Il Bellum navale (la battaglia navale) in onore di Francesco II Sforza e di Alfonso I d’Este, in Bacino San Marco

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Isola di San Giorgio Maggiore dal Molo di San Marco

Il Bellum navale (la battaglia navale) in onore di Francesco II Sforza e di Alfonso I d’Este, in Bacino San Marco

Nell’ottobre del 1530 il doge Andrea Gritti, per festeggiare l’avvenuta pace tra l’imperatore Carlo V e gli stati italiani, invitava a Venezia Francesco II Sforza duca di Milano e Alfonso I d’Este duca di Ferrara. L’organizzazione delle feste era affidata alla compagnia dei Reali, i quali il 18 ottobre, giorno di San Luca, si presentarono, uno dietro l’altro, a Palazzo Ducale davanti al doge al quale espressero il proprio dolore per avere inteso che il Senato non aveva dato loro licenza di vestire come volevano (a causa delle leggi suntuarie), e loro avevano da indossare solo zuponi (giubotti) tessuti con oro; il doge rispose allora di non voler infrangere la legge e disse: “Si farè, chiameremo li Pregadi et vi condaneremo”, qualcuno del Collegio sussurrò: “Porté quel che volè”, e mentre se ne stavano andando, sier Lunardo Emo, savio del Consiglio, disse: “Fé pur la festa el honoreve, che non sarà altro, e si sarè condanadi pagerò per vui”.

Il giorno 19, dopo disnar (pranzo) iniziarono le feste, al Molo di San Marco, il duca Francesco Sforza e tutte le gentildonne e i gentiluomini che lo accompagnavano salirono a bordo del Bucintoro (fatto nuovo nel 1526), e tutti insieme andarono per il Canal Grande verso Ca’ Foscari. I palazzi lungo il canale erano tutti addobbati con bellissimi arazzi e tappeti, “ma questo non tacerò” annota il Sanudo, anche il palazzo di Francesco Contarini aveva le colonne delle balconate piene di tappetti, ma i vetri del soler de sora erano tutti rotti, nonostante il Contarini fosse un patrizio molto ricco. Quando furono arrivati a Ca’ Foscari, in volta dil canal, salì a bordo del vascello cerimoniale il duca Alfonso D’Este.

E mentre il Bucintoro faceva il suo corso lungo il Canal Grande iniziarono le regate, la prima fu quella delle donne di Chioggia e di Malamocco (de le contrade) su barche a quattro posti, seguita poi dalla regata delle fisolere, e dalla regata delle peotine. Finite le regate la nave dogale ritornò al pontile del Molo di San Marco per far scendere il duca di Milano, ma prima che scendesse fu data una colazione di “fongi, calisoni, pignochade, confeti ed altro”  in gran quantità. Verso sera, il Bucintoro, alla luce di numerose torce, riprese nuovamente la strada del Canal Grande per la festa che si dava in casa Pisani a San Polo, dove venne preparato un suntuoso banchetto di “fasani, pernise, caponi, paoni, et tutto quello si poi dar, et fo ballato, et si siete a compir fino hore 6 di note”.

Il giorno successivo, per il troppo vento, le feste previste dalla compagnia dei Reali non si poterono fare, queste preparate con molta cura e senza badare a spese, prevedevano una bellum navale (una battaglia navale), una colazione sul molo, e un ballo nella Sala del Maggior Consiglio. Il Serenissimo volle comunque fare il ballo a palazzo per non intrigare nei giorni successivi i lavori del Gran Consiglio, e così mentre era ancora fortissimo il vento fu data questa festa. Il Serenissimo era vestito di restagno d’oro et con la bareta, i Consiglieri, i Procuratori, gli Avogadori, i Capi dei Dieci erano vestiti tutti con le loro toghe di seta. Il Serenissimo con il duca di Ferrara, il duca di Milano e la Signoria stavano in un lato dell’immensa sala, mentre al centro era stato predisposto un soler (palco) dove ballavano circa centoventi coppie di patrizie e patrizi veneziani, e tra un ballo e l’altro furono fatte anche due momarie buffone (rappresentazione burlesche). Alcuni componenti della compagnia dei Reali portavano dei zuponi d’oro sopra del raso “stratagiado, che si vedea l’oro non obstante la parte presa in contrario et in faciem Principis”. Dopo i balli venne servita una colazione fatta di “pignochà, calisoni, fongi, pistachee, marzapani, confetti, storti, vin etc.”.  

