Chiesa di Santa Maria della Salute vulgo la Salute

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Chiesa di Santa Maria della Salute vulgo la Salute - Dorsoduro

Chiesa di Santa Maria della Salute vulgo la Salute. Seminario di Chierici Regolari Somaschi

Storia della chiesa e del seminario

Sorpresa la città nell’anno 1630 da fierissima peste, che pose in poco tempo fra i morti un gran numero dei cittadini, si rivolse il senato per allontanare così aspro flagello ad implorare la Divina Misericordia, e si obbligò con solenne voto all’erezione di un magnifico tempio col titolo di Santa Maria della Salute, alla di cui visita dovesse poi annualmente portarsi con divora pompa il principe, ed il senato. All’erezione della votiva chiesa furono destinati tre illustri senatori, i quali come il più opportuno fra gli altri alla decretata fabbrica scelsero il luogo della Santissima Trinità, ove trasportato si era il seminario patriarcale. Per un oggetto così nobile, ed interessante acconsentì il patriarca Tiepolo alla vendita, e dopo averne fissato il giusto prezzo, gettò egli stesso nel giorno primo di aprile dell’anno 1631 la prima pietra benedetta nei fondamenti, insieme con alcune medaglie di diversi metalli, nelle quali si rappresenta l’immagine di Nostra Signora con la causa e tempo della fondazione, come si vede fra le altre incise dopo la prefazione. Mentre però la magnifica chiesa andava avanzandosi verso il suo totale compimento, decretò la maturità del senato nel giorno 29 di dicembre dell’anno 1656 di doverla consegnare ai Chierici Regolari della Congregazione di Somasca fondata già per il raccoglimento, ed educazione degli orfani dal Beato Girolamo Miani patrizio veneto, idi cui religiosi figli eredi dell’apostolica carità del santo loro padre ivi si esercitavano fruttuosamente nell’istruzione dei chierici del seminario consegnato alla lor cura. Accolse con esultanza la congregazione di Somasca il magnifico dono, e tosto accanto di esso dispose l’erezione di un ben disposto collegio, nei fondamenti del quale volle di sua mano collocare la prima pietra nel giorno 17 di febbraio dell’anno 1670 il patriarca Giovanni Francesco Morosini, né molto dopo si condusse la fabbrica a decoroso compimento.

Ridotta poi ad intera perfezione anche la chiesa, vi fu all’altare maggiore di essa per ordine pubblico collocata la celebre immagine di Nostra Signora, che con somma venerazione si custodiva nella Cattedrale di San Tito di Candia, trasferita a Venezia nell’anno 1672, allorché quell’illustre metropoli pervenne in potere degli ottomani.

Altra sacra immagine della Madre di Dio si custodisce all’altare a lei dedicato sotto il titolo della Santa di lei Natività, e di essa riferisce un antico documento scritto in lettere greche, che fosse stata da Emmanuel imperatore di Costantinopoli riposta nella Basilica di Santa Sofia, ed ivi con particolar culto venerata.

Fu poi nel giorno 9 di novembre dell’anno 1687, per mano di Luigi Sagredo patriarca di Venezia consacrata la maestosa chiesa, il di cui decoro vien accresciuto dalle copiose reliquie, delle quali ella è arricchita, e le principali di esse sono le seguenti. Il corpo di San Crescensione martire, di cui si rileva dall’iscrizione sepolcrale, che sia vissuto anni 20 e si celebra la solennità del di lui martirio sotto rito doppio nel giorno 10 di marzo, come pure l’ufficio della traslazione del medesimo sotto rito semidoppio nel giorno 22 di settembre. Il corpo di San Giusto martire, la di cui festa con rito doppio solennizzata cade nel giorno 27 di aprile. Il Corpo di San Fabiano martire, la memoria del quale vien con rito doppio festeggiata nel giorno 29 di novembre. Porzione del cranio di San Cipriano vescovo di Cartagine, e martire, adornata con lama di argento, in cui si legge con greci caratteri inciso il nome del santo. Un osso del braccio del taumaturgo Sant’Antonio di Padova, conservato in nobile custodia all’altare dedicato al di lui nome. Questo dai santuari della chiesa di Padova, ove riposa il santo corpo, fu per comando del senato nell’anno 1652 fra gli applausi, e le festose acclamazioni d’infinito popolo tradotto a Venezia, e nel giorno 6 di giugno dell’anno stesso con devota e pomposa processione collocato nella Chiesa della Salute, e comando poi il Senato in questa occasione, che dovesse il principe accompagnato dai senatori portarsi ogni anno alla visita della sacra reliquia, alla di cui venerazione dovessero pure processionalmente concorrere ambi i cleri, e le Scuole Grandi della città. Un osso del braccio del Beato Girolamo Miani patrizio veneto, ed illustre fondatore della congregazione di Somasca.

