Isola di San Giorgio Maggiore

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1809
Francesco Tironi (Venezia ) - Isola di San Giorgio Maggiore

Isola di San Giorgio Maggiore. Chiesa e Monastero di Monaci Cassinensi

Storia dell’isola, della chiesa e del monastero.

In un’isola situata in Venezia in faccia al Palazzo Ducale, la nobile famiglia Badoera, che nei principi del secolo IX possedeva con la successione di molti principi la sede ducale, fondò circa gli stessi tempi una chiesa sotto l’invocazione del martire San Giorgio, e fino dalla sua origine la dichiarò di libera proprietà della Ducale Basilica di San Marco dalla pietà della stessa famiglia poco avanti eretta. In tal soggezione essa poscia continuò, finché ritornato Giovanni Morosini in Venezia dal monastero di Cussano, ove insieme col santo suo suocero Pietro Orseolo di questo nome primo doge, professata aveva la regola di San Benedetto, e desideroso d’istituire nella sua patria un monastero di quell’austera osservanza, che appresa aveva in Cussano, impetrò nell’anno 982 dal doge Tribuno Memmo l’isola, e la chiesa di San Giorgio con le acque, e paludi circonvicine, acciocché ivi fondar potesse un monastero sotto la regola di San Benedetto, ed ottenne nello stesso tempo dalla pubblica liberalità alcune possessioni per alimento dei monaci, e degli altri, che in esso servivano. Ma perché essa chiesa (sono espressioni della donazione) era spettante al dominio della Basilica di San Marco cappella ducale, ed esente dalla soggezione della chiesa matrice, stabilì il doge con l’approvazione dei primari, e del popolo, che restare dovesse esente da qualunque giurisdizione, ed in assoluto dominio dei monaci in essa abitanti.

Ottenuto il possesso dell’isola, il sopra lodato Giovanni Morosini, che divenne primo abbate del luogo, vi fabbricò un assai capace monastero in cui tosto sotto la di lui direzione si ritirarono a servire a Dio in professione regolare moltissimi giovani, la maggior parte dei quali erano delle più illustri famiglie della città. Fra quelli, che ivi abbracciarono l’istituto monastico, si annovera da alcuni anche lo stesso benefico doge Tribuno Memmo, il quale però secondo l’opinione del Dandolo, e di altri accreditati cronologi, non in San Giorgio, ma fra i religiosi di San Zaccaria fu costretto da sedizione popolare a ordinarsi monaco. Quantunque però l’abbate Giovanni non abbia veramente il vanto di aver avuto questo doge tra i suoi figli, acquistò però una gloria assai maggiore nel conferire l’abito monastico al grande vescovo e martire San Gerardo Sagredo, che dalle saggie istruzioni del buon abbate tanto si approfittò, quanto poi lo rese manifesto alla chiesa la di lui esimia santità. Furono genitori del santo uomo Gerardo e Caterina Sagredo, i quali sterili da molti anni avendo per intercessione di Maria Vergine Santissima, e del martire San Giorgio ottenuta la grazia di un figlio nato nel giorno solenne dello stesso San Giorgio, col di lui nome in segno di grata riconoscenza lo vollero chiamare nel santo battesimo. Fanciullo di cinque anni essendo stato assalito da mortale malattia fu condotto al Monastero di San Giorgio, ed avendo per le orazioni di quei santi monaci superata la gravezza del male, ottenne (come permetteva l’uso di quei secoli) d’essere ascritto fra i monaci. Frattanto Gerardo di lui Padre essendo morto nella spedizione della guerra sacra intimata dal pontefice Silvestro II, Caterina di lui madre rimasta vedova, volle che il monaco Giorgio suo figlio non ancora legato da voti solenni si chiamasse in memoria del suo pio genitore col nome di Gerardo.

Dopo ciò l’abbate Giovanni Morosini avendo con salutari istruzioni, e virtuosi esempi servito per venticinque anni di guida e di modello ai suoi monaci, passò ai premi dei giusti nell’anno 1012, con tal riputazione di santità, che dagli scrittori benedettini, e veneziani vien concordemente illustrato col titolo di beato. Succedette in di lui luogo il priore Guglielmo, e ad esso morto nell’anno 1021, nono del suo governo fu sostituito il santo monaco Gerardo, il quale non si credette posto alla testa di così illustre comunità se non per dar maggiori esempi di fervore, di mercificazione, e di esatta osservanza. Ma come la Divina Previdenza l’aveva destinato ad imprese di sua gloria, così ad esse volle disporlo, inspirandogli un ardente desiderio di visitar i sacri luoghi di Palestina con la speranza di poter in tal occasione ottener la grazia di dar la sua vita per la fede di Gesù Cristo. Intraprese dunque il piissimo abbate nel nono anno del suo governo il devoto pellegrinaggio, nel corso del quale passando per il Regno di Ungaria nuovamente divenuto cristiano, ivi fu accolto dal santo re Stefano, il quale conosciuta la virtù del religioso pellegrino, lo volle trattenere appresso di sé, e poco dopo l’innalzò alla dignità di vescovo Canadiense. Amministrò egli con ammirabile zelo la sua chiesa, e terminò poi felicemente la lunga continuazione di sue fatiche col fine glorioso della corona del martirio. Il di lui sacro corpo fu nel decorso del tempo trasportato a Venezia, e collocato nella chiesa matrice di Santa Maria e di San Donato di Murano, dal di cui sepolcro estrasse nel giorno 9 di agosto dell’anno 1593 alcune reliquie Antonio Grimani, allora vescovo di Torcello, ed in autentica forma le donò al Monastero di San Giorgio Maggiore, di cui il santo era stato il terzo abbate.

Degli abbati Giovanni Gradenigo, Domenico, e Giusto, che succedettero l’un dopo l’altro a San Gerardo altro non vi è di memorabile, senonché nell’anno secondo del governo di questo ultimo, che fu di Cristo l’anno 1058, fu condotto a quest’isola il sacro corpo di San Cosma eremita di Candia, della di cui traslazione questa è la storia ricavata dagli antichi accreditati registri del monastero.

San Cosma di nazione greco, austerissimo anacoreta in una solitudine dell’Isola di Candia, dopo aver condotta l’innocente sua vita in un assiduo esercizio di mortificazioni, e di orazione macerando con digiuni il suo corpo, e nutrendo il suo spirito con la contemplazione delle verità eterne, passò al consorzio dei beati circa l’anno 658, nel giorno 2 di settembre, come lo attestano Pietro dei Natali, il Molano, il Ferrari, ed altri scrittori delle vite dei santi, e lo conferma pure l’antica tradizione della chiesa veneziana, che in tal giorno ne fa solenne commemorazione.

Dalla felice spelonca, in cui spirò, fu il venerabile corpo tradotto ad un vicino castello; ma essendo stati tosto quegli abitanti afflitti da gravi, e diverse calamità, riconobbero essere voler divino, che il sacro deposito si restituisse al luogo santificato dalla di lui penitenza. Ivi dunque onorevolmente collocato, venne dai popoli circonvicini venerato con divozione per quattro secoli, finché avendo Dio disposto di arricchire di tal tesoro la città di Venezia, fece che approdassero in Candia alcuni mercatanti veneziani, i quali udita la fama dei gloriosi meriti del santo eremita, determinarono di portarsi a visitare il di lui sepolcro. Differendo però essi a cagione dei loro negozi d’adempiere il religioso proponimento, apparve il santo in visione ad uno di essi, e gli ordinò di trasferire il suo corpo a Venezia. Comunicò l’uomo favorito dal santo ai suoi compagni l’apparizione avuta, di che consolati disposero di tosto portarsi alla visita della spelonca. Non però tutti intrapresero alla stessa maniera il viaggio; poiché alcuni mossi da spirito di divozione nudarono per riverenza i loro piedi, e gli altri li accompagnarono a piedi calzati; ma dove i primi nella scoscesa strada restarono illesi dall’acute punte dei sassi, gli altri ne provarono un ben grave tormento. Ammirarono però, e benedissero gli uni e gli altri il miracolo della divina previdenza, ed entrati per una piccola finestra nella spelonca, ivi ritrovarono il sacro corpo chiuso nel suo sepolcro quasi di recente vi fosse stato riposto, da dove levatolo con riverenza lo condussero a Venezia nel mese di aprile dell’anno 1058, ed in prezioso regalo l’offrirono alla Chiesa di San Giorgio. Ora riposa collocato nella mensa dell’altare dedicato al patriarca dei monaci San Benedetto.

Nell’anno susseguente all’acquisto del venerabile corpo passò a miglior vita l’abbate Giusto, il di cui successore di nome Orso ricevette da Pietro Orio nell’anno 1060 in donazione alcune valli assai abbondanti di pescagioni, ed uccellagioni. Altre rendite di beni posti in Murano furono dappoi da Stefano Candiano nell’anno 1087 offerte a Carimano abbate. Al detto monastero poi il doge Vital Faliero assegnò con donazione sottoscritta dai principali soggetti della Repubblica un vasto tratto di case e poderi pervenuto ai veneziani per giusta remunerazione resa ai loro meriti dall’imperatore Alessio Comneno, a cui avevano prestati vigorosi sussidi nella guerra contro dei Normanni. Sopra qualunque acquisto fu però più pregevole il tesoro inestimabile del corpo di Santo Stefano protomartire, tradotto nell’anno 1210, sotto il governo dell’abbate Tribuno Memmo dall’imperiale città di Costantinopoli a questa chiesa da Pietro Monaco, e priore del monastero. Ne registra la storia della traslazione il doge Dandolo nella sua Cronaca, e più diffusamente scritta si legge nei vecchi registri del Monastero, della quale questo è un esatto compendio.

