Chiesa e Monastero di Santa Maria del Rosario vulgo dei Gesuati

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Chiesa di Santa Maria del Rosario vulgo dei Gesuati - Dorsoduro

Chiesa di Santa Maria del Rosario vulgo dei Gesuati. Monastero dei Domenicani Osservanti. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa e del monastero

Dall’umile religiosa famiglia, fondata già in Siena dal Beato Giovanni Colombino, si portarono alcuni a Venezia per ivi fissare al loro ordine un’abitazione. Per alquanto tempo si fermarono in una casa presa a pigione nella Parrocchia di Santa Giustina, finché nell’anno 1392, avendo ottenute alcune casette in contrada di Sant’Agnese per pio legato di Pietro Sassi, ivi stabilirono il loro domicilio, che per molto tempo si chiamò casa della compagnia dei poveri Gesuati. Per trent’anni vissero quivi ristrettamente, finché avendo nell’anno 1423, ricevuta da Francesco Gonzaga primo marchese di Mantova una ricca elemosina, poterono con essa, e con altre pie oblazioni dei fedeli atterrare le anguste case, e formar un chiostro non molto ampio, ma sufficiente alla povertà, che professavano. Contiguo al chiostro eressero pure un decente oratorio sotto l’invocazione di San Girolamo, nel quale con la facoltà ottenutane nell’anno 1434 dal vescovo di Venezia San Lorenzo Giustiniano, disposero la sepoltura comune dei frati, che fu poi nell’anno 1436 benedetta insieme coll’atrio esteriore dell’oratorio da Pietro d’Orvieti vescovo di Giovenazzo, allora ospite nel monastero dei poveri Gesuati.

Permise Dio a prova della virtù degli umili suoi servi, che nell’anno stesso 1436 fossero accusati al sommo pontefice Eugenio IV di gravissime colpe; perciò egli tosto spedì a Venezia il delegato apostolico San Giovanni di Capistrano, affinché unitamente al vescovo San Lorenzo esaminassero la verità dei supposti delitti, sopra i quali essendone formato esatto processo, furono i poveri Gesuati riconosciuti innocenti. Da ciò ne derivò loro maggior credito, sicché nell’anno 1473 essendo stato eletto doge di Venezia Niccolò Marcello, volle egli a ginocchia piegate ricevere il corno ducale da Girolamo Scardena, e a Giovanni Veronese poveri Gesuati per l’alta stima, in cui aveva la loro religione, alla quale si dimostrò poi sommamente benefico.

Si pensò poi dai buoni religiosi di fondare nel sito dell’antico oratorio una conveniente chiesa, nei di cui fondamenti pose la prima pietra benedetta il patriarca Tommaso Donato; e quantunque ella fosse e di moderata spesa, e di mediocre ampiezza, pure per la povertà di quelli, che la fabbricavano, penò trent’anni a ridursi al suo compimento; e fu in seguito consacrata nel giorno 21 di dicembre dell’anno 1524 da Giovanni vescovo Tiberiadense ad onore di Maria Vergine sotto il titolo della Santa Visitazione.

Fra gli uomini illustri di questa religione, che vissero in Venezia, meritano singolare menzione Antonio Bembo, ed un altro Antonio Veneziano, di cui è ignoto il cognome, quali per il merito di una virtù singolare, e dell’austera vita, che condussero, furono da molti scrittori fregiati col titolo di Beati. Antonio Corraro pure, quegli che fu poi da Gregorio XII, creato cardinale, viene da alcuni noverato fra gli alunni di questa religione; il che se è vero, lo fu certo per pochissimi giorni, mentre dagli atti certi, che abbiamo della di lui vita, non si ritrova tempo, in cui assegnarlo all’ordine dei Gesuati. Accrebbe il decoro di questo picciolo convento la lunga dimora, che in esso fece il Beato Antonio da Tossignano, dappoi vescovo di Ferrara, il quale in questi chiostri compì il suo noviziato, e vi abitò per molti anni legato in stretta amicizia col Santo vescovo di Castello Lorenzo Giustiniano.