Uscirono di questa casa molti soggetti illustri per pietà, per dottrina, e per ecclesiastiche dignità, dei quali troppo lungo sarebbe il tesserne un esatto indice.

Visita della chiesa (1839)

Stettero i chierici nel seminario della Santissima Trinità sino al 1630 in cui, sorpresa la città da fierissima peste che nella sola capitale estinse ben 80.000 persone e più di 600.000 ne mieteva nelle province, il senato, ad allontanare sì aspro flagello, si fece ad implorare il cielo obbligandosi con solenne voto, prima alla erezione di un magnifico tempio in onore di Santa Maria della Salute, poi all’annua visita che con devota pompa, far dovesse il principe ed il senato a quel tempio. Nel mese di dicembre 1631, cessato il flagello, il governo adempì immediatamente alla, promessa. Invitò, col mezzo dei propri ambasciatori i più celebri architetti di tutte le azioni a produrre il modello del tempio sontuoso, e ne diede la cura della scelta a tre senatori. Ma frattanto per non indugiare il pubblico rendimento di grazie aveva il senato fatta costruire in quattro giorni una gran chiesa di legno, che addobbata preziosissimamente, aveva nel mezzo un altare coll’immagine di Maria Vergine. E siccome per recarsi dal palazzo ducale a quel sito conveniva attraversare il gran canale, così fu costrutto un ponte provvisorio, simile a quello che viene adoperato per la festa del Redentore, e che, partendo da San Moisè, metteva capo al punto della festa. Le colonne, i porticati e le finestre della piazza, guerniti di orientali tappeti, presentavano l’aspetto di un magnifico teatro. Nel mezzo delle procuratie nuove s’innalzava un palco per il magistrato di Sanità, sopra cui venivano posti gli stemmi dei patrizi componenti allora quel consesso, nonché un superbo quadro colla Vergine ed i Santi Rocco e Sebastiano; finalmente, dalla porta principale della basilica fino al ponte piantato a San Moisè, stavano disposti degli archi coperti di panno bianco, affinché sotto di essi passassero le processioni. Tra di quegli archi si distinguevano per magnificenza: uno all’uscita della piazza, l’altro all’imboccatura della via conducente al ponte ed il terzo al capo del ponte stesso. Il giorno 28 novembre il doge Nicolò Contarmi, accompagnato dall’augusto suo corteggio, discese nella basilica Marciana, dove si trovava unito il senato per assistere ad una messa solenne, mentre che uno dei comandatovi del Magistrato di Sanità ad alta voce annunziava nella pubblica piazza: avere il Signore, per l’intercessione di Maria, accordata la grazia di liberare la veneta capitale e tutte le sue province dal flagello della peste. Non appena erano state proferite tali parole, che l’aria echeggiava dei sacri bronzi, si alzavano altissime grida di gioia e le lagune rimbombavano di colpi d’artiglieria. Terminato nella basilica di San. Marco il divino sacrificio, si dava cominciamento alla processione, che giunta e raccolta nella nuova temporaria chiesa all’altra sponda del canale, intonava il Te Deum.

Ma a si sontuosa festa non si rimase la pietà del senato. Malgrado le immense spese allora sostenute per la guerra di Mantova e durante i sedici mesi del contagio, distribuì molte largizioni ai poveri delle parrocchie, agli spedali e ad ogni pio ospizio. Fedele poi al patto di erigere il nuovo tempio, scelse: tra i prodotti disegni, quello di Baldassare Longhena, stabilendo di piantarlo in questo sito medesimo ove aveva innalzata l’anzidetta chiesa provvisoria. Fu quindi mestieri di atterrare il monastero e la chiesa della ss. Trinità e trasportare il seminario dei chierici di bel nuovo a San Cipriano di Murano. E nel mentre che la magnifica chiesa andava avanzandosi al compimento decretò il senato nel 1656 di consegnarla ai chierici regolari della congregazione di Somasca, instabiliti per lo raccoglimento e per l’educazione degli orfani dal beato Girolamo Miani patrizio veneto. Impresero essi bentosto ad erigere un collegio che ricevette compimento nel tempo medesimo della chiesa, cioè nell’anno 1672, e che non riuscì punto inferiore ad essa per la magnificenza.