Essendo stato riposto il corpo del beatissimo Stefano protomartire nella Santa Chiesa di Sionne in Gerusalemme, un pio senatore di nome Alessandro fece fabbricare ad onore del santo un nobile oratorio, ed impetrò da Giovanni vescovo di Gerusalemme, che in esso fosse riposto il corpo del protomartire. Passati poi cinque anni, ed infermatosi il Senatore, lasciata in parte erede delle sue facoltà la chiesa di Santo Stefano, ricercò di essere in essa sotterrato. Dopo la di lui morte Giuliana di lui vedova, ed erede di gran parte delle di lui facoltà essendo ricercata in moglie da potenti signori, e nella disposizione, in cui era di servir a Dio, solo temendo di qualche violenza, si risolse di passare in Costantinopoli, ed ottenne di portar seco il corpo del defunto marito. Per disposizione divina però quelli, che ne avevano avuto l’ordine, ignorantemente levarono il corpo del Santo Protomartire, e ripostolo convenientemente, lo consegnarono alla nobile matrona, che tosto con esso intraprese il suo viaggio. Manifestò però Iddio ben presto quanto sacro fosse il tesoro, che la buona donna conduceva seco. Poiché sentisse spirare da esso fragranza di paradiso, e si udirono all’intorno angeliche melodie; anziché alcuni spiriti maligni confessando di essere tormentati dai meriti del santo martire, furono costretti a lasciare liberi i corpi di questi miserabili invasati. Riconosciuto da tanti prodigi il sacro corpo, fu ricevuto in Costantinopoli con somma riverenza dall’imperatore Costanzo, e dal patriarca Eusebio, e fu collocato in una chiesa chiamata Costantiniana, ove riposò fino ai tempi di Alessio Comneno, primo di questo nome imperatore di Costantinopoli. Dimorava allora in quella città Pietro monaco veneziano mandato dall’abbate Tribuno Memmo a governare in qualità di priore le rendite a lui concesse dalla pubblica liberalità in Costantinopoli, ove esercitandosi in continuare atti di religione visitava con particolar frequenza la chiesa, ove si venerava il corpo del santo protomartire. Accrescendosi con ciò in lui sempre più la devozione verso del santo, cominciò nell’animo suo a pensare la maniera, con cui acquistare quel sacro deposito per arricchirne il suo monastero. Cominciò dunque con replicati regali, e con dimostrazioni ossequiose della più cordiale amicizia a rendersi ben inclinato e favorevole il genio del Calogero, che ne era il custode. Quando dunque credette d’averne acquistata l’intera confidenza, il buon priore gli palesò il suo desiderio, e quantunque alle prime istanze ne ricevesse assoluta ripulsa, pure rinnovando con lacrime, e promesse gli impulsi ottenne dal custode la sicurezza di aver il sacro corpo, a condizione però di doverlo per qualche tempo tenere nascosto in Costantinopoli prima di trasferirlo in Venezia. Sopraffatto dall’allegrezza il priore, e dato l’assenso al patto, rese prima devote grazie a Dio di tanta beneficenza, e poi in una notte stabilita si portò col custode all’altare, ove rinchiuso si custodiva il sacro corpo, e rotto il muro, ne levò con prodigiosa facilità la cassa, e seco la condusse al suo monastero. Rimunerato poi il custode col dono di cinquecento monete d’oro, riservò cautamente appresso di sé per otto anni il venerabile deposito, avanti il quale passava la maggior parte del tempo in devote e prolisse orazioni. Compito poi il tempo prima stabilito col custode, pensò il monaco Pietro ritornar alla patria, ed avuto l’incontro di una nave veneziana pronta alla vela, si accordò del noleggio, e portatosi all’imbarco seco condusse la cassa, ove si rinchiudeva il sacro tesoro. E ben tale lo credettero i marinari, vedendo che appena erano sufficienti cinque uomini a portarla, quando per altro un solo monaco avanzato in età aveva potuto cavarla dalla chiesa, e facilmente senza aiuto condurla alla sua abitazione. Sciolte poi ai venti le vele, dopo breve tratto di cammino insorse furiosa tempesta, che per tre giorni continui tenne la nave in un presente pericolo di sommergersi, e già si credevano tutti perduti, quando all’improvviso fu sentito da voce celeste avvisati, esservi in quella nave il corpo di Santo Stefano protomartire. A tal annunzio allegri e marinai, e viandanti accorsero tosto dal Monaco, che ragionevolmente credevano il possessore dell’indicato sacro corpo, e con preghiere, e minacce l’obbligarono a palesare, ove fosse riposto. Alla veduta dell’arca sacra si gettarono tosto a ginocchia piegate, e piedi nudi per venerare le sacre ossa, e pregando con fiducia il santo martire a liberarli dall’imminente naufragio, si obbligarono con voto a portare il di lui prezioso corpo alla Chiesa di San Giorgio per cui era destinato. Successe alla promessa una perfetta calma, onde assicurati della protezione del santo nuovamente si obbligarono di accompagnare a piedi scalzi il sacro corpo alla Chiesa di San Giorgio, ed ivi erigere a di lui onore una devota confraternita, di cui fosse preciso dovere il visitare ogni anno con festiva pompa il sepolcro del santo martire nelle solennità dell’invenzione, e della traslazione del di lui corpo. Arrivarono dopo questa sacra cerimonia nel porto di Venezia, ed avendone fatto precorrere al doge l’avviso, fu il corpo del santo incontrato dal Ordelafo Faliero, e dal patriarca di Grado Giovanni Gradenigo seguiti da copioso numero del clero, di nobiltà, e di popolo, che festosi applaudivano al beatissimo martire, e ne imploravano la protezione. Sottopose il primo le spalle al peso della venerabile cassa lo stesso doge, e trasportata avendola nell’adornato suo legno la condusse al Monastero di San Giorgio, ove la consegnò all’abbate Tribuno Memmo, ed ai monaci, che l’accolsero riverenti con lagrime di vera consolazione. Segui la solennità di tal trasporto nel giorno 25 di maggio dell’anno 1110 nel pontificato di Pasquale papa II, e fu poi glorificato da Dio il santo protomartire con gloriosi miracoli, e da quel tempo cominciò il monastero a chiamarsi col doppio titolo dei Santi Giorgio e Stefano, e la pubblica pietà in grata riconoscenza alla divina bontà per beneficio così illustre decretò, che il doge, ed il senato dovessero ogni anno perpetuamente con festosa pompa intervenire nella Chiesa di San Giorgio ai primi vesperi, ed alla messa del gloriosissimo protomartire. Questa è la vera cagione, per cui la maestà pubblica portasi alla Chiesa di San Giorgio, favola essendo ciò che racconta Marin Dandolo nella sua Cronaca, essere stato la occasione di questa funzione. Riferisce egli, che avendo i cani destinati alla custodia dell’orto di questo monastero sbranato il figlio del doge Pietro Ziani, infuriato egli nel suo dolore fece abbruciare le abitazioni dei monaci; ma che pentito poi della sacrilega vendetta, avendo fatto riedificare il monastero, ne fece decretare l’annua solenne visita.

Fra i cospicui attestati, coi quali Iddio fece riconoscere la verità del sacro corpo di Santo Stefano collocato nella Chiesa di San Giorgio, il più celebre registrato nell’archivio del monastero, e comprovato da vecchi documenti è la rivelazione fatta ad un cavaliere francese devotissimo del santo protomartire. Portatosi questi alla Chiesa di San Giorgio, ove aveva inteso conservarsi le reliquie del santo, e si postò in orazione pregò Dio a palesargli, e il corpo ivi custodito appartenesse veramente al beato protomartire, la quale istanza replicò egli con fiducia per molti giorni, finché apparsogli visibilmente un angelo: Qui, gli disse stendendo la mano verso l’altare, riposa il campione di Cristo Stefano protomartire, e ciò detto disparve. Consolato a tal notizia il pio cavaliere volle in memoria del prodigioso fatto appendere al sepolcro del santo il ricco cingolo militare, di cui si servi. Unitamente al sacro corpo del protomartire furono dal sopra lodato Pietro Monaco trasferite a Venezia altre insigni reliquie, cioè una particella del legno della Santissima Croce; una notabile porzione del corpo di San Giacomo Minore apostolo, che è riposta ora nella mensa dell’altare dedicato alla Natività del Signore; ed un osso del martire San Platone, morto sotto Massimiano Imperatore in Ancira, il quale per equivoco creduto di San Pantaleone fu con un tal nome collocato dentro un’urna di marmo all’altare dell’apostolo Sant’Andrea.

