Famiglia Donà

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Rio Terà de la madalena, 2085 (Cannaregio) - Stemma Donato o Donà

Famiglia Donà/span>

Donato. Anche in riguardo allo origine della famiglia Donato si arrabattono i genealogisti nel volerla, chi discesa dalla gente romana Elia, come il Gamurrini, nella sua Storia genealogica; chi dalla Claudia, giusto Pier Antonio Alotto nella sua opera Claudia fortitudo: e quale la dice originata dagli antichissimi re d’Ungheria, siccome sente il p. Simeone Okoloki, nel suo Orbis Polonus. Né qui stanno soltanto le discrepanze, che altri la fanno venire nelle lagune dalle Contrade, altri da Mantova, altri ancora dalla Marca; ed il Malfatti ed il Frescot affermano, che parte delli Donato venne da Altino, e parte dalla Marca stessa; sicché in mezzo a cotante contraddizioni non vi è bussola che valga per poter uscire da questo pelago. Certo è che nobilissima e di origine antica è la famiglia Donato, la quale ebbe il merito di contribuire alla fabbrica della chiesa di Santa Fosca, e di d’istaurare quella di Santa Giustina; avendo poi molte onorate memorie in altre chiese.

Sette armi diverse di questa casa porta il Coronelli nel suo Blasone, ma sole due ultimamente ne usò. La prima fasciata d’azzurro e d’oro di quattro pezzi, sotto un capo d’argento; l’altra d’argento con due fasce vermiglie, sotto tre rose dello stesso colore, che è quella che si vede apposta al ritratto del nostro doge.

Il doge Francesco Donato secondo scrive l’illustre Cicogna, nacque nel 1468, da Alvise q. Andrea dalle Rose e da Camilla Lion di Marino. Menò a moglie nel 1494, una figlia di Alvise da Mula, e morta questa, sposò, nel 1496 una figlia di Antonio Giustiniani. Fra i magistrati da lui sostenuti in patria si annoverano quelli di capo dei X, di consigliere, di avvogadore, di savio del consiglio per ben ventiquattro volte. Fuor di città, Vicenza nel 1508, Rovigo nel 1545, Udine nel 1549, Padova nel 1521, lo videro loro rettore. Fino dal 1504 era ambasciatore appo Ferdinando d’Aragona, da cui fu fatto cavaliere. Nell’anno 1509, si recò ambasciatore straordinario ad Enrico VIII re d’Inghilterra, e vi rimase poi ordinario. Ai Fiorentini, nel 1512, fu pure ambasciatore, ed era destinato nella qualità stessa a Roma, ma ne chiese dispensa. Queste molte cariche sostenute da lui con grandissima prudenza e saggezza, gli meritarono la stola procuratoria de ultra, che conseguì il 27 ottobre 1532, in luogo del defunto Paolo Cappello. Morto il doge Gritti concorse al principato, e benché avesse ottennio maggior numero di suffragi, pure cede volontario a Pietro Lando il posto, acciocché per la quantità di concorrenti non fosse prolungata la scelta, a danno degli interessi dello Stato. Morto il Lando, la patria lo rimunerava della corona ducale, come superiormente dicemmo. Infiniti furono gli scrittori che encomiarono le di lui virtù. Tutti convengono essere egli stato di grande animo, amator della patria ed oratore eloquentissimo. Egli per le sue liberalità, massime per la protezione accordata alle lettere ed alle arti, quantunque avesse coperte le primiere magistrature, ciò nondimeno non accrebbe il suo patrimonio: curò sempre il bene della Repubblica e ne fa prova la rinunzia spontanea che lui fece del principato in favore del Lando, come notammo; e la sua magna eloquenza spiccò nelle ambascerie ed in senato, testimoniandolo principalmente Andrea Morosini nella sua Storia. Per tutte queste virtù lasciò grande desiderio di sé dopo morte. Oltre il ritratto accennato di lui, si vede la sua immagine, in atto di pregare la Vergine, e Santa Caterina ed altri Santi, nel dipinto operato da Jacopo Tintoretto, nella sala del Collegio, illustrato alla Tavola LXXX.

