Piero Trevisan “de la Drezza”, un falsario

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Palazzo Trevisan a Sant'Agnese. Sestiere di Dorsoduro

Piero Trevisan “de la Drezza”, un falsario

Zuane Agnolo, missier grande del Consiglio dei Dieci, in seguito a notizie ricevute, teneva d’occhio nel giugno del 1526 una casa situata a San Giacomo da l’Orio, in Campiello dell’Isola. Dopo molti appostamenti, nel pomeriggio del 4 luglio, seguito da alcuni sbirri, picchiò alla porta e in nome del Consiglio dei Dieci, vi fece una perquisizione. Trovò difatti quello che aveva immaginato, in un sottoscala c’erano due sacchetti di pelle contenenti monete false, “zerca cento mocenighi da soldi 18 bellissimi et molti ducati, po’ un afar per coniar et tochi molto di piombo“. Venne tutto sequestrato e furono arrestati gli inquilini, marito e moglie.

Erano due piemontesi: Manuel Grana e Marietta sua moglie i quali condotti dinanzi al Consiglio dei Dieci confessarono subito ogni cosa senza bisogno della tortura. E raccontarono che il patrizio sier Piero Trevisande la Drezza“, così nominato per la sua lunga capigliatura, li aveva istigati, fornendo utensili e metalli e promettendo ricchezze, a fabbricare monete false “et lui le spendeva con la sua autorità di patricio” dividendo poi il guadagno in ragione di un quarto a loro e tre quarti per sé.

Manuel Grana aveva accettato e la società funzionava già da alcuni mesi, spendendo il Trevisan le monete false specialmente nei banchi di Rialto quando maggiore era la ressa dei compratori.

Mandato subito ad arrestare il patrizio nel suo palazzo a Sant’Agnese non fu trovato e si seppe che, avuto sentore dell’arresto del Grana, egli era fuggitto nella mattina verso la terraferma. Il processo non fu lungo poiché il 10 luglio il Manuel venne condannato a morte e poi ad essere bruciato e la Marietta alla perdita degli ochhi, “Item (del pari) sier Piero Trevisan da la Drezza“, absente ma legittimamente citato, “ch’el sia bandito in perpetuo con taia di lire tremila a chi quello prenderà in le terre nostre, et fuora chi lo amazerà habbi lire domila et possi cavar uno bandito di bando. Li beni di sier Trevisan siano obligadi a la taia“.

La sentenza fu mandata a tutti i podestà di terraferma e cominciò per il patrizio l’infame vita del bandito, vagabonda, miserabile, minacciata sempre per amor della taglia. Il 15 luglio 1527, dopo appena un anno dalla condanna sier Andrea Malipiero, podestà di Sacile, scriveva alla Signoria: “fo pescà da le acque di la Livenza un corpo negado qual fo conossudo per sier Trevisan da la Drezza monetario bandio“. Cosi la taglia non venne pagata, ma i Dieci sui beni del defunto incamerarono lo stesso le tremila lire. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 27 gennaio 1927

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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