Passati poi sei anni dopo la traslazione di Santo Stefano, arrivò a Venezia l’imperatore Enrico V, ad oggetto principalmente di venerare il sepolcro dell’evangelista San Marco, e gli altri santuari di questa città, nella qual occasione ad istanza dell’abbate Tribuno Memmo concesse molti, ed ampli privilegi al Monastero dei Santi Giorgio e Stefano per quei beni, che egli possedeva nel dominio imperiale, fra i quali sono singolarmente nominati la Chiesa di Santo Stefano della Torre nel territorio bolognese, donata nell’anno 1089 da Gerardo vescovo di Bologna all’abbate Carimano, e la Chiesa dei Santi Martiri di Trieste con un podere contiguo alla Chiesa di Sant’Andrea nel territorio di Trieste, ambedue doni del vescovo Artuico offerti negli anni 1114 e 1115 all’abbate Tribuno Memmo, ed al di lui monastero. A queste esenzioni, che recavano temporali vantaggi al sacro luogo, aggiunsero amplissime prerogative per il decoro spirituale alcuni sommi pontefici. Poiché Callisto II, nell’anno 1123, esentò l’abbate, e la comunità tutta da qualunque giurisdizione dei vescovi, imponendole il censo annuo di due monete d’oro da offrirsi al palazzo lateranense in segno dell’ottenuta libertà. Ed Innocenzo II, dieci anni dopo confermando la bolla del suo precessore, volle accrescerne l’utilità con la concessione di nuovi privilegi a motivo della regolare esemplarità, che risplendeva in quei monaci. La riputazione di questa essendo arrivata a notizia di Michele arcivescovo greco nell’Isola di Lenno, l’eccitò nell’anno 1136 a donare ai monaci del monastero del grande martire San Giorgio di Venezia un oratorio dedicato a San Biagio vescovo e martire con una piccola abitazione ad esso contigua, affinché ivi dovessero fabbricare una chiesa dedicata a San Giorgio, e pagar di censo perpetuo annualmente due misure d’olio all’arcivescovato di Lenno. Dopo aver di tanti benefici cumulato il suo monastero l’abbate Tribuno Memmo pago il debito universale dell’umanità nell’anno del signore 1139.

Succedette nel governo del monastero l’abbate Ottone, e ad esso nell’anno 1145 il doge Pietro Polani coll’assenso dei giudici, e del popolo di Venezia concesse una chiesa dedicata a San Giorgio, ed alcune rendite ed esazioni possedute dalla nazione veneziana in Rodesto città della Tracia.

Morto poi nell’anno 1149 l’abbate Ottone, il di lui successore di nome Pasquale dilatò le giurisdizioni del suo monastero in Costantinopoli con l’acquisto di una chiesa chiamata di San Marco d’Emboli, e con la compera di alcuni poderi ad essa contigui fatta nell’anno 1151. Con egual titolo prese pure il possesso della Chiesa di Santa Maria dei Monti presso Capodistria, a lui venduta da Bernardo vescovo di quella città con l’approvazione di Pellegrino patriarca d’Aquileia. Si accrebbero le beneficenze di questo abbate per il prezioso tesoro da lui ottenuto dei corpi, o sia di notabili parti dei corpi dei Santi fratelli martiri Cosma e Damiano arrivate a decoro di questo monastero nell’anno 1154, e contenute in un vaso d’argento di manifattura greca, in cui fra le ossa, e le ceneri, delle quali era ripieno, furono rinvenute due lastre di piombo coi nomi in esse incisi a caratteri greci dei Santi Cosma e Damiano. Fa menzione il Maurolico della traslazione di queste sacre reliquie nel suo martirologio, e le asserisce eseguita nel giorno 10 di maggio dell’anno 1154 nel che pure concordano altri martirologi. Qualche parte di queste venerabili ossa fu poi donata alla chiesa parrocchiale di San Giovanni in Olio, detta San Giovanni Novo, ed alle monache del monastero padovano di Santa Maria della Misericordia.

Nuove concessioni di beni furono fatte all’abbate Leonardo Venier successor di Pasquale, delle quali la più notabile è quella di Ugone abbate del Monastero di Santa Maria di Adrianopoli (di cui si ignora l’istituto) il quale dimorando in Costantinopoli nell’anno 1157 donò all’abbate, ed al convento di San Giorgio di Venezia una chiesa intitolata di Santa Maria, posta nella città di Rodesto insieme col suo ospitale ed orto, con l’unica condizione di dover pagar annualmente per censo tre libbre di olio.

Pervennero poi nell’anno 1177, in Venezia il pontefice Alessandro III e Federigo imperatore, detto Barbarossa, il primo dei quali confermò con diploma apostolico le donazioni sopra enunziate di Artuico vescovo di Trieste, ed il secondo ad esortazione del doge Sebastian Ziani, e per riverenza e amore dei Santi Giorgio e Stefano approvò i privilegi, e le esenzioni concesse già al monastero dal suo precessore l’imperatore Enrico V. Nell’anno poi susseguente alla data di detti diplomi il buon doge Sebastiano Ziani sentendosi aggravato dagli anni, e da infermità si fece tradurre al Monastero di San Giorgio, di cui era insigne benefattore, ed il giorno dopo 13 di aprile rese l’anima a Dio, e fu onorevolmente riposto nella sepoltura da lui fattasi preparare vivendo, ed è opinione di alcuni che prima di morire volesse vestirli con le lane di San Benedetto, e professare la regola ed istituto.

Mori dopo nell’anno 1193 l’abbate Leonardo, ed il di lui successor Marco Zorzi ebbe la consolazione di veder condotto alla sua chiesa il venerabile corpo di Santa Lucia vergine di Siracusa e martire. Era stato questo dalla città di Siracusa, ove la santa aveva patito il martirio, trasportato in Costantinopoli per comando degli imperatori Basilio e Costantino, ed essendo in occasione della conquista fatta nell’anno 1204 dall’armate francesi, e dai veneziani di quella imperiale città pervenuto in potere del doge Enrico Dandolo generale dell’armata veneziana, egli lo destinò alla Chiesa di San Giorgio Maggiore già divenuta il più celebre fra i santuari della città. Ivi accorrendo alla venerazione di sì gran vergine numeroso concorso di popolo massimamente nel giorno 13 di dicembre consacrato dal di lei martirio ne seguivano bene spesso per la stagione cruda e tempestosa gravi disgrazie di naufragi. Ciò successe con maggiore strage nell’anno 1775, allorché un’impetuosa burrasca insorta improvvisamente nel giorno festivo della santa rovesciò molte barche, e perirono miseramente sommerse molte persone. Per evitar però tali pericoli, che potevano darsi frequenti, comandò la pubblica provvidenza, che il sacro corpo dovesse trasferirsi alla chiesa parrocchiale eretta anticamente sotto la di lei invocazione in Venezia; il che tosto fu eseguito nel giorno 19 del susseguente gennaio coll’intervento del principe, e del senato condottisi alla funzione in venerazione della santa. Nel comun giubilo della città stando però l’abbate Marco Bollani, ed i di lui monaci lagrimando, volle Iddio mitigarne il dolore con un prodigio. Poiché nel punto del partire stese la santa dal feretro la destra mano verso l’abbate che da lui con sacro orrore ed allegrezza riverentemente accolta le restò mirabilmente in seno insieme con tutto il braccio staccatosi dal rimanente corpo, e che tutta via si conservano con particolar venerazione nella Chiesa di San Giorgio rinserrati in un ricco reliquiario di argento. Da esso braccio poi staccatane una piccola porzione fu dal senato mandata a Roma per sodisfare alla devozione del pontefice Benedetto XIII, che l’aveva ricercata.

All’abbate Marco Zorzi, che dimise il governo, succedette nell’anno 1220 Paolo Veniero, allora priore in Costantinopoli nel Monastero detto di Pantepopti, donato dalla liberalità della Repubblica ai monaci di San Giorgio Maggiore. La principale attenzione di questo zelante prelato fu il conservare e restituire e nel suo e negli altri monasteri a lui soggetti la regolar disciplina. Per questo rimosse dalla sua carica Giovanni Berlingerio priore del Monastero di Negroponte, pervenuto in tempi ora ignori nella giurisdizione di San Giorgio Maggiore. Eguale sollecitudine esercitò poi per ottenere, che il corpo del famoso martire San Paolo, il quale intero ed incorrotto si conservava nel suddetto Monastero di Pantepopti, fosse condotto a Venezia, al qual oggetto implorò il favore di Marino Storlato, allora podestà per la repubblica veneziana in Costantinopoli, e con la di lui protezione adempì il suo pio desiderio. Era stato questo invitto campione della fede sotto l’impero dell’empio Costantino Copronimo dopo molti ed aspri tormenti accecato, e ucciso in Costantinopoli, ed il di lui sacro cadavere esposto in cibo ai cani fu dai fedeli sottratto ai lor denti, e sepolto nel Monastero di Pantepopti fabbricato (come scrive il Zonara) dalla madre dell’imperatore Alessio Comneno, la quale in esso si rinchiuse, e piamente morì. Fa commemorazione di San Paolo martire il romano martirologio nel giorno 27 di marzo con cui concordano anche i greci menologi; benché il Galesino, ed il Maurolico assegnino la di lui solennità al giorno 8 di luglio, e la memoria della traslazione al giorno 21 dello stesso mese. L’invenzione del sacro corpo, e la traslazione di esso furono diffusamente descritte da un monaco testimonio presente di vista, e si conservano tutt’ora negli antichi registri del monastero, e da esse è fedelmente tratto il seguente compendio.

