Chiesa di San Canciano vulgo San Canzian

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Chiesa di San Canciano vulgo San Canzian. Cannaregio

Chiesa di San Canciano vulgo San Canzian.

Storia della chiesa

È cosa assai verosimile, che dai cittadini aquileiesi rifugiatisi per timore dei barbari nelle lagune di Venezia, sia stata fondata la Chiesa Parrocchiale dei Santi Canziano, e compagni illustri martiri in Aquileia. Chi ne sia stato il benemerito fondatore, ed in qual tempo ella sia stata eretta, non ci è manifesto, e solo da una iscrizione scolpita in marmo si rileva, esser ella stata consacrata nel giorno 20 di maggio dell’anno 1351 da Marco vescovo di Jesolo, e da due altri vescovi, essendone allora piovano Luciano Zeno: dal che alcuni poi ne dedussero falsamente, che la chiesa fosse stata opera dei nobili di tal famiglia.

Fu questa chiesa insieme con alcune altre della città di Venezia assoggettata per autorità della sede apostolica ai patriarchi di Grado; ed il Dandolo nella sua Cronaca rammemora il privilegio pontificio, con cui papa Alessandro IV concesse ad Angelo Maltraverso patriarca gradese l’uso del pallio in certi giorni solenni, e fra essi nelle solennità di San Silvestro, e di San Canziano: dal che non oscuramente si argomenta, essere stato anticamente in uso, che i patriarchi di Grado celebrassero pontificalmente in questa chiesa di loro giurisdizione nel giorno natalizio dei santi martiri titolari.

L’antica facciata della chiesa dimostrava i pregiudizi di sua gran vecchiezza fin dai tempi di Marc’Antonio Sabellico; ma rinnovata poi, ed adornata nei tempi susseguenti insieme coll’interno della chiesa si vede ridotta ad una assai decorosa struttura con sette altari di marmo, dei quali quello situato nella cappella a man destra della maggiore era anticamente dedicato a San Venerando Martire di Tours, il di cui sacro cranio si venera fra le Reliquie di questa chiesa, e con tal titolo fu dal piovano, e dal capitolo della chiesa solennemente donato alla benemerita famiglia Loredan, approvandone la donazione con suo diploma nell’anno 1515. Il pontefice Leone X essendo poi stata a questo altare collocata una delle sacre spine del Redentore nostro, fu da essa denominato l’altare della Sacra Spina; e finalmente rifabbricato in maniera assai decorosa dal piovano Sebastiano Rinaldi, fu per di lui volere dedicato sotto l’invocazione di San Filippo Neri, essendo il primo altare, che a questo santo fosse dedicato nella città di Venezia.

Anche l’altare nella cappella a mano manca della maggiore aveva per titolare la vergine e martire Santa Lucia; ma avendo la nobile famiglia, Widmann eretto con particolar magnificenza e la cappella, e l’altare, per riporre in essa il corpo di San Massimo vescovo e martire, lasciata l’antica denominazione fu poi la cappella chiamata di San Massimo. Questo santo, il di cui corpo e per la mirabile sua incorruzione, e per la moltitudine delle grazie miracolose alla di lui invocazione ottenute, si venera con distinto solennissimo culto in questa chiesa, vien da vecchi documenti della chiesa medesima apportato come martire e vescovo d’Emonia, ora Città Nuova nell’Istria, e si leggevano ai tempi andati nell’uffizio di sua solennità gli atti del martirio, che ora sono conosciuti supposti, comecchè appartenenti ad altro San Massimo martire celebratissimo nell’Asia, di cui trattano diffusamente gli scrittori Bollandiani al giorno 30 di aprile; e poi replicatamente al giorno 15 di maggio.

Quantunque però ignote siano le azioni di questo santo, ed oscura la certezza della di lui vescovile dignità per mancanza di autentici documenti, egli è certo però, che il corpo di San Massimo, ed insieme quello di San Pelagio, furono nel giorno 10 di ottobre dell’anno 1146 riposti in una stessa urna nella chiesa cattedrale da Adamo vescovo d’Emonia. Essendo poi da papa Eugenio IV nell’anno 1434, unito il vescovado d’Emonia a quello di Parenzo, e poi circa l’anno 1451, con nuova unione congiunto da Nicolò V a quel di Venezia, avvenne, che siccome nella prima unione delle due chiese quella di Parenzo adottò il culto di San Massimo, servendosi nella di lui solennità degli atti di San Massimo d’Asia, così nella seconda ebbe l’occasione o di ottenere, o di rapire il corpo di San Massimo un nobile della famiglia Badoar, il quale lo trasferì a Venezia, e lo donò alla chiesa di San Canziano, dentro i di cui confini abitava. Scrissero eruditamente delle difficoltà, in cui versano gli atti, la dignità, ed il luogo della morte di questo santo, oltre i sopra lodati continuatori del Bollando anche l’Ughello, ed il Tillemonzio, ed ultimamente Giovanni Sconlebio nel libro intitolato AEmonia Vindicata; ma non ostante restano le cose nella primiera oscurità, ed incertezza.