La chiesa consacrata nel 1687, può dirsi vera basilica ed un’opera ammirabile in ogni sua parte. Grandioso però e di effetto sorprendente ne è il prospetto diviso in tre facce; media l’una e laterali le altre. Si ascende per una gradinata di quindici gradini che muove intorno alle tre facce, ed entrati nell’interno, ad onta che infelice corresse il gusto all’epoca in cui fu eretto, sono così sublimi le impressioni che riceviamo in questo tempio che ognuno debba proclamarlo un’inspirazione del genio. Una rotonda ottangolare è nel mezzo sostenuta da otto colonne alte piedi 40 e sulle quali gira all’intorno un cornicione composito adorno di balaustri e di otto grandi statue. Si erge poi sul cornicione un’altra elevazione alta piedi 30, che seguitando l’inferiore ordine ottangolare ha sedici finestroni e viene terminata da altra cornice dentellata di nuova invenzione. Da quest’ultima cornice muove la gran cupola, avente settantadue piedi di diametro e cinquanta di altezza con la lanterna in fine alta piedi trenta. E la cupola, ed il resto di sì augusto tempio sono ricoperti di lamine di piombo; il pavimento è lastricato a disegno di bellissimi marmi, ed intorno alla descritta rotonda ottangolare cammina un andito nel quale sono le sei cappelle corrispondente ciascuna ad uno degli archi della detta rotonda, mentre agli altri due corrispondono la porta principale e l’altar maggiore. Quest’ ultimo di forma semicircolare e di bella architettura d’ordine corintia e composito ha nel mezzo l’altar isolato di marmo di Carrara con rimessi ed ornati di altri rari marmi e bronzi dorati e con quattro colonne corintie sostenenti un baldacchino. Dietro all’altar maggiore vi ha il nobilissimo coro quadrato da cui si entra nella sagrestia.

Facendoci ora al solito esame particolare cominceremo dal primo altare alla destra di chi entra e nel quale Luca Giordano di Napoli fece la tavola di Maria Vergine che ascende i gradini del tempio. I due quadri ai lati sono di Antonio Triva da Reggio, valoroso discepolo del Guercino, e pittore di bella maniera: offrono i Santi dottori Ambrogio e Agostino. Nel secondo altare è dello stesso Giordano la tavola di Maria Vergine assunta al cielo ed è di Giammaria Morlaiter la statua in marmo carrarese di San Girolamo Miani. La nascita di Maria Vergine nel terzo altare è del medesimo Giordano, come pure sono del rammentato Triva i due quadri laterali, con i Santi Girolamo e Gregorio.

Sul grandioso maggior altare sorge un gruppo, scolpito da Giusto Le Curt, fiammingo, rappresentante la Pestilenza che fugge, e i Santi Marco e Lorenzo Giustiniani. Si custodisce in questo altare la veneratissima Immagine di Maria Vergine, portata di Candia dal generale Francesco Morosini nel 1672 allorché cadde quel regno in potere degli Ottomani. Osservabile è il parapetto che si discopre nei giorni solenni in questo altare, si per la copia delle pietre pregevoli e sì per lo minuto travaglio e per le gentili pitture. Sono altresì di bel lavoro i candelieri di bronzo posti sulla mensa di questo altare, fatture forse, di Andrea di Alessandro Bresciano, il quale lasciò il suo nome scolpito nell’altro gran candelabro che sta alla destra dell’altare medesimo. Al basso di quest’ultimo candelabro sono espresse e la discesa dello Spiritò Santo e l’Annunziazione e la predicazione di San Paolo, cose tutte imitate dai dipinti di Tiziano. Sotto il vólto, in faccia all’altare, vi è finalmente un gran quadro con Maria Vergine supplicata da parecchi Santi a liberare Venezia dalla pestilenza: opera brillante di Bernardino Prudenti, veneziano. Nel soffitto poi, dietro l’altare, vi sono tre quadri di Giuseppe Salviati. Rappresentano Elia ristorato dall’ Angiolo, la Manna ed Abacucco per i capelli trasferito da un Angiolo alla fossa dei leoni ove era rinserrato Daniele. Gli otto ovati, con gli evangelisti e con quattro dottori della nostra chiesa, sono opere di Tiziano pressoché settuagenario: e per certo sprezzo con che sono, condotte sbalordiscono ogni maestro dell’arte. Nell’Evangelista San Matteo, più d’appresso all’ala del Vangelo dell’altare, fece Tiziano il proprio ritratto.