Morì il beatissimo Paolo martire di Cristo nel giorno 8 di luglio dell’anno 748, ottavo dell’imperio di Costantino Copronimo, ed essendo poscia cessate le persecuzioni degli iconoclasti, apparve in visione un angelo ad Antonio patriarca di Costantinopoli, e lo avvisò, che nel monastero, detto Chaioma, riposava il martire San Paolo. Fece nota il patriarca all’imperatore Leone, ed al suo clero di Costantinopoli la rivelazione avuta, e si portò poi con solenne accompagnamento al luogo indicato, ivi facendo scavare la terra ritrovò un sepolcro di marmo il venerabile corpo intero, ed incorrotto, come in atto di dormire. Si prostrò primo di tutti in atto riverente a baciarlo il buon patriarca, e poi fra le acclamazioni del clero, e del popolo lo depose onorevolmente nella Chiesa del Monastero di Chaioma, dedicata alla Madre Santissima di Dio, ove a di lui intercessione si ottennero moltissime prodigiose guarigioni. Giunto poi il tempo, in cui la superbia dei greci tirò sopra di sé le divine vendette, i principi francesi, ed i veneziani insieme collegati si resero padroni di Costantinopoli, di cui fu eletto patriarca Tommaso Morosini. Fu in quella occasione concesso all’abbate, ed ai monaci di San Giorgio Maggiore il monastero chiamato Pantepopti nel quale riposava il martire San Paolo, e ne fu destinato priore Paolo Veniero uomo di esimia virtù, e di esatta osservanza, che per il merito di sua esemplarità essendo poco dopo stato eletto abbate diede forti commissioni a Marco Monaco lasciato in suo luogo Priore di Pantepopti, di dover con segretezza condurre a Venezia il corpo del Santo martire Paolo. Era in quei tempi podestà in Costantinopoli per i veneziani Marino Storlato, affettuosissimo ai Monaci di San Giorgio Maggiore, nella chiesa dei quali vi era la sepoltura dei di lui maggiori; per cui diede di buon animo consiglio ed efficace aiuto al buon esito dell’impresa. Levato dunque il sacro corpo dal luogo, ove giaceva fu dal priore decentemente accomodato tutto intero qual era dentro una cassa strettamente circondata di funi, e consegnato a Giacomo Grimaldi, uomo principale, e suo amico, partecipe del secreto, affinché la conducesse al veneto Monastero di San Giorgio Maggiore. Si offri tosto l’opportunità di una nave pronta alla partenza verso Venezia. Per questo il podestà Storlato fece a sé chiamare il pilota, e con vigorosa premura gli commise di dover ricevere quella cassa, e gelosamente custodirla in luogo riservato, e decente per rassegnarla poi nel suo approdo a Venezia nelle mani dell’abbate di San Giorgio Maggiore. Tradotta dunque nella nave la cassa, creduta allora ripiena di sceltissimi vetri, e date le vele ai venti, riuscì per qualche tempo prospero il viaggio; ma allorché giunta fu la nave in vicinanza dell’isola della Cefalonia, insorta all’improvviso orribile burrasca minacciò a tutti imminente naufragio. Nel comune pericolo si rammentò il pilota della cassa ricevuta, e dall’ordine avuto dl dover conservarla con decenza argomentò, che in essa potesse rinchiudersi qualche corpo santo. La onde chiese al Grimaldi, che si trovava nella stessa nave, la chiave per aprirla. Dispose Iddio per preservare il corpo del suo servo incorrotto, che la chiave fosse stata consegnata dal priore a Domenico Caravello, canonico della Chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli, il quale veleggiava in altra nave. Che però nella difficoltà di schiuderla credettero tutti miglior consiglio il ricorrere supplichevoli all’intercessione del santo, per i di cui meriti appena fatte le prime preghiere, ridonò Iddio istantaneamente agli afflitti uomini una perfetta tranquillità di calma. Frattanto essendo giunto in Venezia il sopra citato canonico Caravello accertò l’abbate, e la città tutta del vicino arrivò del sacro corpo, all’incontro del quale non solo si portarono l’abbate, ed i di lui monaci, ma le monache anche dell’ordine Benedettino, allora non tenute a clausura, ed una innumerabile moltitudine di popolo, e fra le giulive universali acclamazioni fu il santo corpo portato, ed onorevolmente collocato nella Chiesa di San Giorgio Maggiore, accrescendo Iddio la gloria di esso con miracolose sanazioni impetrate con l’invocazione del di lui patrocinio. Fu per qualche tempo l’ammirabile corpo incorrotto ed intero alla venerazione dei fedeli esposto nella chiesa, ove portatosi per atto di riverenza il doge Pietro Ziani, dopo averne con fervorosa orazione implorato l’aiuto, depose ai di lui piedi il corno ducale; dal che ebbe origine l’uso di dipingere il santo martire col corno ducale posto ai suoi piedi.

Due anni dopo l’arrivo del santo corpo Onorio papa III, con apostolico diploma segnato nel giorno 6 di maggio dell’anno 1224, nuovamente esentò il Monastero di San Giorgio Maggiore da qualunque giurisdizione così del Patriarca di Grado, come del vescovo di Castello, ordinando ai commissari apostolici a ciò delegati di dover mandare ad esecuzione gli ordini pontifici, e poco dopo nel giorno 27 dello stesso mese con amplissima bolla rinnovò e diede maggiori aumenti ai privilegi dallo stesso monastero ottenuti dalla liberalità dei pontefici suoi antecessori.

Morì poi nell’anno 1229 il doge Pietro Ziani così in vita, che in morte benefattore insigne di questo monastero; ed è opinione benché non fondata di alcuni, che vestisse prima di morire l’abito benedettino.

Nuovo decoro alla sua chiesa aggiunse nell’anno 1246 Pietro Quirini abbate coll’acquisto del sacro corpo di Sant’Eurichio, patriarca di Costantinopoli, da quell’imperiale città condotto a Venezia, ed offerto alla Chiesa di San Giorgio Maggiore, in cui fu onorevolmente collocato nel giorno 22 di aprile dello stesso anno, ed ora riposa nella mensa dell’altare dedicato al nostro redentore crocifisso.

Celebre nell’Istorie Ecclesiastiche è il nome di questo santo patriarca, e la di lui vita composta dal sacerdote Eustazio suo discepolo vien riportata dagli Scrittori Bollandisti al giorno 6 di aprile, e fu tradotta in latino da Fabiano di Candia, monaco della congregazione cassinense.

Frattanto con iterati apostolici diplomi riconfermarono molti sommi pontefici le prerogative, e le esenzioni di questo Monastero, fra i quali si devono rammemorare come i più benefici Gregorio IX, Innocenzo IV, Clemente parimente IV, Gregorio X, Martino IV e Niccolò pure IV, Clemente V e Giovanni XXII i quali con replicare bolle aumentarono il decoro, ed i vantaggi di questa illustre comunità. Furono la maggior parte di tali pontefici, privilegi ottenuti per lodevole attenzione dell’abbate Marco Bollani, la di cui pietà volle in un’isola sorta ai suoi tempi non lungi dal monastero fondar un ospizio di carità per l’accoglimento dei pellegrini, in quel luogo appunto, in cui ora abitano le serafiche vergini, dette di Santa Maria della Grazia.

Così si andava sempre più vantaggiando il Monastero di San Giorgio Maggiore, e nell’aumento di sue rendite, e molto più nel decoro, che gli era derivato dall’acquisto di tanto preziose reliquie già di sopra rammemorate. Pure per piena contentezza dei monaci mancava solo l’ottenere qualche insigne pegno del martire titolare principale della chiesa; onde per renderne sodisfatta la divozione dispose Iddio, che circa il fine del XIII secolo venisse offerto un braccio del santo con quella mirabile maniera, che leggesi descritta nei registri dell’archivio.

Un devoto, e pio nobile di nome Francesco, raccomandato dal Santo pontefice Celestino V all’abbate di San Giorgio di Fiore in Calabria, si trovava in quel monastero, allorché alcuni barbari corsari arrivati a quelle spiagge saccheggiarono fra gli altri anche quel sacro luogo. Per togliere però agli insulti, ed alla profanazione di quegli empi un braccio del glorioso San Giorgio, che ivi si custodiva, il devoto nobile lo rapì, e con esso si trasferì a Venezia; preservato miracolosamente da Dio nel suo viaggio in tal maniera, che gli assassini, nei quali sfortunatamente incontrò, levato avendogli il soldo illese gli lasciarono la libertà, e la vita, né punto si avvidero del più prezioso tesoro, che seco portava. Arrivato a Venezia il buon cavaliere pose la sacra reliquia in custodia di un virtuoso monaco di San Giorgio Maggiore, chiamato Marco, il quale allora dimorava dentro i recinti oi San Zaccaria alla custodia di quelle monache.

