepoltura. Inferiormente al monumento vi sono due quadri: l’uno con San Pietro in mezzo a vasta campagna di Stefano Cornetto del 1536; l’altro con Cristo in croce e le Marie; bell’ opera di Salviati.

Girato l’angolo si trova un gran quadro con la Crocifissione opera distinta di Jacopo Tintoretto. Sotto l’organo poi si vedono due inscrizioni: l’una in memoria della consacrazione del tempio avvenuta nel 1430, e l’altra che rammenta le gesta del capitano Lodovico Camuno d’Anversa morto ai servigi della repubblica sul principio della guerra di Cambrai.

Viene la porta della sagrestia sulla quale stanno i tre busti a Tiziano Vecellio, Jacopo Palma il vecchio e Jacopo Palma il giovine. I puttini e le due fame, dipinte superiormente in atto d’abbracciare una palma, si eseguirono da Jacopo Palma il giovane il quale, morto nel 1628, fu sepolto nel tumulo appiedi di questa porta.

SACRISTIA. Cominciando il giro a destra troveremo il quadro di Andrea Vicentino rappresentante la donazione fatta dal doge Jacopo Tiepolo ai padri Predicatori nel 1274 del fondo su cui si eresse questo tempio e l’unito corridoio. Il vicino quadro con la Risurrezione è bel lavoro di Jacopo Palma.

L’altare ha la tavola con Cristo in croce ed alcuni santi al piano dello stesso Jacopo Palma. Segue il quadro con Cristo che porta la croce, pittura attribuita a Luigi Vivarini, mentre le due mezze lune laterali all’altare nell’alto, raffiguranti l’Annunziazione, si dipinsero da Leandro Bassano.

Il quadro sopra la vicina porta, con San Domenico che mette in Tolosa alla prova del fuoco i libri ortodossi, è opera di Odoardo Fialetti. Segue altro quadro con l’apparizione degli apostoli Pietro e Paolo a San Domenico; lavoro del Zoppo dal Vaso. La gran tela sulla parete dirimpetto all’ingresso rappresenta papa Onorio III che nel 1215 approva l’ordine dei pp. Domenicani; è opera molto pregiata di Leandro Bassano, mentre il piccolo quadro sopra la porta col Salvatore fra gli angeli è del suddetto Fialetti.

Nella parete dirimpetto all’altare si trovano due quadri: nell’uno la fede circondata dagli angeli, e nell’altro i Santi Giovanni e Paolo: opere entrambi di Francesco Fontebasso. Il quadro nella parete seguente esprime il prodigio operato da San Domenico, del Fialetti menzionato.

Sopra la porta principale vi ha il quadro con San Domenico e San Francesco che s’incontrano presso Roma, o era di Angelo Lion. È finalmente distinto lavoro di Marco Vecellio il soffitto con Cristo fulminante e Nostra Donna che gli addita i Santi Domenico e Francesco d’Assisi.

Dalla sacrestia facendo ritorno in chiesa vedremo l’epigrafe in marmo nero eretta dall’ambasciatore inglese Weston alla memoria del principe Enrico Stuardo d’Aubigny di lui affine, morto in età d’anni 17 nel 1632.

Addossati alla parete si trovano i seguenti monumenti: 1. Quello elegantissimo e di una esecuzione la più felice in memoria del doge Pasquale Malipiero. Sotto il monumento vi ha il quadro con Cristo e Maria Vergine seduti in trono tra molti angeli, che reputato viene di Vittore Carpaccio. Fu restaurato e dovrebbe servire di lezione a coloro che credono redimere i dipinti col restaurarli.

Si vede superiormente il secondo monumento ricco e magnifico a Giambattista Bonzio. Nelle due arcate che sorgono dal terreno stanno due monumenti, il primo al doge Michel Steno, non in altro consistente che in un’urna sulla quale giace la statua del doge. Il secondo è ugualmente formato da un semplice avello colla statua del Trevisano giacente. Dopo la statua sta nel mezzo un genietto colla face rovesciata e ad ambo i lati dei libri a significare la dottrina del Trevisano nelle lettere greche e latine. Mancò esso ai vivi nel 1528 nella verde età di 23 anni e disposta la sua biblioteca a favore del cenobio già unito, a questo tempio. Sopra i pilastri, che fiancheggiano i detti due monumenti Steno e Trevisan, sono collocate due statue, San Tommaso d’Aquino e San Pietro martire: la prima reputato di Antonio Lombardo e la seconda di Paolo Milanese.

Magnifico, ma non elegante, è il terzo monumento a Pompeo Giustiniani che sorge dopo le dette due arcate. La statua equestre è opera di Francesco Terilli da Feltre. Sottoposte a questa monumento si leggono tre iscrizioni: la prima (a destra di chi guarda) ricorda il soggiorno di Pio VII nel cenobio dei Santi Giovanni e Paolo innanzi che, dal conclave raccolto nell’isola di San Giorgio in Venezia nell’anno 1800, venisse innalzato al soglio pontificio. La seconda (che è in mezzo) esisteva nel chiostro sopra il sepolcro di Giovanni Dandolo, e la terza rammenta la visita fatta a questo tempio da Pio VI reduce dal viaggio della Germania nel 1782. Presso quest’ultima vi ha altra inscrizione trasferita pure dal chiostro c che decorava il sepolcro di Cecilia Dandolo moglie di Luigi Gaudio morta nel 1791.

