La cera e i cereri a Venezia

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Corte de le Candele. Sestiere di Cannaregio

La cera e i cereri a Venezia

I veneziani traevano la cera vergine dal Levante, nonchè dalla Moldavia e dalla Valacchia, e, per la particolare condizione dela città di Venezia, potevano depurarla senza che la polvere la insudiciasse. Famose perciò erano le candele e le torcie veneziane e nel Quattrocento ben ventiquattro fabbriche lavoravano la cera e rinomate erano quelle di Santa Maria Maggiore, dei Santi Apostoli, di San Giobbe e di San Sebastiano. Nella stessa città di Venezia il consumo della cera era enorme, poichè nelle sole processioni solenni e nelle funzioni sacre c’era un tale scialo di candele e di torcie da raggiungere oltre il milione di lire annue, che, con l’esportazione di circa tre milioni e mezzo, dava uno splendido bilancio al commercio dell’arte dei cereri.

Le torcie molto spesso erano di straordinaria grandezza ed era celebre per la tipica costruzione dei suoi prodotti la fabbrica di Santa Maria Maggiore che modellava degli enormi ceri adornati da bassi rilievi di un gusto d’arte finissimo e che ricordavano sempre qualche avvenimento del Santo a cui il cero era dedicato.

La vita di Sant’Antonio di autore anonimo, scritta nel 1300, ora conservata nella biblioteca verso il grande taumaturgo e delle grandi offerte di ceri venute da Venezia per la sua festa nel 1251, racconta che “si portavano ceri di così smisurata lunghezza, che moltissimi non si poteano far entrare senza spezzarli; ed altri venivano portati sopra le spalle di uomini, e per trasportarne uno solo, appena erano bastanti sedici uomini curvati per il gran peso (vix sexdesim sufficerent curvati) o se si conducevano sopra carri aggiogavano due paia di buoi“. E sopra carri si dovevano portare davvero poichè da Fusina a Padova il tragitto era lungo, ed il passaggio dei carri, per i paesetti del Brenta, chiamava a raccolta i terrazzani ed era allora una gaia festa di ammirazione e di commenti per le belle e colossali torcie fabbricate dalla Sernissima.

Verso la metà del Settecento era celebre a Venezia un Giovanni Battista Talamini, che aveva bottega da speziale a Rialto, all’insegna della “Fonte“, e che morì il 10 aprile 1760. Egli mediante un suo particolare segreto e con appositi utensili da lui stesso inventati, come si legge nella “Statistica delle Arti Venete” di Agostino Sagredo, fu il primo a colorare, tirare e lavorare la cera, in modo da imitare con essa ogni qualità di piante, fiori, frutta ed animale. Il Sagredo soggiunge: “Il Talamini diede inoltre tanta durezza alla cera da renderla acconsia a contenere vino e liquori, e per qualche tempo i bellissimi lavori del Talamini ebbero grande fortuna e furono assai ricercati“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 16 novembre 1923.

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Corte de le Candele ai Gesuiti; Calle de la Cereria a San Giobbe; Fondamenta dei Cereri all’Anzolo Rafael; Corte de le Candele ai Gesuiti; Calle de la Cereria ai Tolentini; Sotoportego in Corte de le Candele.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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