Sin all’anno 1668 possedette questo monastero la religione degli umili Gesuati, vivendo per lo più con le fatiche delle lor mani, quando per soccorrer nelle maniere possibili all’angustie della Repubblica di Venezia nella funesta guerra di Candia, pensò il pontefice Clemente IX di sopprimere alcune religioni, e fra queste quella dei Gesuati; il che decretò con bolla segnata nel giorno 6 di dicembre dell’anno sopraccitato, assegnando le rendite dell’estinte religioni in soccorso della guerra contra il comune nemico.

Nell’anno susseguente alla soppressione acquistarono i padri Domenicani della congregazione osservante, chiamata del beato Giacomo Salomone, il disabitato monastero, di cui ne confermo la vendita Lorenzo Trotti arcivescovo di Cartagine, e nunzio apostolico in Venezia. Nel giorno poi 1 di luglio dello stesso anno furono in tradotti al possesso dei sacri acquistati luoghi i nuovi piissimi abitatori, i quali poi conoscendo per l’esperienza di molti anni essere troppo angusta la chiesa alla frequenza del popolo, che concorreva alle sacre finzioni, determinarono in qualche distanza dall’antica chiesa fondarne una nuova più maestosa, e più ampia. Benedisse la prima pietra nel giorno 27 di maggio dell’anno 1726 il patriarca Marco Gradenigo, e con festiva pompa la ripose nei fondamenti insieme con una medaglia già esibita con altre al fine della prefazione, dedicando fino di allora la chiesa da fabbricarsi ad onore di Maria Vergine sotto il titolo del di lei rosario. Accorse la Divina provvidenza col mezzo dell’elemosine abbondanti dei fedeli al presto compimento del sacro edificio, sicché nell’anno 1743 poterono celebrarsi in esso i divini offici, che furono cominciati con solenne apparato di un devoto triduo. Ridotta poi a perfezione di abbellimento la chiesa con vaga facciata di marmo, e con sette altari magnificamente eretti di scelti marmi, fu poi consacrata solennemente da Alvise Foscari patriarca di Venezia.

Ridotta ad intera perfezione la casa di Dio, pensarono poi i religiosi a dilatare la propria troppo angusta al numero degli abitanti, ed incomoda ai ministeri del loro istituto. Fu disposto dunque un modello di modesto bensì, ma decoroso monastero, di cui sarà il maggiore ornamento una copiosa libreria di scelti volumi, resa la più nobile, ed abbondante fra le pubbliche della città dal pio, e liberale donativo, che fece ancor vivente della rinomata sua biblioteca a questo monastero il celebre letterato Apostolo Zeno, che volle in questa chiesa essere sotterrato.

Una Spina del nostro Redentore, il corpo di San Mariano martire, ed un osso intero di San Giovanni di Dio donato già da Clemente X a Batista Nani ambasciatore veneto a Roma, e da esso offerto a questa chiesa, sono i di lei più preziosi ornamenti.

Ad essa trasferite furono dalla chiesa vecchia le ossa di due grandi serve di Dio, che professarono sotto la direzione dei padri di questo monastero l’istituto del terzo ordine di Penitenza di San Domenico, e furono suor Maria Caterina della volontà di Dio, e suor Fialetta Fialetti, l’ammirabili vite delle quali ripiene di virtuose operazioni, e di doni soprannaturali, e celesti già sono prodotte con le pubbliche stampe.

Fra i religiosi poi, che con singolar proibita di costumi, e con fervore di zelo risplendettero in questo monastero si distinse il padre Reginaldo Maria Panighetti, la di cui vita fu un continuo indefesso esercizio di carità cristiana a vantaggio dei suoi prossimi.