Nel primo altare, dall’altra parte della Chiesa, la tavola con la missione dello Spirito Santo fu dipinta da Tiziano nel suo anno sessagesimoquarto ed apparteneva alla chiesa di Santo Spirito. In quest’opera, bene inventata e composta, belle sono alcune teste e naturali le espressioni. Ai lati di questa cappella vi sono altri due quadri del ricordato Triva cogli evangelisti Marco e Luca.

Nella pala del secondo altare Pietro Liberi, padovano, rappresentò Venezia prostesa innanzi a Sant’Antonio di Padova e per questa pala Liberi fu creato cavaliere nel 1652 dal doge Molino. Nell’ ultimo altare ci viene data siccome fattura dello stesso Liberi la tavola con Maria Vergine Annunziata. Opera è certo di alto concepimento e di un grande ardire nel colorito.

Di qui passando nella sagrestia, degna certo di sì nobile chiesa, e lunga piedi veneti 45, e larga 26, con altezza corrispondente, si ammireranno nel soffitto di essa le tre opere immortali di Tiziano; Abele ucciso, il sacrificio d’Isacco, e la vittoria di Davide sopra Golia. In quelle opere, qui trasferite dalla chiesa di Santo Spirito, Tiziano spiega tutta la grandezza e la sublimità dell’ingegno, tutta la dottrina e negli ignudi e nella prospettiva; l’alta sua meditazione nell’uso dei più minuti accessori, in somma quanto il costituisce veramente il primo pittore del mondo. È della prima maniera di Tiziano la tavola sopra la porta alla destra dell’altare con San Marco che siede nell’alto, ed al basso i Santi Sebastiano Rocco, Cosma e Damiano. Amorosamente condotta questa tavola, più bella è resa dai caratteri delle teste e dal bellissimo panno bianco, che copre in parte la figura di San Sebastiano. Fu restaurata nel passato secolo dal Bertani e dal Diziani. La tavola dell’altare con Maria Vergine della Salute è, di Alessandro Varottari, soprannominato il Padovanino, ed i due quadretti ai lati dell’altare medesimo, l’uno con la testa di San Paolo è di Lorenzo Lotto e l’altro con la testa del Salvatore è del Cordella. All’altra parte di questo altare, in corrispondenza alla detta tavola di Tiziano, vi è un quadro bislungo di Marco Basaiti. La semplicità dello stile, unita a somma correzione, ed il giudizioso avanti indietro rendono oggimai giustamente apprezzata questa opera per lo addietro quasi negletta.

Nel fianco tra le finestre Jacopo Palma il giovane fece le due figure di Sansone e Giona, e il ricordato Salviati le altre due di Aronne e di Giosuè, non meno che il quadro con la cena di Nostro Signore sopra la porta per la quale si passa alla chiesa, ed i due quadri laterali alla cena stessa rappresentanti Davide vincitore incontrato dalle allegre donne e quelli quadri laterali alla gran Cena, di Tintoretto esprimenti Saule che vibra la lancia contro Davide. Sotto uno di questi quadri vi è un quadrettino che sembra di Girolamo Romanino di Brescia, con Maria Vergine tenente il Bambino e con due santi. Il gran quadro colla Cena è una delle poche opere, nelle quali Jacopo Tintoretto lasciasse il suo nome. Fatto pel Refettorio dei Crociferi, dei quali si vede alcun ritratto, il Refettorio veniva ad apparire del doppio maggiore per averne il pittore seguitato l’ordine e il disegno del soffitto. Comunque bellissimo sia il ritrovamento di quell’opera, nulladimeno si ascrive a difetto il punto troppo alto della veduta, e troppo vicino quello della distanza; onde nasce che le lontane figure diminuiscono molto dalle più vicine. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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