L’incendio dell’Arsenale del 1509

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Le Gaggiandre. Arsenale

L’incendio dell’Arsenale del 1509

Il 12 marzo 1509, verso sera, si sentì in tutta la città di Venezia una forte esposione, le case e i palazzi tremarono e si videro stelle di fuoco nel cielo. Era saltato in aria parte del deposito delle polveri da sparo conservate nell’Arsenale. Quando cessarono gli effetti dell’esposione tutti  corsero verso il cantiere delle navi della Repubblica, compreso Marin Sanudo, il celebre cronista, per vedere cosa fosse successo.

Il Sanudo vide molti corpi recuperati tra le rovine, “chi brusati, chi magagnati (feriti), chi senza testa, chi senza brazo (braccio), chi mezi parli, senza parlar, con visi de sarasini (scuri in volto) per il foco, che venivano portadi fuora sopra le tavole“, e tra questi vide il corpo senza vita di Francesco Rosso, proto all’Arsenal, uomo degnissimo, grande costruttore di gallee. Vide i corpi di Vincenzo Zennaro, figlio di un masser, di Carlo Bontempo, scrivan ai cinque, e di molti puti e uomini valenti, in tutto si disse che rimasero uccisi dall’ esplosione circa 60 persone.

L’ esplosione rovinò molte vecchie case di Castello, fece notevoli danni al Monastero di San Daniele, ai tetti e ai vetri delle case. E se non fosse stato per un barzoto (naviglio), che si lavorava vicino a dove avvenne l’esplosione, il quale riparò molti arsenalotti, sarebbe stata un gran massacro di maestranze, il naviglio dalla furia dell’esplosione si capovolse. Crollarono le Sale del Canevo alla Tana e il muro di cinta dell’arsenale da quella parte.

Si cercarono subito i colpevoli, alcuni dissero che erano stati i triestini che avevano dato fuoco alle polveri, altri dissero che erano stati i francesi, era infatti il tempo della Lega di Cambrai. In principio furono incolpati alcuni friulani, ma si scopri subito che erano fedelissimi alla Repubblica e che alcuni di essi rimasero bruciati nel portare aiuto. Cercò di portare aiuto anche l’arcivescovo di Candia, domino Zuane Lando, che andò all’Arsenale vestito alla francese, ma fu scambiato per tale e venne picchiato, si rifugiò nella Chiesa di San Martino, poi riconosciuto fu lasciato andar via. Il giorno seguente si seppe la verità, raccontata da un facchino che era rimasto ferito nello scoppio, egli disse: “volendo serarsi una cassa, dove era la polvere, fo dato di uno martello su uno chiodo, el qual butò una favilla, et quella impiò la polvere et fe’ il dano“.

Era già successo, il 9 dicembre del 1476, che l’Arsenale si incendiasse,  quella volta fu dovuto alla scintilla prodotta da un ferro di cavallo, da quel momento in poi, i cavalli che lavoravano all’Arsenale non portarono più i ferri. Alla fine non fu tanto danno come si credeva, a parte la morte dei molti arsenalotti, e la morte del maistro Francesco Rosso, pianto da tutta la città. (1)

ConoscereVenezia

(1) Marin Sanudo. I Diari. Volume VIII

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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