Chiesa di Sant’Eufemia, nell’Isola della Giudecca

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Chiesa di Sant'Eufemia - Isola della Giudecca

Chiesa di Sant’Eufemia, nell’Isola della Giudecca

Storia della chiesa

L’isola della Giudecca oggi così detta dalla non lunga dimora, che in essa fecero i Giudei, anticamente si chiamava Spina lunga dalla sua estensione in lunghezza, a cui per niente corrispondeva la larghezza, assai allora minore di quello che è al presente. Poiché circa i principi del secolo XIV con le concessioni fatte ai privati delle paludi attaccate all’isola fu ella di molto dilatata con l’aggiunta di edifici, di orti, e di monasteri. Quantunque sano molte le chiese, che nell’isola in diversi tempi furono erette, una sola dedicata alle Sante Vergini Eufemia, Dorotea, Tecla, ed Erasma martiri in Aquileia ha la cura dell’anime, alle quali amministra gli ecclesiastici sacramenti.

Francesco Sansovino descrivendo questa chiesa, la dice fondata dalla patrizia famiglia Dente nell’anno 952, ma poi nella vita di Orso Participazio eletto doge nell’anno, 864 ne ascrive il merito a tre nobili Famiglie dei Barbolani, Iscoli, e Selvi, i quali richiamati dall’esilio in patria ebbero per grazia l’Isola di spinalunga, chiamata oggi Giudecca, dove edificarono la Chiesa di Sant’Eufemia con altri Oratori.

Un’antica iscrizione in marmo affissa alle pareti della chiesa ci palesa, esser stata consacrata nel giorno 3 di settembre dell’anno 1371 da Luca vescovo cardicense, e da Bartolommeo vescovo agiense, e nove anni dopo fu con altri due consacrato l’altare maggiore, in cui furono riposte reliquie delle sante titolari, ottenute da Aquileia per dono di un Giacomo Conte, detto dal Sansovino per errore patriarca. Il corpo di San Feliciano martire, e molte reliquie insigni di santi martiri estratte dai cimiteri cristiani di Roma, riposano in questa chiesa. (1)

Visita della chiesa

Si vuole fondata nell’864 da nelle famiglie dei Barbolani, Caloprini, Jesoli ec., che dopo il bando sofferto presero ad abitare la Giudecca. In più volte restaurata, dopo la metà del passato secolo si ridusse l’odierno stato. Essa ha tre navi, e chi vi entra vede a destra un quadro con la nascita di Cristo di Jacopo Marieschi. Del Zanchi sono le figure laterali al primo altare con San Rocco, e la Vergine in gloria. L’altare ha una bella tavola da Bartolommeo Vivarini fatta nel 1480, opera che si per la correzione, e si per la semplicità propria di quelle epoche merita la considerazione dell’intelligente.

Passato questo altare vi è un garbato quadro colla Visitazione di Giambattista Canal. La grandiosità delle pieghe, la scelta del sito, la varietà nella scarsezza medesima delle figure, la soavità del colorito debbono certamente farlo amare da chi, più che dei nomi, si pasca del pregio intrinseco delle opere. Dopo la cappella di Nostra Donna viene la sacrestia, sopra la porta ella quale vi è l’Annunziazione di Marieschi. Un ignoto fece la palla della cappella al destro fianco della maggiore con Sant’ Anna e vari santi.

Dipinse Alvise Benfatto ovvero dal Friso il quadro laterale del coro con la cena di Cristo, ed è della scuola di Paolo l’altro con la manna nel deserto. Un ignoto fece nel 1684 la tavola dell’altar maggiore rappresentante il martirio delle sante titolari Eufemia, Dorotea, Tecla ed Erasma.

Nell’altare dell’altra cappella è di Girolamo Pilotto la tavola con la Vergine, San Giovanni evangelista ed un santo pontefice. I due seguenti quadri poi nella chiesa si fecero, l’uno (la disputa tra i dottori) da Francesco Cappella, e l’altro (la fuga in Egitto) da Giuseppe Gobbis. Del detto Pilotto è la palla dell’altro altare col Padre Eterno ed i Santi Andrea, Pietro e Paolo, siccome è del Gobbis menzionato il seguente quadro colla Presentazione della Vergine.

Giammaria Morleiter operò il gruppo dell’Addolorata nell’ultimo altare, e Zanchi la tavola con Nostra Donna ed i Santi Valentino, Vincenzo, Nicolò, Agnese, Lucia con le anime purganti. Finalmente si operò da Marieschi l’ultimo quadro coll’adorazione dei magi, e dal ricordato Giammaria Canal il soffitto esprimente la gloria di Sant’Eufemia. Canal fu l’ultimo dei frescanti della passata scuola veneta, chiudendo seco forse nella tomba quella pratica prontezza nel dipingere, cosi necessaria negli affreschi; quell’ardire nelle masse, e negli scorci delle figure; quella forza negli avanti per allontanare leggermente gli indietro: in una parola quell’arte che, spinta all’ultimo segno da Giambattista Tiepolo, trovò tanti vigorosi seguaci nel passato secolo. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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