Giunta al doge Pietro Gradenigo la notizia di tal arrivo, procurò egli, che per ordine pubblico fosse la sacra reliquia condotta alla Chiesa di San Giorgio Maggiore, non essendovi in Venezia luogo, al quale con maggiore convenevolezza appartenere dovesse. Avendo dunque Egidio patriarca di Grado seco raccolti molti vescovi, ed altri prelati, con solenne processione fu alla suddetta chiesa trasferito il sacro braccio, a cui ancora attaccate si vedevano la mano, e le dita, ed intorno allo stesso si leggeva un’inscrizione incisa a caratteri d’oro sopra una lamina di argento: Questo è il braccio del gloriosissimo martire Giorgio. Il nobile abbate Luca nipote del cardinale lo portò nel Monastero di San Giorgio di Fiore di Calabria nell’anno 1255. Indizione XIV, nel giorno 28 di novembre. Si ritrovarono a tal funzione presenti alcuni, i quali attestarono aver veduto, e venerato nella chiesa di Calabria il predetto santo braccio, consegnato poi alla Chiesa di San Giorgio Maggiore nel giorno 25 di agosto dell’anno 1296, essendo abbate Saladino Dandolo, uomo dottissimo, ed adoperato dai sommi pontefici in riguardevoli apostoliche delegazioni, il quale anche accolse ospite nel suo monastero correndo l’anno 1304, Pietro figlio del re Dionisio di Portogallo con magnificenza proporzionata ad un tanto principe.

Di altra sacra reliquia, che riccamente custodita si conserva in questo monastero, così si legge scritto nei registri antichi dell’archivio: Il capo di San Felice confessore fu portata a queste spiagge dal Serenissimo imperatore Carlo IV e fu riposto in questo Monastero di San Giorgio Maggiore per cura e diligenza di Gerardo Ponte abbate nel giorno 8 del mese di ottobre dell’anno 1361.

Frattanto e per la continuazione di cose tanto prospere allo stato temporale dei monaci, e per l’assenza degli abbati, che erano frequentemente adoperati dai pontefici in apostoliche delegazioni, ed in cariche ecclesiastiche, come lo fu Carlo Barbarigo chiamato in Roma al suo servizio da Innocenzo VII nell’anno 1405, l’osservanza regolare andò di molto decadendo nel Monastero di San Giorgio Maggiore. Perciò Giovanni Michieli eletto abbate successore del Barbarigo, quantunque giovane di età, e non ancora ornato del carattere sacerdotale, uomo però dorato di esimia virtù e di singolare prudenza, pose ogni maggiore suo studio per far rifiorire fra i suoi monaci l’esattezza dell’antica disciplina. Impetrò a tal oggetto da Alessandro V l’aiuto di una delegazione apostolica per ridurre ad effetto la sua pia disposizione, e furono stabilite in tal incontro opportunissime costituzioni alla buona regola del monastero, ed alla direzione dei monaci. Essendosi poi nell’anno 1417 convocato in Costanza un concilio universale per dar pace alla chiesa lacerata da un ostinato scisma, Giovanni Abbate per non abbandonare il monastero nella recente intrapresa riforma, pregò istantemente Tomaso Tomasini domenicano, vescovo allora di Cittanova nell’Istria, che anche a suo nome assistere volesse al concilio medesimo.

Era in quel tempo il Tomasini alloggiato nei chiostri di San Giorgio, ove gravemente infermo ricuperò per intercessione di Santa Caterina da Siena istantaneamente la salute; onde si portò poi a Costanza mandò da quella città efficacissime lettere all’abbate Michieli per disporlo a ricevere l’ordine sacerdotale. Si ritirò per l’innata sua umiltà l’abbate; ma essendo dappoi ritornato dal concilio nell’anno 1418 il vescovo Tommasini volle assolutamente consacrare sacerdote l’umile abbate; dopo di che nel mese di giugno del susseguente anno 1419, diede l’ultimo ecclesiastico decoro alla chiesa, consacrandola a Dio sotto l’invocazione dei Santi Stefano protomartire, e Giorgio martire titolari.

Dopo ciò credendo l’abbate Giovanni di dover unire al nuovo assunto carattere di sacerdote la scienza degli studi sacri, si portò per acquistarla in Padova, ove contrasse stretta amicizia con Lodovico Barbo piissimo abbate di Santa Giustina, occupato allora nella riforma dell’ordine benedettino, e nell’istituzione dell’esemplare congregazione, detta dal luogo di sua origine di Santa Giustina di Padova, ed ora congregazione Cassinense. Allettato ivi il buon abbate Michieli dalla santità dell’istitutore, e dalla pietà dei monaci ridotti alla perfezione dell’osservanza, desiderò di rendersi partecipe del bene di tal riforma, e ricercò di essere arrolato coi suoi monaci alla nuova congregazione. Accolse con piena contentezza il Barbo la ricercata unione, e si portò ad oggetto di piantar la riforma in Venezia nel Monastero di San Giorgio; ma per allora permise Iddio che riuscissero inutili gli sforzi del zelante riformatore per la ostinata resistenza di alcuni troppo assuefatti al disordine, ed incapaci di soffrire il soave peso della regolare osservanza. L’ultimo beneficio, che fece l’abbate Giovanni Michieli al Monastero di San Giorgio da lui rinnovato ed ampliato, fu il dono di un Redentore crocifisso di statura umana, ed opera eccellente di Filippo Brugnelesco, dalla quale viene nei riguardanti promossa la devozione insieme, e la compassione; dopo di che passò a vita migliore nell’anno 1430. Fu dopo la di lui morte il Monastero di San Giorgio Maggiore concesso da Martino V in commenda al cardinale Gabriele Condulmiero, con la fiducia che il pio cardinale, per di cui attenzione erasi dal sopra lodato Lodovico Barbo a perfetta riforma ridotto il Monastero di San Paolo fuori delle mura di Roma, riducesse pur anche al primiero vigore di osservanza il suddetto Monastero di San Giorgio ormai troppo rilassato. Né s’ingannò il pontefice nella sua intenzione: poiché il cardinale a solo oggetto di promuovere il divino servigio ricevuta l’abbazia, e conoscendo quanto efficace fosse lo zelo dell’abbate Barbo nel dilatare la riforma del sacro ordine Benedettino, gli commise di tradurre a Venezia nel Monastero di San Giorgio religiosi tratti dalla sua congregazione. Essendo poi pochi anni dopo innalzato il cardinale alla sede di San Pietro sotto il nome di Eugenio IV, volle ritenersi il titolo di abbate commendatario finché vedesse in quel chiostro stabilita perfettamente la riforma. Che però alla direzione dei monaci stabilì un superiore col titolo di priore. Operò frattanto l’abbate Barbo con destri maneggi appresso il veneto senato, affinché il Monastero di San Giorgio, malgrado la resistenza di alcuni monaci, fosse unito alla congregazione di Santa Giustina, ed avendone ottenuto l’intento, mandò a Venezia visitatori deputati, perché a nome della congregazione dei monaci dell’Osservanza di Santa Giustina dell’Ordine di San Benedetto ricevessero il temporale possesso del monastero. Quindici soli allora erano i monaci, i quali finalmente illuminati dalla divina grazia con unanime volere nel giorno 11 di febbraio dell’anno 1432, si sottomisero alla correzione, ed al governo della congregazione.

Quantunque però fosse stato unito il monastero alla congregazione osservante, il pontefice non depose il titolo dì commendatario, ma lasciò la comunità sotto l’amministrazione del priore, finché nell’anno 1441 riconoscendo nei monaci ristabilita una soda virtù, ed una esemplare osservanza, rinunziò l’abbazia a favore, e disposizione della congregazione, da cui fu eletto primo abbate triennale Gregorio da Genova, allora priore del monastero stesso.

Venti anni in circa dopo recuperato il decoro dell’abbazia, ebbero gli esemplari monaci nuovo motivo di consolazione per l’arrivo della sacra testa, o sia più tosto porzione del cranio superiore del martire San Giorgio, tradotto nell’anno 1462 da Egena isola dell’Arcipelago. Ne scrissero la traslazione alcuni dei monaci allora viventi in latino idioma, e la compose pure in rozzo dialetto veneziano Girolamo Valaresso, direttore di una galera veneziana, per impulso principalmente del quale si fece l’acquisto di così pregevole reliquia.