Nato questi nelle superstizioni del giudaismo, fu in età di tre anni da sua madre illustrata da lume celeste alla cognizione della vera fede condotto fra i cristiani, ed allevato nella pietà, e nelle scienze abbracciò l’istituto dei Predicatori nella Congregazione Osservante del Beato Giacomo Salomone; in cui dopo i corsi dei suoi studi fu preposto per la rara sua virtù all’educazione dei novizi. Donatosi poi interamente all’aiuto dei prossimi, non solo ridusse moltissimi nel sentiero della salute, ma indirizzò anche alcuni all’acquisto di una singolare perfezione, fra i quali si annoverano le due già sopra lodate Vergini Terziarie. Nella moltitudine degli affari da quali era oppresso conservò tuttavia una tale pace di spirito, che sempre zelante e soave consolava chiunque a lui o per consiglio, o per aiuto ricorresse. Finalmente visitato da Dio, (come fervorosamente l’aveva chiesto) da lunga e penosa malattia, dopo averne con mirabile pazienza tollerati all’incomodi dormi soavemente nel Signore contando di vita ottantasei anni compiti. (1)

Visita della chiesa (1839)

Passando ora ad esaminare la nobile chiesa dei Gesuati, anche ai men veggenti apparirà il soffitto, dipinto da Giambattista Tiepolo, un’opera della più sorprendente illusione per gli effetti della luce, per la nobiltà più sottile dei contrapposti. Diviso in tre comparti, quello verso la porta raffigura San Domenico in gloria, quello maggiore di mezzo, lo stesso santo che, atterrata l’eresia albigese, distribuisce rosari a vario genere di persone, e l’ultimo San Domenico, che benedice un laico dell’ordine, chiamato fra Paolo, molto benemerito alla fabbrica di questa chiesa. Sono pure del medesimo pittore i chiaro-scuri intorno il volto, nonché il Davide nel soffitto della cappella maggiore.

La pala del primo altare con Nostra Donna e Santa. Rosa di Lima con il Bambino, Santa Catterina col crocefisso, e Santa Agnese di Montepulciano è del detto Tiepolo. Qui tenne egli una maniera correttissima, un impasto di colorito che spesso ad olio neglesse, e qui poi fece pompa di certi magistrali avvedimenti nell’uso delle penombre, che chiunque studierà in questa pala ne trarrà buon profitto.

Sono di Giambattista Piazzetta le pale dei due altari seguenti. Mostra l’una l’effigie di San Domenico fra ornati di marmo scolpiti da Giammaria Morleiter, e la seconda i Santi Vincenzo Ferreri, Giacinto, con un’immagine di Nostra Donna ed il Sacramento tra le mani, e Lodovico Bertrando con un calice, da cui per miracolo esce un animaluccio.

All’altra parte si trova nel primo altare una tavola di Jacopo Tintoretto con Cristo in croce e le Marie, la più graziosa forse tra le opere di quel maestro, e nel terzo altare la pala con San Pio seduto in trono, San Tommaso in piedi e San Pietro martire genuflesso, l’estrema fattura di Sebastiano Rizzi.

Il ricordato Giammaria Morleiter scolpì intorno la chiesa e le sei statue rappresentanti Abramo, Aronne, San Paolo, San Pietro, Mosè, e Melchisedecco, e gli otto bassi rilievi, che offrono il Centurione implorante la salute, la guarigione del cieco nato, Cristo risorto che apparisce alla Maddalena, il battesimo di Cristo, l’incredulità di San Tommaso, la Samaritana, l’infermo della probatica piscina e San Pietro che passeggia sulle acque.

Ascritte erano altre volte a questa chiesa la confraternita del Nome di Dio, quella del Rosario e quella del Cingolo di San Tommaso, oltre un’altra, detta volgarmente l’Ora degli Agonizzanti, consistente nell’unione di persone devote obbligatesi a recitare il Rosario in certi dì determinati, e con tale distribuzione da esservi stato continuamente chi pregasse per lo buon passaggio delle anime. (2)

Eventi più recenti

Costituita parrocchiale la chiesa dopo la soppressione dei detti padri domenicani, parte del convento si ridusse in abitazione del parroco ed il resto nel 1823 si ridusse ad uso di ospizio per i figli orfani, al quale ospizio si congiunse anche la vecchia chiesa dei padri gesuati.

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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