Passato il monumento Giustiniani s’incontra il monumento al doge Tommaso Mocenigo. Una nobile, opera è dessa in vero. La statua del doge giace sull’urna sottoposta ad un padiglione. Il parapetto ed i fianchi dell’urna sono adorni di sette statue rappresentanti le virtù teologali. Sei statue di santi sono collocate fuori del padiglione ed una alla, sommità del compartimento che racchiude le altre sei. Pietro di Nicola di Firenze e Giovanni di Martino da Fiesole furono gli artefici di questo mausoleo nel 1424. Appiedi del mausoleo medesimo giace in un tumulo la spoglia mortale del procuratore Pietro Mocenigo padre di questo doge.

Ricchissimo di ornamenti con somma eleganza trattati è il monumento a Niccolò Marcello, che nel suo genere a giusta ragione si considera una fra le migliori produzioni del secolo XV. Leggera si tenne l’urna per dar maggior risalto alla cassa sotto posta. Tutti gli ornamenti sono di tale stile e di si precisa esecuzione da non poter mai saziarsi nel contemplarli. Le quattro virtù cardinali fiancheggiano il sarcofago; nell’attico siede la Vergine col Bambino a cui San Marco presenta il doge, mentre San Teodoro occupa l’altro lato. Mezza figura del Redentore corona in fine il fastigio del mausoleo, accanto al quale sta l’iscrizione al doge Marino Giorgi morto nel 1312.

Viene ora il magnifico altare di ottimo gusto, su cui è collocata la tavola celebratissima di Tiziano rappresentante San Pietro ferito dal sicario nella foresta. Non è qui mestieri dei soliti industriosi commenti con che alcuni cercano far pensare gli autori in modo che forse non avranno mai sognato. L’espressione in questa tela è a tutti palese: la felicità di Tiziano nel significarla servirà sempre di modello a chiunque voglia parlare con la pittura. E chi è colui il quale non ravvisi nell’atto furioso con cui il sicario assale e trafigge il santo la prudente anteriore fuga del santo medesimo; il quale tosto, che in raggiunto ed atterrato, si compose alla calma del martire e si avvalorò di quella gloria che egli addita ai mortali, e che due mirabili angioletti gli vengono dal cielo recando? Il compagno di lui, il quale non sa emularlo nella fermezza sfugge atterrito dalla morte e ci fa apprendere rimaner sovente solitaria la virtù nei generosi suoi uffici, seguirla gli uomini finché è prospera, abbandonarla nei perigli. Però chi mai espresse sino a tal segno una fuga? Il vento increspa le vesti del fuggente; gli occhi di lui si vedono spaventati per la vicina morte di Pietro; il braccio è in atto di ricoprirne la orrida vista; le mani spalancate; tutto è un moto ed un senso che si comunica nello spettatore inavvedutamente. L’arte non si sospetta in questo quadro, eppure ogni tratto di pennello è un’arte, è un pensiero che si nasconde nel tutto insieme. I due grandi arbori, che fan campo alle bianche vesti, e si agitano per il vento che meglio viene ad animare il quadro; lo scorcio del santo in terra disteso; la scienza dimostrata nel nudo del carnefice; la grazia degli angeli; il ragionamento posto nel frate che fugge; l’aria diversa delle teste, tutto in somma costituisce un vero sublime, quel sublime che attraverso il solleggiare dei secoli rimane rispettato, trae ognor il sospiro subitaneo dai cuori poiché una sola è la impressione che produce. Ed innanzi a tal quadro si sosterrà ancora la scuola Veneziana valer solo nel colorito? Osiamo affermarlo con tutta la sicurezza le età trascorse non possono in veruno sito del mondo contrapporre un’opera più perfetta di questa; la pittura non fu mai adoperata con più compiuto successo. Il dire che i Veneziani non ebbero disegno è il non sapere ciò che significhi la parola. Bene pur due secoli caddero nel manierismo, ma con temporaneamente erano cadute tutte le scuole d’Italia, e la Romana non seppe al preservare il palladio del suo disegno da non produrre l’insipido Maratta, e la insipidissima e sciamannata sua scuola. Ciò forse era colpa dei tempi, i quali troppo felici e troppe opere commettendo, richiedevano una sollecitudine a discapito della diligenza necessaria. Ma lasciando di dire sui pregiudizi, consideriamo piuttosto al misero stato in cui questa tela prodigiosa è ormai ridotta per opera del restauro. Sparite le mezze tinte, ogni cosa si approssima ad un totale annerimento che in veruno altra guisa non potrebbe essere salvato se non con una copia diligente.