Dieci anni dopo la fatale caduta di Costantinopoli essendo l’armata veneta nell’acque dell’Arcipelago presso ad Egena, per custodire dalle sorprese dei turchi quell’Isole, soggette allora al dominio dei veneziani, Girolamo Valaresso governatore, o come si chiama, sopraccomito di una galera, avendo inteso che in Egena isola dodici miglia lontana dalla Morea si custodiva la testa del martire San Giorgio, ivi trasportata da Costantinopoli circa l’anno 1360, ne rese avvertito con replicare lettere l’abate di San Giorgio Maggiore Teofilo Beacqui milanese. Invogliato a tal notizia il buon abbate d’arricchire con essa la sua chiesa, impetrò dal senato veneziano un decreto, con cui nel giorno 20 di agosto dell’anno 1462 fu commesso a Vettor Cappello generale dell’armata di dover con dolci maniere e senza usar violenza ottener dai cittadini di quell’isola la sacra reliquia per poi dirigerla alla Dominante. Adempì il generale le pubbliche prescrizioni, e portatosi ad Egena chiamò a sé i principali di quell’isola, e loro espose le forti premure del senato desideroso di ripor in luogo più sicuro quel sacro tesoro, ove con più esteso culto venerare si potesse. Dimostrarono quei capi apertamente il loro dispiacere, pure soggiunsero di soffrire pazientemente tale perdita, quando il santo acconsentisse, che la di lui sacra testa fosse rimossa da quel luogo, giacché in altri tempi avendola con prezzo e con violenza ottenuta il generale dell’armata di Alfonso V re di Aragona, mirabilmente si dipartì dalla nave, ove era stata collocata, e si restituì al suo luogo. Diverso però riuscì l’esito nella devota ricerca dei Veneziani. Poiché la sacra reliquia divenne di un leggerissimo peso (cosa insolita in altri casi) e condotta alle galere fu poi con prospero viaggio portata a Venezia, ed onorevolmente collocata nella chiesa dello stesso santo martire nel giorno 13 di dicembre dell’anno 1462. In riconoscenza però del dono ottenuto, e per dar qualche consolazione all’afflitto popolo di Egena, assegnò l’abbate Teofilo cento ducati, e cento altri ne aggiunse il senato veneto, affinché con essi si disponessero, e rifacessero le fortificazioni di quell’isola contro le frequenti incursioni dei turchi, dono che non arrivò però a mitigare il dolore per vedersi privi di un pegno tanto a lor caro del santo protettore del luogo, la di cui intercessione avevano sperimentata in tante occasioni efficace, e prodigiosa.

Dopo alcuni anni di nuovo governò il monastero lo stesso abbate Teofilo, allorché dalla nobile famiglia dei Medici fiorentina allora esule, e ricoverata in Venezia fu fondata nel Monastero di San Giorgio Maggiore una libreria secondo l’uso di quei tempi assai copiosa, le di cui porte segnate con le insegne dei Medici ancora si conservano per testimonianza del dono nel monastero.

Ad ornamento spirituale della chiesa si aggiunsero poi altre preziose reliquie. Poiché nell’anno 1488 la nobile vedova di Paolo Canale, già console per la Repubblica in Alessandria, consegnò per esecuzione dell’estrema volontà di suo marito all’abbate di San Giorgio Maggiore Giovanni Cornaro una porzione del legno della Santissima Croce autenticata da molti miracoli; ed un’altra pure ne offrì insieme con un osso intero del braccio di Sant’Ilarione Niccolò Michieli patrizio veneto, ambedue sacre reliquie da lui ottenute in Cipro nel 1518, allorché esercitava in quel regno la carica di consigliere.

Ottenne poi il monastero in suo possesso l’Abbazia di Santa Maria di Pero, detta volgarmente Monestier posta nel distretto di Treviso, che rinunziata già nell’anno 1479 nelle mani di Sisto papa IV da Giovanni Barbo, che ne era abbate commendatario, fu dallo stesso pontefice incorporata alla congregazione di Santa Giustina di Padova il di cui capitolo generale nel giorno 11 di maggio dell’anno 1493 ne stabilì governatore, ed amministratore l’abbate di San Giorgio Maggiore di Venezia.

Resa frattanto la chiesa per il raccoglimento di tanti corpi santi, e di così riguardevoli reliquie uno dei più venerabili santuari della città, si pensò a rifabbricarla in più ampia, e sontuosa struttura, e ne furono gettati i fondamenti nell’anno 1564 sotto l’abbate Andrea Pampuro asolano, avendone formato un ben ideato modello il Palladio celebratissimo fra gli architetti del suo tempo.

Cinquanta anni trapassarono prima che la nuova chiesa si riducesse all’intera sua perfezione, nel qual frattempo essendo già nell’anno 1581 ben avanzata e posta al coperto la sacra fabbrica, fu in essa nel giorno 15 di agosto trasferito solennemente coll’intervento del doge Niccolò da Ponte, e del senato, e collocato per mano del patriarca Giovanni Trevisano il corpo del Santissimo protomartire Stefano, nella qual’occasione fu stampata quella medaglia che si vede incisa fra le altre dopo la prefazione.

Dodici anni dopo nel giorno 6 di aprile furono poi disposti per gli altari della nuova chiesa gli altri corpi dei Santi Eutichio Patriarca, e Cosma, e Damiano martiri, essendosi riservato quello di San Paolo martire per collocarlo in altra separata cappella.

Sopra tutti gli abbati, che nel giro di mezzo secolo sollecitarono il compimento di questo sacro edificio, si distinse l’abbate Michiele Alabardo, il quale nell’anno 1591, primo del suo governo, essendo la città angustiata da una universale carestia, dispensò con liberale carità ai poveri il frumento del monastero, e sovvenne all’estreme indigenze della sacra famiglia dei Cappuccini. Premiò Iddio la misericordia mostrata dal buon abbate verso dei poveri in tal maniera, che poté fra le ristrettezze di quegli afflitti tempi far tutto di pianta il nobilissimo coro, che oggi si vede, adornar la chiesa con statue di marmo di bronzo, formarne il pavimento di scelti marmi, e disporre tutti i marmi necessari all’erezione della facciata esteriore. Fabbricò pure dai fondamenti la cappella dedicata a San Paolo martire, nell’altare della quale depose il di lui sacro corpo, destinandola all’uso del coro notturno, e disposta poi una nobile sacrestia, la fornì abbondantemente di argenti, e di sacre suppellettili ad uso dei divini misteri.

Ridotta finalmente la magnifica chiesa a piena perfezione ricevette nella domenica IV di gennaio dell’anno 1610 il decoro dell’ecclesiastica consacrazione conferitole da Francesco Vendramino patriarca di Venezia.

Dopo la consacrazione si aggiunse altro spirituale ornamento alla chiesa per le sacre reliquie dei Santi Monaci Placido e Compagni martiri tratte dal monastero di Sicilia, e per un piccolo osso del precursore San Giovanni Battista offerto nell’anno 1634 all’abbate Cornelio Giroldi da Geremia arcivescovo greco di Durazzo, che ne assicurò l’identità. Due altre reliquie si custodiscono pure nel santuario di questa chiesa, delle quali però non si sa né il tempo della donazione, né il nome del donatore, e sono: una spina della corona di Nostro Signor Gesù Cristo, ed alcune ossa dei Santi Innocenti martiri di Betlemme.

Con l’occasione della rifabbrica della chiesa avendo dovuto i monaci servirsi del sito, ove piantato era il sepolcro dell’illustre doge Domenico Michieli, ne rinnovarono poi in onorevole forma la gloriosa memoria con decoroso deposito stabilito poco lontano dalla sepoltura, in cui riposa il corpo del devoto monaco Pietro priore di Costantinopoli, per di cui opera (come si è detto) pervenne a Venezia il sacro corpo del protomartire Santo Stefano. (1)

Visita della chiesa e del monastero (1839)

L’opulenza, egualmente che le magnifiche ed elevate idee con lo scorrere dei tempi introdotte nei monaci di San Giorgio, il gusto per la palladiana gentilezza diffusa nel secolo XV, furono per essi altrettanti stimoli a riedificare dalle fondamenta l’antica chiesa di quest’isola, ben configurata a tre navi a modo di basilica, ma, giusta l’antico rito cristiano colla faccia rivolta all’oriente e quindi verso San Giovanni della Giudecca. Più volte era già stato rinnovato e sempre riabbellito il monastero; altre volte era anche la chiesa stata ristorata; però nell’ultima vollero i monaci bensì ritenerle la prima forma a basilica, ma abbandonando il misterioso costume di rivolgerla all’oriente, vollero non solo radicalmente riedificarla; ma vollero che il prospetto risguardasse verso Venezia.

Scelsero adunque Andrea Palladio ad offrirne il modello. Morto egli però immaturamente al lavoro nel 1580, ebbe a successore lo Scamozzi, nel quale cominciava il decadimento dello stile. Né senza le cure dell’abate Michele Albardo avrebbe questa chiesa veduto nel 1610 il suo termine. E sebbene tempi di estrema carestia allora corressero, sebbene sovvenisse i poveri nel modo più splendido, nondimeno così sollecitava quell’abate tale compimento da poter brevemente piantare il coro, adornare la chiesa con statue di marmo e di bronzo, far il nobile pavimento, coprire di marmi la facciata, fabbricare la cappella di San Paolo martire, destinata, come vedremo, al coro notturno, e compiere la bella sacrestia. Tanto, mercé una saggia amministrazione, potevano le rendite di quel monastero!

