Chiesa e Monastero di Santa Caterina

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Chiesa di Santa Caterina - Cannaregio

Chiesa di Santa Caterina. Monastero di monache Agostiniane. Chiesa e monastero secolarizzati

Storia della chiesa

Del monastero di Santa Caterina e Martire, di cui sono egualmente remoti che nascosti i principi, furono i primi abitatori certi religiosi chiamati Sacchiti o Sacchini a ragione della modesta veste, che portavano di grossa tela simile a quella dei sacchi. Da un apostolico diploma di Gregorio IX si rileva che i Frati Sacchini, altrimenti chiamati della Penitenza di Gesù Cristo, militavano sotto la regola di Sant’Agostino, e Bonifacio VIII in una sua lettera dell’anno 1296 diretta al Vescovo Licolniense scrive, esser l’Ordine della Penitenza di Gesù Cristo uno di quelli, che nel Concilio di Lione erano sati soppressi da Gregorio X ed i loro monasteri e beni assegnati in sussidio della guerra sacra di Palestina, o in altri pii usi come per l’esteriore sua austerità erasi questo ordine assai diffusa nelle Provincie Cristiane, così pose il suo domicilio anche in Venezia sotto gli auspici di Santa Caterina nell’incamminamento, com’è probabile, del secolo XI nei di cui principi ebbe l’ordine stesso la sua prima origine. Vivendo dunque quei religiosi di sole elemosine, e queste di giorno in giorno minorandosi, furono finalmente costretti di abbandonare un luogo, in cui sussistere più non potevano, e che poi, secondo l’accennato decreto del Concilio Lionese celebrato nell’anno 1274 fu destinato a soccorso dei crocesegnati in Terra Santa.

Reso vuoto d’abitatori il monastero, Giovanni Bianco pio mercante veneziano, desideroso di far con le sue ricchezze un’offerta grata a Dio, avendo già comprata contigua al Monastero di Santa Caterina una casa, deliberò d’acquistare anche il sacro luogo per assegnarlo a qualche religiosa famiglia, che ivi facesse continuare il culto divino. Ne stabilì la vendita con diploma apostolico nel giorno 8 di giugno dell’anno 1288 il Pontefice Nicolò IV ne commise l’esecuzione al Vescovo di Castello Bartolomeo Quirini, il quale dopo fermato il prezzo, e le condizioni dell’acquisto diede nel giorno 8 del susseguente ottobre al devoto compratore il possesso del luogo già abitato dall’Ordine dei Sacchiti per doverlo assegnare a religiose persone che proseguissero vita monastica. Passati pochi mesi, da che erasi reso padrone del luogo il sopra lodato Giovanni Bianco, per adempire l’assunto impegno, consegnò nelle mani, ed in potere di Bortolotta Giustiniana, istituita prima Abbadessa e fondatrice, non solo l’antico Monastero dei Sacchiti, ma ancora la casa contigua, e tutti i suoi averi, dei quali solamente si riservò sua vita durante l’usufrutto per suo alimento, e confermò poi così pia e generosa donazione col suo testamento segnato nell’anno 1291.

Questa illustre vergine istituita madre del nuovo coro di sacre vergini era figlia del celebre Nicolò Giustiniano prima monaco in San Nicolò del Lido, e poi per dispensa apostolica marito d’Anna Michele consorti diseguale pietà, i quali dopo aver ricevuta da Dio la benedizione di numerosa prole, vollero terminare la lor vita nel divino servigio ritirandosi, Nicolò nel primiero suo Monastero, e chiudendosi Anna nel Monastero di Sant’Adriano di Costanziaco, in cui destinò di seguirla anche Bortolotta una delle tre di lei figlie. Quivi la buona vergine vestì le sacre lane di San Benedetto (ma prima di professarne la regola uscì di quei Chiostri desiderosa di stabilire in Venezia una nuova fondazione). Perciò avuto l’incontro fortunato d’ottenere le fabbriche di Santa Caterina, ivi sorto la regola di Sant’Agostino radunate molte nobili vergini, vi istituì un monastero, che dal nome degli antichi suoi abitatori continuò a chiamarsi di Santa Caterina dei Sacchi.

Da così fausti principi, e da così nobile fondatrice deriva questo monastero, che nel progresso del tempo andò sempre più rendendosi illustre non solo per l’aumento delle sue rendite, e per la nobiltà delle Religiose, ma anche più per gli spirituali tesori di cui fu arricchito, fra i quali il più pregevole è una Sacra Spina della Corona del Redentor Nostro, la quale ogni anno con divora pompa vien esposta all’adorazione dei fedeli nel mercoledì della Settimana di Passione.