Comunque sia di tali circostanze, alla devozione dei fedeli basta il sapere, che il corpo di San Massimo custodito nella chiesa di Venezia era venerato con particolare culto nella chiesa d’Emonia fin dai principi del secolo XII e che il nome di Massimo comune a tanti santi diede l’occasione agli equivoci, dai quali si originò poi la confusione a tal segno, che da alcuni scrittori, e particolarmente dal Manerbio nell’aggiunta alle vite dei santi di Giacomo Voragine arcivescovo di Genova, fu asserito, esser il sacro corpo custodito in Venezia nella chiesa di San Canziano quello di San Massimo famoso vescovo di Reggio, di cui al giorno 27 di novembre si celebra la memoria nel Martirologio Romano.

Tale pure lo credette un ignorante, ma ardito prete reggiano, che desideroso di restituire alla sua patria qualche parte (come egli credeva) del santo suo vescovo, nascostosi nella chiesa di San Canziano di notte tempo segretamente ne levò il capo. Scopertosi il grave furto, fu tosto dal Senato per mezzo dei suoi ambasciatori implorata la suprema autorità del pontefice Sisto V acciocché con la forza di ecclesiastiche censure obbligasse i rapitori alla restituzione. Fu ella ben presto eseguita, e la venerabile testa portata a Chioggia, fu indi dal vescovo di quella città riportata a Venezia nel giorno 21 di novembre, e collocata nella Ducale Basilica di San Marco. Restò ivi solennemente esposta per tutta la susseguente giornata alla venerazione dei fedeli, e poi nel giorno 23 con pomposa magnifica processione, a cui col doge intervenne tutto il senato, fu per mano dell’arcivescovo di Spalato restituita e riunita al sacro suo corpo, della qual festiva ricupera fa annua commemorazione il clero di San Canziano nella messa del giorno 23 di novembre sacro al pontefice e martire San Clemente, di cui nella chiesa stessa si conserva un intero braccio.

Come però per ridur a Venezia la testa del suddetto santo aveva cooperato il vescovo di Reggio, così avendo molto desiderio il Senato di fargli cosa grata, ed avendo anche rispetto all’ intercessione del Sommo Pontefice, lo ringraziò con cortesi lettere in data del 26 novembre 1588 gli concesse per divozione sua, e del popolo alla sua cura commesso un dito del corpo di San Massimo, che ora solo manca all’integrità del venerabile corpo.

Unita al sacro corpo fu portata a Venezia una croce di bronzo, in cui si vedono formate di mezzo rilevo alcune figure, ora assai logorate dal tempo, le quali e in sé stesse e nei caratteri appresso ad esse incisi mostrano evidentemente la rozzezza del secolo XI in cui furono fatte, e come opera di tali tempi l’attestano concordemente eruditi conoscitori delle antichità, che l’anno esaminata. Né sarebbe inconveniente il credere esser questa una delle croci chiamate collarie, ovvero pettorali, la quale dal vescovo Adamo apposta si sia al santo corpo nell’occasione di riporlo insieme con San Pelagio nell’urna preparatagli. È antica consuetudine di benedirsi con questa croce gli inermi, e le guarigioni frequenti, che ne succedono, sono una prova mirabile della valida intercessione del santo appresso Dio. Nelle due unite tavole si esibiscono la forma della croce, quale ora si vede assai consunta, ed il ritratto del sacro incorrotto corpo, come tuttavia si conserva nella sua urna.

