Chiesa di San Basilio Magno Vescovo vulgo San Basegio

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Campo San Basilio. Luogo dove si ergeva la chiesa di San Basilio Magno Vescovo vulgo San Basegio - Dorsoduro

Chiesa di San Basilio Magno Vescovo vulgo San Basegio. Chiesa demolita

Storia della chiesa

Avendo da Malamocco vecchio (come nella sua Cronaca asserisce Marin Sanudo) trasportato in Venezia il loro domicilio i nobili Basegi, ivi ad onore di San Basilio Magno Arcivescovo di Cesarea fecero edificare una chiesa, che divenne tanto presto parrocchiale degli abitanti circonvicini. Essendosi poi la chiesa già resa vecchia nell’anno 1347, per una gagliarda scossa di terremoto per la maggior parte diroccata, fu merito della stessa Famiglia Basegia il rinnovarla più consistente ed ornata, finché circa i principi del secolo XVI. Dimostrando (come attesta il Sabellico nel suo libro del sito della città) nella sua facciata esteriore grandi indizi di rovina prossima, fu di nuovo in gran parte ristorata. Altro più non si sa di questa chiesa, in cui per inveterata consuetudine si celebra l’anniversario della consacrazione nel giorno 8 di maggio. La uffiziano il Piovano, e tre Titolati.

Possiede ella poi un dito del Santo Dottore suo Titolare, ed un articolo di San Filippo celebre fra i sette primi Diaconi della Chiesa, e molte insigni Reliquie di Santi Martiri, tratte dalle Catacombe Romane; ma soprattutto è illustre (per parlar con la frase del Sabellico) per i corpi di due Cittadini Celesti Cosanzo d’Ancona, e Pietro Acotanto veneziano, i quali unitamente riposano nell’altare dedicato ora al transito di San Giuseppe.

Rinomato è nei fasti della Chiesa il nome di San Costanzo per ciò, che di esso ne scrisse nei suoi Dialoghi il Pontefice San Gregorio Magno, e la chiesa d’Ancona ne conservò con venerazione il corpo, finché da essa fu trasportato a Venezia. Le circostanze di questa traslazione trapassata sotto silenzio dagli scrittori veneti, si rilevano dall’Istoria d’Ancona scritta da Guglielmo Saraceni, in cui si legge essere stato il sacro corpo rapito fuori della Chiesa di San Ciriaco da alcuni uomini delle galere veneziane.

Approdati questi nel porto d’Ancona col carico di alcune statue di marmo, destinate per ornamento della facciata esteriore di San Ciriaco, mentre tutto il popolo tratto dalla curiosità accorre al porto per vederle, alcuni veneziani vedendo affatto vuota la chiesa, prevalendosi dell’occasione con ardito, e presto furto trassero nascostamente dalla loro arca le sacre ossa di San Costanzo, e trasportate a Venezia le offrirono alla chiesa di San Basilio nel giorno 12 di luglio.

Unito, come si è detto, al sacro deposito di San Costanzo riposa il Beato Pietro nato in Venezia dalla nobile famiglia Acotanto circa i principi del secolo XII. Nella condizione di nobile secolare, in cui visse, si rese ammirabile per l’esercizio di tutte le più religiose virtù; ma quella, che in lui spiccò con maggiore splendore, fu la sua carità, né si può bastevolmente esprimere fino a qual punto egli portasse il fervore di sua compassione verso dei poveri. Faceva proprie le angustie degli infelici, ed a tanto arrivò l’impegno di soccorrerli, che a lor vantaggio impiegò quanto possedeva al mondo, restando per coprire Cristo nei suoi poveri in istato d’una invidiabile mendicità. Comparve questa anche maggiore nell’occasione d’una rigidissima invernata, nella quale cresciute a dismisura le acque fino a coprire altamente le strade, toglievano a molti miserabili il poter provvedersi del necessario alimento.

Accorse al grave pericolo dei suoi prossimi il Sant’uomo, e di notte tempo, per togliere a stesso la tentazione dell’altrui applauso, guidando di propria mano una barchetta, recò ai miserabili languenti l’opportuno soccorso di pane, legna, e vesti, distinguendo con più abbondante soccorso quelli, che da stato prospero erano decaduti in povertà, e male soffrivano l’esporre le proprie miserie. In così santi impieghi condusse egli la sua vita fino all’estrema vecchiezza tollerata da lui con giubilo in mezzo a quella povertà, che aveva volontariamente incontrata per amore di Cristo, e per carità dei suoi prossimi. Alla carità, che è la perfezione delle virtù, andavano in lui congiunte le altre tutte, e fra queste un’illibata purità, fama costante essendo, aver lui portato fino al sepolcro puro ed intatto il candore di sua virginità.