Le altre sacre Reliquie onorevolmente custodite negli Altari di questa Chiesa sono: alcune ossa della mano della Santa Vergine Titolare acquistate nell’anno 1367. La sacra tesa di Sant’Alessandro Martire ottenuta nell’isola Stalimene da Marco Minotto Capitano dell’armata Veneziana nell’anno 1297 e da esso poi offerta a questa Chiesa. Il capo di uno dei Santi Innocenti Martiri trucidati in Betlemme. Un osso di Sant’Eliodoro vescovo d’Altino; porzione d’osso di Sant’Antonio di Padova; ed un’insigne reliquia di Santa Tecla vergine e martire. Per immemorabile consuetudine si celebra l’anniversario della consacrazione di questa chiesa nel giorno 8 di maggio. (1)

Visita della chiesa (1815)

Divisa in tre navi da colonne di marmo conserva le tracce di più lontana età, di mezzo a più recenti restauri.

Entrando per la porta interna, si trovano tre quadri nella parete che corrisponde alla porta. Il primo con Santa Caterina che dà la luce a un giovine, è di Pietro Vecchia: il secondo con la figura di Santo Agostino è della maniera ei Vivarini: il terzo con la famiglia di Tobia che offre doni all’angelo condottiero e lei figlio è di Antonio Foller, e ne ha le iniziali.

A fianco del primo altare è di Pietro Vecchia il quadro con una santa che tiene in mano una bandiera, e che è seguita da due angeli.

La tavola dell’altare è tanto più a dolersi che non goda d’ un lume favorevole, quanto più sarebbe necessario un esame a riconoscerne l’autore. Il Ridolfi la crede delle prime opere di Tiziano Vecellio, e come opera di costui venne intagliata dal Le-Febre: il Boschini invece la dice di Santo Zago che fu imitatore di Tiziano. Il modo di pensare è certamente del maestro, degno di lui è il paese, e la tìnta non ne è lontana: le forme per altro sono alquanto pesanti. Cosi ne parlò giudizioso il Zanetti (Pitt. Ven.). Forma, a così dire, base alla tavola di questo altare un dittico in cinque comparti con rozze figurine di marmo opera dei principi del secolo XIV. Esprimono, come vi è notato, cinque fatti della vita di santa Caterina.

Il quadro di Nostra Donna Annunziata sopra la porta ricorda la maniera del prete Genovese; ma è un misero lavoro il vicino quadro con San Girolamo.

La tavola dell’altare è opera non senza pregio di Pietro Richi. Rappresenta Nostra Donna in gloria, e i Santi Girolamo ed Agostino.

Dell’autore stesso che fece il quadro all’altra parte dell’altare, è pure quello, che qui si incontra, con San Girolamo che leva la spina al leone.

Il quadro sopra la porta con la incoronazione di Nostra Donna è della scuola veneta.

Nella cappella laterale alla maggiore la tavola di Francesco Lorenzi con Nostra Donna San Domenico e Santa Rosa venne ultimamente ristorata da Lattanzio Querena.

Opera mediocre è il quadro laterale con lo sposalizio di Santa Catarina e i Santi Agostino e Giuseppe.

Nella cappella maggiore, al lato destro i tre quadri con Santa Caterina flagellata alla colonna, che disputa fra i dottori, che si chiama dal padre ad adorare gli idoli, son opere giovanili di Jacopo Tintoretto, credute delle ultime sue dal Ridolfi. Il quadro che vi sta sopra, con Cristo all’orto è di Antonio Foler, opera però restaurata; destino avuto anche dalla mezza-luna che egli dipinse sopra l’altare, con la Risurrezione di Nostro Signore.

La tavola dell’altare con lo sposalizio di Santa Caterina è di Paolo Veronese.

Rispettato dal tempo è uno dei pochi lavori che permettano di riconoscere quanto fosse felice il pennello di quel grand’uomo. Ne abbiamo una stampa di Agostino Caracci, ed altra di Giambattista Jackson. Il ch. professore Gio. Prosdocimo Zabeo ne fece una descrizione minuta, e ne scoperse i pregi parziali (Elogio di Paolo Calieri).