Il giorno 23, di domenica, fu fatto un grande palco davanti al Palazzo Ducale verso l’Isola di San Giorgio Maggiore, sul quale tra colonne di legno e drappi di raso cremisino stavano il doge e il duca di Milano, mentre il duca di Ferrara era accomodato sul pergolo della Sala del Maggior Consiglio. In mezzo al bacino era stato costruito un bellissimo castello di legno, su delle zattere ancorate in modo che potessero stare ferme.  La piazza di San Marco era carga (piena) di gente, con quella in riva di Terra Nova (ora giardini ex reali) e in riva di San Zaccaria venne stimata in circa centomila persone. In bacino vi era un tal numero di barche, navigli e altre barche piccole piene di uomini e donne che sembravano un’armada.

Gli assalitori del castello stavano su due bregantini, ovvero delle barche lunghe con dodici vogatori e ventiquattro armati, con artiglierie sui fianchi e scale per salire sul castello, ed ogni barca aveva i suoi capitani e cioè Zuan Papa e Francesco Pozo, valenti uomini marittimi. Nel castello vi era un capitano di fanteria chiamato Gatin da Bologna (contestabile al servizio dei veneziani) con fanti armati di spade di legno, molta polvere d’artiglieria, e un numero consistente di pignatte di terra da gettare sugli assalitori. Giunti i due bregantini vicino al castello, gli assalitori chiesero la resa dei difensori, ma questi risposero con colpi di  schioppo a salve, allora le due barche si avvicinarono da una parte e dall’altra e cominciò l’assalto. Dall’interno si tiravano le pignatte e si spingevano gli assalitori in acqua, dall’esterno con le scale si cercava di superare le mura di legno, e alla fine, rovinate le difese, i difensori con le loro bandiere si ritirarono nella rocca del castello, ma anche questa fu presa. La rappresentazione della battaglia navale piacque moltissimo al Sanudo il quale scrive: “E fu una cosa bellissima non più fatta in queste lagune, et questo non durò molto, che almen doveano tenirsi a una altra bataia“.  

Finita la battaglia navale venne servita la colazione, la quale iniziò con una sfilata di spongate (sculture di zucchero), la prima, portata da sier Leonardo Pesaro, era destinata al duca Sforza, ed era una spongata con un San Marco e “un bisson col gelpho in boca (un serpente con un guelfo in bocca)”, la seconda con un San Marco e l’arma della famiglia Gritti destinata al doge Andrea Gritti, seguivano poi altri compagni, e duecentocinquanta servitori in varie livree, tra i quali una compagnia di “forneri todeschi”, con varie sorte di “spongade e ninfe di zucaro, pignocae, calisoni, pistachee, confetti, bozoladi, storti, fugazine, etc.”, il tutto servito in coppe, bacili, confettiere, tazze, boccali e vasi d’argento.

“Non voglio restar di scriver”, racconta il Sanudo,  “come fo una bellissima colation, ma mal partita, perochè molti senatori se riempirono le maniche (i senatori usavano portare le maniche della loro tunica a comedo o con maniche a comio, aperte fino al gomito, e non strette e chiuse ai polsi) di confezion con vergogna grande de chi li vedeva, et tra li altri sier Vetor Morosini da San Polo che le riempi assai di confezioni, ed altri rimasero senza”. (1)

ConoscereVenezia

(1) Marin Sanudo. I Diari volume 54

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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