Il monumento del Donato stava sulla muraglia a parte destra entrando nel tempio dei Servi, i cui ornamenti di angeli e fregi erano lavorati in stucco, sicché al demolirsi di esso tempio nel 1816, andò ogni cosa distrutta, né si salvò che i resti mortali di lui che apparvero conservati; onde la pietà dei superstiti parenti li trasportò in un oratorio di loro ragione posto a Maren, luogo non lungi da Conegliano, come narra il prefato Cicogna.

Il doge Leonardo Donato nacque il 13 febbraio 1536, da Giambattista q. Andrea, e da una figlia di Giovanni q. Antonio Cornaro. Fino dai primi anni diede a divedere che sarebbe riuscito utile alla patria. Studiò a Bologna ed a Padova con molto successo, tanto nell’arte poetica che nella eloquenza; sicché, giunto al quinto lustro d’età, fu ammesso savio agli ordini, e nel 1569 sostenne il carico di provveditore di comun, coprendo il quale venne spedito ambasciatore a Filippo II di Spagna, onde interessarlo a col legarsi con le armi cristiane contro il Turco. Nel 1573 venne eletto savio di Terraferma, col carico di savio alla scrittura; e nel seguente anno, commissario sopra la differenza dei confini di Ampezzo e Cadore con gli arciducali. Ripatriato nel medesimo anno, venne destinato, con Gian Francesco Morosini, ad accogliere il re Enrico III, che portavasi a Venezia. Del 1576, avendo appena valicato l’ottavo lustro dell’età sua, fu nominato savio del consiglio, carica che egli sostenne per ben ventuna volta. Il dì 20 settembre dello stesso anno venne scelto, con Giovanni Gritti, ambasciatore a Rodolfo elettore dei Romani, figlio di Massimiliano; ma defunto frattanto quest’ultimo, gli fu, nel 29 ottobre seguente, dato a compagno nell’ambasceria Giovanni Micheli, sì per condolersi della morte del padre di Rodolfo, come per congratularsi della sua esaltazione al trono. Per togliere le controversie intorno ai confini, fu spedito il 7 agosto 1580, col detto Michieli, ambasciatore a Rodolfo stesso. Del 1579-80 ebbe la prefettura di Brescia. Gli fu poi, nel 1581, delegata l’ambasceria a Gregorio XIII, e vi sostenne vigorosamente le ragioni del patriarca di Aquileia; controversia che impiegò le sollecitudini del Senato durante quasi tutto il pontificato di Gregorio, e che per la morte di questo rimase pendente. Essendo in Roma, cadde Leonardo gravemente malato, e fu vicino a morte; ma ricuperatosi tornò in patria, insignito dal papa della dignità di cavaliere. Fu quindi eletto consigliere della città nel sestiere di San Paolo, dappoiché abitava presso il ponte di Sant’Agostino; e coperse anche questa carica negli anni 1584 e 1586. Fra riformatore dello studio di Padova nel 1583; magistrato che altre volte coperse, cioè nel 1594, 1598 e 1604. Asceso al soglio pontificio Sisto V nel 1585, il Donato fu uno dei quattro oratori inviati a gratularlo, e fu egli, che, come il più giovane, tenne l’orazione nel sacro collegio, con molta laude di latina eloquenza, e poté rendere quel pontefice assai propizio verso la Repubblica. Savio del consiglio nel 1686, unito od Alvise Micheli, trattò con Federico Cornaro cardinale per togliere le differenze, a motivo della navigazione, tra il granduca di Toscana e la Repubblica; ma, per le insorte difficoltà, nulla poté allora conchiudere. Nel 1588 venne eletto uno dei quattro provveditori generali in Terraferma; e l’anno appresso fu nuovamente mandato a Sisto V, per placare l’animo di lui esacerbato contro i Veneziani, i quali avevano riconosciuto il nuovo re di Francia Enrico IV, scomunicato. Fu eletto poi, nel 1590, ambasciatore straordinario ad Urbano VII, a Gregorio XIV, nell’anno stesso, a Innocenzo IX, nel 1591. Uno di questi pontefici, al dire del Curti (MSS. famiglie patrizie), per le benemerenze dal Donato acquistate con la santa Sede, gli offrì il vescovato di Brescia, indi la porpora cardinalizia: ma egli, rifiutando codesti onori, rispose con le parole di Paolo, ai Corintii: Unusquinque in qua vocatione vocatus est, in ea permancat. Infrattanto il 26 luglio dello stesso anno 1591, morto essendo Antonio Bragadino, fu in suo luogo Leonardo decorato della stola procuratoria de citra. L’anno seguente venne spedito oratore straordinario a Clemente VIII, concitato contro la Repubblica, perché avevo assoldato Marco Sciarra fuoruscito della Marca, per opporre un freno alle piraterie degli Uscocchi, e cercò di tranquillare il pontefice, il quale, dopo molte pretensioni e discussioni, si piegò a componimento. Nel 1593, fu nominato, con