Poniamoci adunque a considerare si gran basilica nel suo esterno dapprima, indi nel suo interiore. Scamozzi con arbitrarie alterazioni mutava bene il primitivo disegno di Palladio nella facciata; non dimeno magnifica apparirà sempre a chi la riguarda. Quattro colonne d’ordine composito, di sopra un basamento sormontato da nobile frontone, compongono il principale abbellimento di essa che allargata da due ali, ornate da pilastri corinti, fa che il sopraornato ricorra eziandio fra gli intercolunni dell’ordine maggiore. Le statue di San Giorgio e di San Stefano, opere di Giulio dal Moro empiono le due nicchie della facciata, siccome in due ornatissimi tabernacoli, tra gli intercolunni delle ali, vi sono i busti dei dogi Tribuno Memmo e Sebastiano Ziani sommi benefattori, siccome si disse, di quest’isola. Ricordano le iscrizioni sottoposte che il primo doge ripulsò nella patria i rivoltosi, vinse l’odio di Ottone II imperatore, ed abdicato l’imperio, secondo alcuni, si rinchiuse in San Zaccaria. Ziani poi ebbe la gloria di metter pace tra Federigo II e papa Alessandro III.

Entrato nella chiesa ti si presenta l’interna veduta della crociera, del presbiterio, delle cappelle e della cupola. La nave di mezzo è doppia in larghezza delle laterali ed è lunga quasi due volte la larghezza media. Va rettamente alla tribuna principale, e dal centro della crociera stende le sue braccia sino ad incontrare due altre tribune minori. La elevazione generale è formata di un bel composito che gira tutto all’intorno. Fornice di mezzo cerchio soperchia la crociera, nel cui centro si erge sopra quattro archi maestosa cupola di mattoni coperta di piombo che torreggia anche sopra il tetto. Bell’ordine di pilastri corinti regge gli archi delle navate laterali, e coll’intreccio dei nicchi, gira internamente la chiesa. Rilevato dal suolo della tribuna per tre gradini si trova il santuario, il quale, merce un intercolunnio atto a sostenere l’organo, è separato dal coro e leggiadramente si adorna con alternata vicenda di finestre e di nicchie. Nobili sono gli altari, sebbene non si eleganti che quelli del Redentore, ed una maestà, una semplicità, congiunta ad una rara unità, rendono si caro questo tempio quanto qualsivoglia più lodata opera di Palladio. Ecco come il genio nella fertilità dei suoi mezzi sa produrre la uniforme mirabilità negli effetti!

Movendo per il nostro solito esame dall’altar maggiore, che si vede si cinto da una balaustrata eseguita nel 1616 con statue e lavori di bronzo da Girolamo Campagna sul disegno di Antonio Alcinse, emerge sopra esso gran gruppo di bronzo rappresentante il Padre eterno che in atto di benedire si asside sopra il globo sorretto dagli evangelisti. I due angeli ai lati si fusero però da Pietro Boselli. Jacopo Tintoretto dipingeva due quadri per le pareti laterali di questa cappella: l’uno esprimente a caduta della manna nel deserto, l’altro la cena di Nostro Signore. In quest’ultimo il pittore volle far che il lume scendente da una lampana si distribuisse per tutto il quadro. Arduo tentativo per la pittura! I più saggi schivarono studiosamente di far apparire la causa efficiente del lume, poiché l’osservatore può a buon diritto chiedere effetti all’arte talvolta impossibili. Tintoretto pur era tale da voler sempre lottare colle difficoltà principali.

Passando per l’intercolunnio, dividente il santuario dal coro, si vedono due ordini di sedili di noce intagliati da Alberto Brule fiammingo nell’età d’anni 25. Nell’ordine maggiore dei sedili, che sono al numero di 46, cioè 23 da uno e 23 dall’altro lato stanno i fatti della vita di San Benedetto. I ventitré alla sinistra esprimono; 1. La nascita in Norcia di San Benedetto. – 2. La sua partenza alla volta di Roma – 3. Il suo addio agli studi di Roma in cerca di un eremo – 4. Il suo primo prodigio di riunire spezzato vaglio con la croce fatta tre volte – 5. Allorchè assume l’abito monastico da San Magno – 6. Satanasso che rompe il campanello con che San Benedetto dava segno per uscire dalla solitudine coll’aiuto di una fune; – 7. Quando inspirato dal cielo un sacerdote gli porta l’alimento per solennizzare la Pasqua – 8. Quando racconsola i pastori che avevano smarrite le pecore. – 9. Mentre fra le spine scaccia la larva contro la sua purezza – 10. Trionfa del veleno preparatogli mercé il segno della croce – 11. Riceve in educazione da Tartullo e da Equizio i due figli Placido e Mauro – 12. Batte un fanciullo vagante dall’oratorio e lo libera dalle distrazioni procurategli dal demonio – 13. Fa scaturire due fonti da arido suolo a pro dei suoi monaci – 14. Estrae il ferro caduto in un lago ad un Goto; – 15. Mauro, per comando di San Benedetto, libera dalle acque il fanciullo Placido; – 16. Benedetto è liberato da un sacerdote che il voleva morto con pane avvelenato abborrito perfino da un corvo. – 17. Vedendo il sacerdote non poter perdere Benedetto cerca perdere i suoi discepoli con la danza di fanciulle nude. – 18. San Benedetto ruina la casa delle danzatrici. – 19. A Monte Cassino atterra gli idoli ed edifica una chiesa sacra a San Martino – 20. Colla croce scaccia il demonio da un masso. – 21. Col medesimo segno estingue il fuoco acceso nella cucina. – 23. Riprende un giovane. – 24. Conosce il servo del re Totila sotto veste reale a lui mandato – 25. Solleva il re Totila che voleva venerarlo qual profeta – I numeri 23. e 24, come si vedrà sono sopra la porta chiusa, ben adesso, ma rispondente altra volta ad una loggia donde si mirava l’ampio aspetto della laguna e donde nella state si procacciavano freschezza i monaci salmeggianti. Dopo la porta continua la seconda ala dei sedili che incomincia col numero 26 nel quale si raffigura San Benedetto che libera dal demonio un chierico aquinate – 27. Salva i suoi fratelli dalla distruzione del convento procurata dai barbari – 28. Mandatigli due vasi di Falerno per un famiglio questi ne occultò uno; per cui San Benedetto gli predice che dal vaso nascosto uscirebbe un serpe a suo danno – 29. Scopre ad un monaco i fazzoletti presi senza licenza – 30 Corregge un monaco impaziente nel tenere la lucerna. – 31. Ottiene duecento moggia di farina nell’inopia dei suoi monaci – 32. Addita ai monaci in sogno dove avessero a fabbricare un monastero – 33. Arresta nella tomba le monache uscenti dal tempio – 34. Dà l’Eucaristia ad un monaco posto nel sepolcro – 35. Accoglie un monaco inseguito da un dragone – 36. Libera un fanciullo dal morbo elefantino – 37. Dà ai poveri denari presi a censo – 38. Libera un lebbroso – 39. Getta dalla finestra un vaso d’olio senza che si spezzi il vaso e l’olio si sparga – 40. Libera un monaco invaso dal demonio sotto le specie di medico – 41. Scioglie un contadino avvinto da un soldato dei Goti – 42. Risuscita un fanciullo estinto – 43. Per l’inclemenza del tempo rimane una notte con Santa Scolastica sua sorella – 44. Vede l’anima di essa volar al cielo, e ne fa seppellire il corpo nel sepolcro per sé preparato – 45. Ad un raggio solare contempla l’universo mentre l’anima di San Germano è trasportata al cielo – 46. Dà le regole dell’ordine – 47. Sua ultima comunione – 48. Dormendo una pazza nella spelonca, ove era il santo seppellito, sorge al mattino sana e saggia.

Un parapetto, sul quale vi hanno i dodici apostoli, divide questo primo dal secondo ordine dei sedili pur lavorati a minutissimi e vaghissimi intagli di festoni, di fogliami, di animali, e di figure. Nel mezzo al coro giace finalmente nobilissimo lettorino in cima al quale tutto di un pezzo vi ha San Giorgio che uccide il serpente. Chi poi dal coro si rechi all’andito alla destra che metteva un tempo al convento troverà prima sulla soglia posta una lapide a quel monaco Pietro che trasportò le ossa di San Stefano, indi il deposito rinnovato dai monaci nel 1637 sul disegno di Baldissera Longhena in memoria del doge Domenico Michiel prenditore di Tiro, guerreggiatore nella Siria e nell’Ungheria, prudente di consiglio, e morto nel 1128. In questo medesimo andito nel 1755 si collocava dai monaci anche l’effigie di Buonincontro Boatero, dottore bolognese, consultore della repubblica, abate di questo monastero e morto nel 1381.