Oltre le sopraccennate reliquie si conservano pure negli altari di questa chiesa il corpo di San Candido Martire, e molte altre reliquie dei Santi Martiri, tratte dalle Cristiane Catacombe di Roma; ed è pure tradizione costante, che in essa vi sia riposto il corpo di Santa Savina Martire, benché non si sappia ora con certezza il luogo, ove fu collocato. Tradizione è pure, che in casa assai vicina alla chiesa vivessero circa il XIII secolo alcune donne, che si chiamavano Recluse, o Romite, il che a quei tempi era in uso frequente, e se ne rileva la prova da molti autentici documenti. Che di queste tali religiose femmine vivessero alcune appresso la chiesa di San Canziano oltre la tradizione popolare ne dà qualche congettura una piccola corte ivi contigua disposta a forma di piccolo chiostro con una finestrella ad uso di ruota da monache, e nell’anno 1742 essendo stato scavato il terreno della sagrestia per formarvi una sepoltura, ritrovati vi furono molti scheletri dei defunti, che dalla configurazione delle loro ossa dimostravano esse stati di femmine; onde si argomentò, che quivi fosse il cimitero di tali recluse. (1)

Visita della Chiesa (1815)

Questa ben compartita chiesa a tre navi è opera del secolo XVII; ed il prospetto offre il busto di Michele Tommasi che l’anno 1706 egli fece ridurre con suo lascito allo stato presente. Non ha molti anni, che nel grande ovato vi si dipinse il martirio dei santi titolari.

Entrando, sopra la prima porta laterale a destra si legge la epigrafe seguente al celebre pittore Tiberio Tinelli: Tiberio Tinellio equiti quem mortalium imagines aminantem mors heu rapuit intempestiva ut naturae ab arte devictae indulgeret Joannes Baptista Casella antistes fratri benemerenti moerens pos. Vixit annos LII. M. IV. D. XXII. Obiit anno MDCXXXVIII.

Nel primo dei quattro magnifici altari, eguali e delle forme e del marmo, travagliati circa l’anno 1730, soprattutto col danaro del parroco Sebastiano Molino, vi è una tavola di Bartolommeo Letterini. Rappresenta Nostra Donna, e i santi Giambattista, Francesco di Paola e Luca evangelista. Vi si aggiunse nell’alto il Cuore di Gesù.

Nell’altro altare lo stesso pittore figurò Nostra Donna nell’alto. Le si prostra d’innanzi San Giovanni Nepomuceno con appresso un angioletto tenente la palma del martirio in mano; e vi stanno al basso i santi Rocco e Valentino.

Sopra l’altra porta vi è in marmo il busto del parroco Gian Maria Previo, morto l’anno 1702. Meritamente all’ultimo parroco Michele Zanutti si è posta la memoria sepolcrale che più sopra vi si legge.

La cappella laterale alla maggiore appartiene alla famiglia Widmann. L’altare è opera di Clemente Moli. Vi è sostenuta da due angeli l’urna con il corpo di San Massimo, e sopra l’urna vi sta la statua del santo con altri due angeli, di cui l’uno gli tiene alto il manto, l’altro gli porta la mitra. Sovra l’altare vi è la statua di Nostra Donna fra due angeli, e quelle di San Paolo e della Fede.

La cappella maggiore fu ornata di stucchi da Abbondio Stazio e Carpoforo Mazzetti. La tavola dell’altare con il Padre Eterno in gloria, e al basso i Santi Canciano e Massimo è del Zoppo dal Vaso. I due quadri laterali, l’uno con la probatica, l’altro con la moltiplica dei pani e pesci, son opere di Domenico Zanchi.

Nell’altra cappella Niccolò Renieri dipinse Nostra Donna in gloria, e San Filippo Neri vestito da sacerdote. Una delle due statue laterali in marmo dei santi Sebastiano e Antonio abate tiene la epigrafe: G.° AB.” FL.° F. I due busti in marmo nelle pareti offrono il parroco Sebastiano Rinaldi che morì l’anno 1649, e Antonio fratello di lui. Le due iscrizioni nell’alto-appartengono al parroco Gian-Maria Grattarol, morto l’anno 1686, che fece a sue spese fabbricare e questa cappella, e la porta della sagrestia, sopra la quale vi ha in marmo il busto di lui.

La tavola del primo altare con Nostra Donna Concetta e i Santi Giuseppe e Antonio di Padova è del nominato Bartolommeo Letterini.

Nell’ultimo altare Giuseppe Angeli dipinse Nostra Donna assunta in cielo alla presenza degli appostoli. Sopra la porta si legge questa onorata memoria : Flaminii Cornelii S. clarissimi hujus ecclesiae sancti Canciani benefactoris Jo. M. Leonardius cum collegio suo hoc grati animi monumentum P. C. an. MDCCLXXIX.

Le due figure dei Santi Massimo e Canciano nei due quadri laterali all’organo sono opere mediocri di Giovanni Contarini. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) GIANNANTONIO MOSCHINI. Guida per la città di Venezia all’amico delle belle arti. (Tipografia Alvisopoli. Venezia 1815)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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