altri quattro patrizi alla scelta del luogo dove conveniva erigere una fortezza, e fu quella di Palma Nova. A Maometto III, salito al trono ottomano nel 1595, era eletto ambasciatore Leonardo per gratularlo e per confermare l’ultimo trattato di pace; ma essendo morto, prima della di lui partenza Pasquale Cicogna, concorse al principato, con Jacopo Foscarini e Marino Grimani. Sennonché protraendosi la elezione, egli magnanimamente si ritirò dalla gara, e quindi partiva per l’ambasceria di Costantinopoli. Nel 1508, con Jacopo Foscarini, Giovanni Soranzo, Paolo Paruta e Giovanni Mocenigo, fu eletto a congratularsi con Clemente VIII del suo arrivo a Ferrara. Fu quindi, nel 1604, provveditor generale in Terraferma, ed essendo in tale ufficio si ammalò gravemente, sicché chiese ed ottenne di ripatriare, e, d’allora in poi, si occupò sempre nel pubblico servigio; perorando in Senato, e trattando i negozi più difficili per modo, che né la fatica, né l’età, né la voce, né la forza del dire, e il vigore della mente e del corpo vennero in lui a mancare. Defunto Clemente VIII nel 1605 e salito al trono pontificale Leone XI, fu spedito il Donato a gratularlo; ed era stato anche eletto ad ambasciatore a Paolo V, nello stesso anno succeduto a Leone; ma, attesa la vecchiezza, il Donato se ne dispensò. Infrattanto moriva il doge Marino Grimani, ed in suo luogo si eleggeva Leonardo, come più sopra dicemmo. Tutte le parti assolse egli di ottimo principe. Nessun giorno vi ebbe, tranne per malattia, che egli non intervenisse o nel Senato, o nel Consiglio dei X, o nel Maggior Consiglio. Frequentemente parlava in Senato, e sempre con molta facondia. Ma il peso della ducea, e il cangiato metodo di vita lo indebolirono; e non credendosi più atto a sostenerne le gravissime cure, voleva rinunziare. Ma intanto che faceva forza per superare sé stesso avvenne che nella mattina del 16 luglio 1642, dopo aver perorato in Collegio con più calore del solito, ritiratosi solo nella più interna sua stanza, preso da subito deliquio morì nello stesso giorno, nell’età sua di anni 76, mesi 6, giorni 4. Venne attribuita la sua morte ad un alterco avuto col fratello Nicolò, a causa del palazzo da lui fatto costruire sulle fondamente nuove, con grande spendio di denaro, del che lo rimproverava il fratello. Ma oltre cose, oltre le dette, si erano congiunte da qualche tempo ad affievolirlo, e soprattutto una dimostrazione popolare contro di lui, il dì 2 febbraio in cui erasi recato quell’anno, come al solito, alla visita della chiesa di Santa Maria Formosa, quando il popolo, anziché festeggiarlo, strepitò, rinfacciandogli i meriti del suo predecessore, gridando: Viva il doge Grimani padre dei poveri . Del che tanto si accorò, che si era prefisso di non voler più intervenire ad alcuna processione, onde non vedendolo il popolo alla visita del Redentore, mormorò che verrà giorno in cui vorrà andar in chiesa e non potrà. Era il Donato di alta statura, di faccia grave e piuttosto severa, e di occhi vivaci. Ebbe taccia di avere talvolta preferiti gli arcani e le leggi della Repubblica alla religione, e di essere stato più ligio alla politica che non sarebbe convenuto. Il Morosini (Vita) riflette, che queste erano dicerie degli invidiosi, e dei maligni, i quali, non potendo attaccare in altro quest’uomo ragguardevole, traducevano a vizio, valendosi del manto della religione, l’insigne amore suo verso lo patria. Ma fu osservantissimo cultore della cattolica religione. Fu perfino messo fuori dal volgo che al tempo della sua morte si siano uditi degli urli e delle strida, e si siano vedute cose spaventevoli nella sua stanza, quasi che morisse persona in podestà del demonio. Vi fu anche chi morse alquanto la maniera di vivere del Donato assai parca e ristretta. Ma non si deve ascrivere a vizio quell’aurea mediocrità di cui con decoro si compiaceva, disapprovando le smodate spese sì in pubblico che in privato. La sua eloquenza ed il suo amore allo studio risultano dai molti scrini da lui lasciati, e che in gran parte si conservano nel pubblico archivio, ed appresso i suoi superstiti; di che si veda l’opera, non mai abbastanza lodata dell’illustre cav. Cicogna (Inscrizioni veneziane), dalla quale liberamente abbiamo raccolto queste notizie. Al ritratto sopra detto del nostro doge deve aggiungersi il dipinto operato da Marco Vecellio nella sala della Bussola, ove lo si vede prostrato dinanzi alla Madre Vergine; inciso ed illustrato alla Tavola CXIV.