Presso al detto altare di San Pietro martire vi è il monumento ad Orazio Baglioni condottiero d’armati al servigio della repubblica, morto nel 1617 sul campo di battaglia pugnando con pochi fanti contro gagliardo corpo di soldati austriaci che recavano soccorsi a Gradisca assediata dai Veneziani. Primeggia nel monumento la statua equestre del Baglioni messa ad oro. Sente l’intero monumento il falso gusto del secolo XVII. Trasmessa però venne con esso dal senato la riconoscenza ai meriti del capitano. Sotto il monumento stesso è posta la iscrizione a Marino Morosini tumulato nel primo sarcofago della facciata della chiesa. Il quadro vicino, con l’adorazione dei pastori, è bella opera di Paolo Veronese.

Nobile e ricco è l’ultimo altare intarsiato di diaspro, di porfido, di verde antico e di altri preziosi marmi. Donna Verde figlia di Mastino Scaligero, e moglie di Niccolò d’Este duca di Ferrara, venuta a morte nel 1364, dispose cospicuo legato a favore dei procuratori di San Marco sì per distribuirne ai poveri e si per erigere questo altare presso il quale venne tumulata. Fu quindi costrutto nel 15 4 da Guglielmo bergamasco nella chiesa dei padri Serviti, dopo a soppressione della quale venne qui trasferito. Il San Girolamo, collocato nel mezzo, è di Alessandro Vittoria il quale scolpì pur anco il sovrapposto basso-rilievo con la Vergine Assunta. Francheggiano la sommità dell’altare due iscrizioni, allusive alla morte di donna Verde ed alla erezione di questo altare.

Lo stemma della famiglia Dolfin affisso al vicino angolo sembra indizio di qualche tumulo spettante alla famiglia stessa. Opera moderna di fino marmo adorna di basso rilievo è in fine il piccolo monumento a Gabriele marchese di Chasteller, eseguita dai veneti scultori Pietro Zandomeneghi ed A. Giaccarelli sopra disegno lasciato dal Chasteller medesimo.

A questo succede il gran monumento di scelto marmo carrarese, lavoro elegante di Tullio Lombardo. Eretto venne al doge Giovanni Mocenigo, la statua del quale giace sopra la bara; due statue simboliche adornano gli intercolunni, mentre il rimanente del mausoleo è ricco e di alti e bassi rilievi con nobile magistero scolpiti.

Sormontano e fiancheggiano la maggior porta tre monumenti: al doge Luigi Mocenigo, alla dogaressa Loredana Marcello Mocenigo moglie di lui, ed al doge Giovanni Bembo. Compongono tutti e tre un solo mausoleo diviso in due ordini con colonne e pilastri scannellati. Nell’inferiore a destra di chi guarda è scolpito il doge Luigi Mocenigo in atto d’accogliere Arnoldo Ferrier oratore di Enrico III re di Francia. A sinistra si vede il doge stesso al sacrificio divino. Nell’ordine superiore vi ha la statua del Salvatore fra quelle della Vergine e di San Marco. Lateralmente sorgono le due urne sopra le quali giacciono le statue dei due accennati dogi Mocenigo e Bembo.

A destra poi di chi osserva il detto gran monumento si trova innestata un’urna elegante contenenti le ceneri di Bartolommeo Bragadino celebre poeta morto nel 1507.

L’esame generale del tempio è compiuto. Chi altre volte fosse uscito per la porta laterale, sulla quale sta il gran finestrone coi vetri colorati già descritto, avrebbe trovato l’oratorio in cui si raccoglieva la confraternita di Sant’Orsola nel sito ove sta ora la casa del parroco. Cotesto oratorio andava famoso per gli otto quadri dipinti da Vittore Carpaccio e coi quali veniva spiegata la storia della santa. Tali quadri esistono in parte presso l’Accademia di Belle Arti; la perdita però degli altri deve essere spiacevole all’amatore delle arti.

Parecchie confraternite esistevano in questa chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Oltre quelle già accennate, cioè quella del santissimo Nome di Dio che maritava ogni anno 30 donzelle con 10 ducati per ciascheduna, quella da Rosario che ne maritava 47, trentasette delle quali avevano 20 ducati e 10 le altre, ed oltre quelle di Orsola, e della Pace, vi erano le scuole di San Domenico di Suriano, dei librai sotto il titolo di San Tommaso d’Aquino, dei marangoni di nave dell’arsenale sotto il nome di Santa Maria Elisabetta, della Madonna, di San Jacopo dei barcaiuoli, dei legatori, degli specchieri sotto il nome di San Stefano, e finalmente i sovvegni di San Vincenzo Ferreri, di San Pietro martire e di Santa Catterina da Siena. (2)

Eventi più recenti. Il Convento

Oggi il convento ospita l’Ospedale civile di Venezia. È articolato intorno a due chiostri e a un cortile. Ad est si trova il dormitorio dei frati, attraversato da un lunghissimo corridoio su cui si aprono le celle. Lo scalone del Longhena si caratterizza per i magnifici intarsi marmorei; la biblioteca conserva ancora il bellissimo soffitto ligneo di Giacomo Piazzetta (1682), con dipinti di Federico Cervelli. Attualmente il convento domenicano ha sede in quella che era la Scuola di Sant’Orsola. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_dei_Santi_Giovanni_e_Paolo_(Venezia)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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