Volle finalmente il Padre delle Misericordie dare la ricompensa promessa da lui ai misericordiosi di cuore, e con la morte da giusto lo chiamò a sé nel mese di agosto dell’anno 1187. Il concorso del popolo fu prodigioso ai funerali, che le lagrime dei poveri, e le acclamazioni dei cittadini resero glorioso come un trionfo; e Iddio volle manifestare il merito del suo servo fedele con molti miracoli accaduti prima della sua sepoltura, fra i quali è memorabile, che una femmina incredula deridendo la divozione del popolo, si vide improvvisamente gonfiare il ventre con imminente pericolo di squarciarsi; senonché ravveduta, e atterrita confessando tosto la santità del Servo di Dio, ed invocandone l’aiuto si restituì allo stato primiero.

Benché però in sepoltura comune fosse stato il venerabile corpo deposto, non si cancellò dalla mente degli uomini la memoria delle di lui virtù, e dei prodigi seguiti; onde nell’anno 1250, alcuni devoti uomini per impulso di religiosa curiosità scoperto il sepolcro ritrovarono l’ammirabile corpo dopo sessanta e più anni di deposizione così incorrotto e fresco, come se allora fosse stato sepolto.

Alla fama di tal prodigio accorse numeroso il popolo, e molti provarono gli effetti della di lui valida intercessione appresso Dio con ottenere la guarigione dai loro malori. Anche in questa occasione castigò Iddio la miscredenza d’una fanciulla, che invitata a baciare il cilicio, in cui era involto quel sacro corpo, ricusò d’accostarvisi; ma coperta vedendosi nel punto stesso da una fetida lebbra, baciò pentita il cilicio, e chiedendo perdono di sua irreligiosità, fu restituita alla salute. Posto poi il venerabile corpo in una decente cassa, restò esposto come reliquia di uomo santo per molti anni alla divozione dei fedeli, finché nell’anno 1305, un troppo scrupoloso, ma ignorante Piovano, di nome Giacomo Treananti, fece segretamente sotterrare il venerabile cadavere nel mezzo d’un aperto cimitero vicino alla chiesa. Qui giacque per sette lustri, finché volendo Iddio glorificato il suo servo, ispirò ad alcune pie persone di ricercarlo, ed assistendo alle loro diligenze, fece che alle prime ricerche arrivassero a scoprirlo.

Arrivò la notizia di così felice invenzione a contezza del Vescovo di Casello Niccolò Morosini, il quale accompagnato da tutto il suo Clero con festosa pompa si portò alla Chiesa di San Basilio nel giorno 23 di aprile dell’anno 1340, ed in essa introdusse le venerabili reliquie del Beato Uomo, collocandole sopra un altare alla devota venerazione del popolo, dove onorevolmente tutt’ora si custodiscono, e si vedono attraverso d’un cristallo, che loro è posto dinanzi.

Oltre l’universale e costante tradizione del di lui immemorabile culto, si legge nei pubblici registri dell’antica Camera degli imprestiti il pio legato d’un sacerdote lasciato nell’anno 1443, con questa espressione: Il terzo ducato si debba dar per la festa della Madonna, che vien a mezzo agosto, con questo, che el Piovan faza la Festa del Biado Piero Acotanto, secondo la santa, e buona usanza facendo Predicare quel santo dì. Si conserva ancora nell’Archivio della Chiesa di San Basilio una di quelle antiche concioni, o siano panegirici, che in lingua latina solevano farsi nel giorno festivo del Beato Pietro, che andò poi cessando a solo motivo d’essersi per la vicenda dei tempi perdute le rendite a ciò destinate; non però giammai cessò il culto, e la venerazione dei fedeli al di lui sacro corpo esposto solennemente sopra l’altare. (1)

Visita della chiesa (1733)

Vi sono tra i volti attorno la chiesa dodici Apostoli, e quattro dottori di mano di Lionardo Corona. Vi è un quadro dove Cristo è condotto al Monte Calvario, opera di Pietro Mera. Sopra una porta la Beata Vergine con i Santi Sebastiano, e Rocco è di Bortolo Donati. Il quadro dove Cristo vien condotto davanti a Pilato è di mano di Bernardino Prudenti. Sopra gli archi vi sono diversi quadri delle prime maniere del Palma, Aliense, Marco di Tiziano, e del Gambarato. Le portelle dell’organo sono di mano di Luigi Vivarino. Vicino a una porta vi è la Cena di Cristo di Marco di Tiziano. Appresso il Ponte dei Gesuati vi è un capitello dipinto dal Palma con Maria, i Santi Rocco, e Sebastiano, e due angeletti. (2)

Eventi più recenti

Con la famigerata concentrazione delle parrocchie (1810) venne chiusa, ridotta a magazzino e nel 1824 demolita, anche la facciata che dall’architettura, specie della porta maggiore, si conosceva essere quella del XIV secolo, dal Sabellico chiamata vetusta templi facies.  (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) CESARE ZANGIROLAMI. Storia delle chiese dei monasteri delle scuole di Venezia rapinate e distrutte da Napoleone Bonaparte (Arti Grafiche E.Vianelli – Mestre 1962)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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