Il monumento sacro allo memoria del Donato sorge sopra la porta maggiore nel tempio di San Giorgio Maggiore. Si compone di quattro colonne doriche, disposte due per ciascun lato dell’urna, le quali accolgono nei due intercolunni l’armi gentilizie del duce e i militari trofei: ne si legano fra esse quattro coll’architrave e col fregio, ma ricorre solo nel vano di mezzo la cornice, con tristo effetto dell’opera e contro le regole dell’arte e del gusto. L’urna s’innalza su una base recante la inscrizione, e porta nella cima il busto dell’estinto, scolpito, da quanto pare, da Giulio Del Moro. L’urna poi e le colonne sono di marmo venato, ed il rimanente è di pietra istriana. L’inscrizione accennata è la seguente:

LEONARDI DONATO VENETIARVM PRINCIPIS
OSSA EJVS IVSSV HIC CONDITA SVNT. QVI
TOTIVS SVAE VITAE CVRSV SVMMA SEMPER
INTEGRITATE CONTINVISQVE LABOMBVS
TRANSACTAE NIHIL CARIVS VNQVAM HABVIT
QVAM PATRIAE LIBERTATEM REIQVE PVBLICAE
DECOREM ET COMMODVM.
VIXIT ANNOS LXXVI. MENSES V.
OBIIT ANNO DOMINI MDCXII.
SVI DVCAMS REGIMINIS ANNO VI. MENSE VI

Il doge Nicolò Donato detto Testolina, nacque da Giovanni, nel 1538, deducendosi cotale epoca dall’età di ottanta anni quando mori nel 1618. Abbiamo dal Cappellari, che Nicolò fu senatore d’incorrotti costumi, e che sostenne vari governi e prefetture di città; cariche da lui degnamente persolte, e che a merito della sua diligenza fu sollevata la capitale negli anni 1613 e 1617, afflitta dalla carestia. Fu egli anche savio gronde, consigliere e correttore delle leggi, e da ultimo, come dicemmo, fu assunto, contro l’aspettazione comune, al supremo onor della patria. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Rio Terà de la Madalena, 2085 (Cannaregio) – Campiello del Sol, 957 (San Polo) – Corte del Capeler, 4771 (San Marco) – Rio Terà de la Madalena, 2085 (Cannaregio) – Calle dei Sansoni, 963 (San Polo) – Fondamenta Lizza Fusina, 1843 (Dorsoduro) – Calle de le Becarie o Panataria, 356 (San Polo).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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