All’altra parte di questa cappella Jacopo Tintoretto dipinse la santa nel carcere, unta le piaghe dagli angeli, quindi tra le ruote, finalmente decapitata. Di Jacopo Palma è il quadro che vista sopra, con la madre della santa che consulta per il matrimonio della figlia; ed è di Paolo Grassi il quadro con un angelo che appare alla santa.

Girolamo Brusaferro dipinse ad olio con molto valore la cupola con la santa in gloria, e quattro virtù a chiaro-scuro negli angoli.

Il quadro che segue sopra la porta con la nascita di Nostra Donna è opera di Antonio Foler. Vengono poi opere diverse d’ Jacopo Palma. Si veggono da prima due quadri, l’uno con Maria Vergine che tiene tra le braccia il bambino innanzi a Santa Caterina, non però volendola guardare perché non battezzata, avendovi da lungi il Santo eremita Ponzio che le mostra un quadretto con la immagine di Nostra Donna, l’altro con lo eremita che la battezza: dopo l’altare con una statua della santa vi è un quadro, dove gli angeli ne trasportano il corpo in cielo, e finalmente vi è una tavola di altare, dove Sant’Antonio fa vedere che il cuore del morto avaro era non nel petto, ma nello scrigno di lui, opera che assai già bisognosa di restauro lo ebbe dal nominato Lattanzio Querena.

Nell’ultimo altare vi è un quadro con Nostra Donna vicina al parto, opera dei primi tempi di nostra scuola, quando cominciava a risorgere. Vi è oltre a ciò una immagine di Nostra Donna, che alcuni vogliono di Giovanni Bellino.

Il quadro seguente con San Michele che discaccia i peccati mortali, è di Tiberio Tinelli.

Nella parete, che corrisponde alla porta, vi è da prima un quadro di Antonio Foler con Tobia e l’angelo, quindi una figura del Battista della maniera vivarinesca, e finalmente un quadro di Pietro Vecchia che rappresenta il padre di Santa Caterina, al quale non usciva che la immagine di Cristo qualunque volta voleva comporre un idolo.

Il busto in marmo sopra la porta è di Francesco Bocchetta veneziano.

Nella nave di mezzo si veggono sopra le cornici diverse storie dipinte da Andrea Vicentino tra vari ornamenti di colonnati e cartellami. Chi le osservi cominciando dalla maggior porta, troverà alla sua sinistra Mosè che fa scaturire l’acqua, dov’è il nome del pittore, l’adorazione del vitello, le sibille, Samia, ed Eritrea, il sacrificio nel tempio, ove era l’arca, tra l’esultare delle donne ebree.

All’altra parte, divisi dalle sibille Egizia e Tiburtina, vedrà quattro fatti della vita di Mosè nell’ultimo dei quali, ove si esprime come fu egli ritrovato nell’acque, sta l’anno di questi lavori, che fu il MDCVII.

Nella parete in faccia al maggiore altare vi sono lateralmente i due profeti Davide ed Isaia, dello stesso Andrea Vicentino, tra i quali si collocarono due quadri di mano incerta. Nell’uno il Signore comparisce alla Maddalena, nell’ altro apparisce a Nostra Donna. Sono anche di mano incerta i due quadri con fatti storici nell’ordine superiore, fra i quali vi è un quadro della maniera di Jacopo Palma con Santa Catarina in gloria. (2)

Eventi più recenti

Avocati i beni allo Stato con processo verbale del 21 giugno 1806 (in esecuzione del decreto del Regno Italico 8 giugno 1805) e concentrata la comunità in Sant’Alvise (decreto del 28 luglio 1806), il monastero fu trasformato l’anno successivo in liceo-convitto. Nel complesso del liceo-convitto era inclusa anche la chiesa di Santa Caterina che, devastata da un incendio nel 1977, venne abbandonata. Il fuoco distrusse la cupola (secolo XVIII), la volta affrescata del presbiterio, danneggiò il caratteristico barco o coro pensile delle monache che stava addossato sulla parete di fondo, ed il soffitto ligneo trecentesco. La chiesa venne infine restaurata nel 2013 e con l’occasione venne messa sopra l’altare una riproduzione dello “Sposalizio mistico di Santa Caterina” di Paolo Veronese. Attualmente viene utilizzata come aula magna per ospitare eventi, mostre, convegni.

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) GIANNANTONIO MOSCHINI. Guida per la città di Venezia all’amico delle belle arti. (Tipografia Alvisopoli. Venezia 1815)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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