Se da quest’andito giri alcun poco alla destra ti avvieni alla così detta cappella dei morti o coro notturno ove sta il corpo di San Paolo martire tolto da certo ab. Paolo con l’aiuto di Marino Storlato podestà di Costantinopoli per la Repubblica. Cosa rara di Tintoretto e quivi la pala del Redentore deposto. Poche altre opere di sì immortale autore l’eguagliano certamente. Morbidezza nelle carnagioni, succosità di pennello, forme, disegno, luce … tutto vi ha per entro. Fortunati i giovani, se molte opere a questa somiglianti, considerare ed imitare, venissero loro offerte! Due quadri lateralmente all’altare un dì esistevano l’uno alla destra col Redentore con la disciplina in mano, opera bella del Padoanino, l’altro alla sinistra con la Vergine, coi Santi Stefano e Matteo supplicanti per un prelato, altra bell’opera del Ponzoni. Nelle avocazioni demaniali furono però asportati.

In questa cappella hanno sepoltura Sebastiano Ziani in uno ai suoi due figli Pietro e Jacopo, non che Matteo Sanudo vescovo di Concordiaeo. Di qui usciti per tornare nella chiesa potremo osservare l’altare a mano diritta della cappella Maggiore, eretto dal cavaliere e procuratore Vincenzo Morosini, con la pala esprimente la Risurrezione e vari ritratti di senatori cominciatasi da Jacopo Tintoretto e compiutasi da suo figlio. Ivi sopra la porta vi è il monumento del general provveditore Vincenzo Morosini creato cavaliere e procuratore per i suoi meriti nel difendere la patria e nel mantenere al di fuori qual ambasciatore di decoro di lei: morì nel 1588.

Tosto nel braccio diritto della crociera trovi il grande altare col la tavola rappresentante il martirio di Santo Stefano del detto Tintoretto. Due gran candelabri di bronzo fatti nel 1698, e messi ai piedi di questo altare, debbono dilettare per certo ogni intelligente per quella gaiezza che tutto sentiva il buon gusto del prossimo secolo XVIII. Dal detto braccio movendo ora per il tronco della crociera stessa, il primo altare ci mostrerà un tavola di Matteo Ponzone con San Giorgio che uccide il dragone, il secondo la statua di Nostra Donna col il bambino coronata da angioletti scolpita da Girolamo Campagna, l’ultimo la pala di Leandro Bassano con Santa Lucia prodigiosamente trascinata invano dai bovi.

A lato della porta una lapide si è posta al doge Marc’Antonio Memmo, dalla dilezion cittadina innalzato al trono tra il gaudio dei suoi, e morto nel 1615. Nobile monumento s’innalza inoltre sopra la porta maggiore col busto del doge Leonardo Donato, morto nel 1612, dopo aver molto travagliato per il decoro e per la libertà della patria. Nelle nicchie laterali al monumento si fecero di stucco, sebbene sembrino di marmo, le statue degli evangelisti da Alessandro Vittoria: artista che assai sofferse nell’animo per essere stato posposto al Campagna nei lavori dell’ara maggiore di questa chiesa. E giusto quel rammarico. Qual differenza tra Campagna e Vittoria! Eppure l’uno all’altro fu preferito, forse per le astuzie onde i mediocri sogliono usurpare ai principali ingegni gli impieghi e gli onori.

All’altro lato della porta maggiore si vede il monumento posto nel 1667 al procuratore e generale Lorenzo Venier ed a Sebastiano suo figlio, forti entrambi nel sostenere le fatiche marittime.

Nel primo altare, che tosto sussegue, vi è la nascita di Nostro Signore, opera diligente di Jacopo da Ponte detto il Bassano. Colse opportunamente quel celebre artista il soggetto della notte per rischiararla coi raggi emanati dal bambino Gesù. Grande effetto vi ha qui in vero ad onta dei danni recati dal tempo!

Il Crocifisso di legno nel secondo altare si spaccia per opera di Filippo Brunellesco; ma, sia o no, è opera nel suo genere eccellentissima. Se si miri ai pilastri nel vólto di faccia all’altare, in pietra del paragone, scolpite in aurei caratteri vedrai due inscrizioni l’una a Maria figlia del doge Lorenzo Giustiniani morto nel 1620, e l’altra a Lorenzo padre di lei che difese la patria nella guerra liburnica e mori nell’anno medesimo della figlia.

La tavola del terzo altare col martirio di parecchi santi è di Jacopo Tintoretto, del quale è pure quella del vicino altare della tribuna coll’incoronazione di Nostra Donna nell’alto e coi Santi Gregorio, Benedetto, Placido e Mauro, e cinque ritratti. Il quadro seguente con l’albero della religione di San Benedetto è di Pietro Malombra. Ma di rimpetto all’epitaffio del Morosini troverai qui sopra la porta quello a Domenico Bollani, che resse prima Brescia come pretore indi la regolò come vescovo, e morì nel 1579.

Bentosto, a fianco della cappella maggiore, ti sentirai dilettato dalla bella pala di Sebastiano Rizzi con Nostra Donna ed i Santi Pietro, Paolo, Benedetto ec. Graziosa composizione, vaga distribuzione dei colori, molta accuratezza di ogni cosa troverai qui certamente. A che monta alcun poco di manierismo nelle forme? L’armonia delle parti col tutto non è per avventura in supremo grado osservata. Quell’avanti-indietro, quella grandiosità nelle pieghe ove è meglio che in questa pala praticato?.

Il giro della chiesa ormai è compiuto; ma prima di passare alla considerazione della sagrestia e del monastero, non ti incresca un’occhiata al ritratto di Pio VII sulla maggior porta, dipinto da Teodoro Matteini per commissione dei monaci in memoria dell’esaltamento al soglio di quel pontefice quivi avvenuto. Indi dirigendoci ad osservare l’ampia sagrestia e la pala del suo altare, opera del Palma quando tornava dagli studi di Roma, potremo di qui pur condurci a visitare il convento. Non sarà inutile di condurci dapprima al coro d’inverno dove stanno i sedili del coro dell’antica chiesa, dove c’è pur l’organo e dove Carpaccio dipingeva la pala dell’altarino, né oscuri pittori gli altri quadri pendenti dalle pareti.

Scesi qui per osservare i chiostri, nel primo doppio chiostro ricomparisce il genio di Palladio da quel binato peristilio ionico nell’uno, e dalla cornice che lega la gronda nell’altro, scompartito da belle finestre. Sansovino ti appare nel chiostro secondo in una semplicità troppo severa se si riporti all’altra semplicità Palladiana, gaia, viva che con gli archi, colle colonne, con linee inavvertite ti parla al cuore, domina sulla immaginazione tua, né sai il perché.

E già soggetto di lode assidua furono ugualmente il refettorio e le sottoposte cantine. La scala che menava nel primo, la porta maestosa, sulla forma di quella dell’antico tempio di Spoleti; l’atrio anteriore al refettorio, ognuna di queste aggiunte Palladio era per verità sorprendente. Il refettorio andava chiaro anche per la grande tela di Paolo trasportata in Francia ed ivi esistente tuttavia a decoro delle aule regali di Parigi. Rappresentava essa le nozze di Cana che la mente vivace di Paolo volgeva in un banchetto, a cui sedevano i principali personaggi del suo tempo. Lo sposo era il marchese Alfonso del Vasto ed accanto la marchesa sua moglie. Nella sposa si ritraeva la moglie di Francesco I re di Francia, cui appresso le sedeva il re medesimo. La moglie di Arrigo VIII re d’Inghilterra, il sultano Ackmet II, Carlo V, due cardinali ed alcuni monaci di questo monastero erano tutti ritratti, collocando Paolo sé stesso tra i suonatori in compagnia di Tiziano, di Tintoretto e del Bassano.

Dopo tali parti, nel rimanente del cenobio spuntano i ermi del seicento. Ciò non di meno nobile è la scala di Baldassare Longhena il soffitto della quale, colla visione della scala di Giacobbe, veniva dipinto da Valentino le Fevre; grandiosi i dormitori, tratti in parte dagli antichi, i giardini, gli orti, tutto è qui vera magnificenza.

Passando all’esterno, un palazzo al lato sinistro della Chiesa, appartenente alla famiglia del doge Ziani, si acquistava dai monaci onde erigere grandiosi magazzini a comodo dei mercatanti, e bilanciare quest’ala coll’altra che ha l’ingresso primario del convento; si ampliava da essi la riva altresì per dar più maestà al prospetto del tempio, e niente si pretermetteva che rendesse angusta, per cosi esprimerci, quest’isola.

Nel 1806 statuiva però Napoleone la concentrazione di questo ramo della compagnia cassinense in quello di Santa Giustina di Padova. Solo un monaco, Placido Ragazzi, non volle abbandonare si cara solitudine e ci rimane tuttavia. Nel 1808 dichiarata l’isola luogo di franchigia si fecero grandi scavazioni; un vasto molo recinse l’isola, e larga sponda marmorea, costruita dirimpetto al molo, terminata da due torricelle o vedette, formarono un bacino capace di diciotto grossi bastimenti. Il convento si tramutò allora in un fondaco mercantile; e la chiesa, dimesso ogni divino ufficio, era vicina a divenirlo, quando il patriarca Saverio Gamboni in quel medesimo anno la riapriva e la restituiva ai fedeli.

Durò la franchigia in quest’isola sino al 1829 in cui la magnanimità dell’imperatore Francesco I, estendendola a tutta la città, fece convertire San Giorgio in un emporio delle nazionali mercatanzie.(2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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