Campo Santi Giovanni e Paolo, nel Sestiere di Castello

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Campo Santi Giovanni e Paolo. Sestiere di Castello

Campo Santi Giovanni e Paolo, nel Sestiere di Castello

Il campo prende il nome dalla Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Il domenicano Malvenda, storico dell’ordine suo, lasciò scritto: essersi, nell’anno 1217, portato a Venezia san Domenico, ed ivi, per alcuni suoi pochi frati, avere ottenuto un piccolo oratorio detto allora di San Daniele, e che poi, dopo la canonizzazione del santo patriarca, fu detto di San Domenico; ed ora, dall’anno 1567, si chiama del Rosario.

Appresso a detto oratorio, che a principio era assai angusto, vi fabbricò il santo patriarca un piccolo monastero. Flaminio Cornaro, che cita queste parole del Malvenda, asserisce che i documenti onde egli si crede avvalorarle altro non sono che un antico sommario di favole popolari ed insussistenti. Il Malvenda seguita narrando, che nell’ anno 1226 si ampliò per un miracolo il convento; che il doge Jacopo Tiepolo vide in visione una notte l’oratorio e la vicina piazza di San Daniele piena di odorosi fiori, con alcune bianche colombe, che, portando croci d’oro sulle fronti, andavano volando per quei fiori, intanto che due angeli discesi dal cielo profumavano con turiboli d’oro quel sito; e mentre egli ciò osservava, udì una voce che disse: Questo è il luogo che scelsi a miei predicatori. Narrò il doge nel giorno seguente la visione in Senato, che tosto decretò doversi concedere quaranta passi di nuovo sito ai religiosi per l’ingrandimento del loro monastero, e allora cominciò a fabbricarsi la magnifica chiesa sotto il titolo di Maria Vergine e dei santi martiri Giovanni e Paolo, di che ne fu poi fatto solenne stromento nell’anno 1254.

Osserva il Cornaro, aver dato forse causa a questo racconto i due angeli che con profumieri alla mano si veggono scolpiti sul sepolcro del doge Jacopo Tiepolo, ed un antico basso-rilievo affisso alla facciata esteriore della chiesa, che rappresenta il profeta Daniele nel mezzo dei leoni: ma esso Cornaro poi nega l’autenticità di siffatto racconto, aggiungendo che probabilmente fu tessuto bensì a tempi poco lontani dal doge Tiepolo, ma che il diploma di lui descrivendo il suolo conceduto ai monaci siccome un luogo ricoperto dalle acque, non era possibile che ivi fossero fabbricati oratori, né monasleri, e che le cronache veneziane antichissime non facendo verun cenno di queste cose, poca fede si può concedere ai documenti del convento. Confessa non pertanto essere indubitabile, che San Domenico si sia trasferito a Venezia, per qui trattare con il cardinale Ugolino, legato apostolico, di gravi affari della Chiesa universa e della sua religione; che senza dubbio, molto prima della donazione del doge Tiepolo, i Domenicani avevano soggiorno in Venezia, ove, giunti dopo la morie del santo loro fondatore, predicando ed insegnando pubblicamente, dimostrarono di quale spirito fossero lasciati eredi dal loro istitutore, e che in principio abitavano appresso la chiesa parrocchiale di San Martino, siccome risulta da alcuni documenti datati nel 1226 e 1229.

Però, non avendo ancora conveniente soggiorno i monaci Domenicani a Venezia, considerati gli esempi di virtù coi quali si meritavano la stima e l’amore della città, e sti mandosi opportuna la dimora loro al pubblico bene, il doge Jacopo Tiepolo propose, e il senato stabilì, fosse loro concesso uno spazio di terreno allagato ancora dalle acque, posto nei confini della parrocchia di Santa Maria Formosa; e di esso, nel mese di giugno dell’anno 1234, fu con solenne stromento posto in pieno ed assoluto possesso frate Alberico priore con i monaci suoi, onde fabbricar vi potessero il convento ed il tempio.

Ad aiutare quest’opera concorreva efficacemente la pietà dei cittadini e dei magistrali; e quindi fu tostamente prosciugato e apparecchiato il suolo, in guisa che l’anno 1246 già erano cominciati i lavori. Per le indulgenze poi concesse dal pontefice a chi avesse aiutata la fabbrica con le sue largizioni, potè la medesima esser giunta nel 1295 in grado di accogliere il capitolo generale dell’ordine ivi convocato da Nicolò Boccassino, maestro generale dell’ordine, che fu dopo papa, sotto il nome di Benedetto XI. Nel 1551 poi erasi murata la fronte del tempio, nella quale fu posto il sepolcro del doge Jacopo Tiepolo, secondo il di lui desiderio.

Non pertanto le interne abitazioni dei religiosi furono ridotte a perfezione assai prima della chiesa, che per vastità e magnificenza domandava tempo e danaro considerevole. Ad affrettarne il lavoro furono quindi rivolti, l’anno 1390 e 1592, dal maggior consiglio due legati disposti per altro pio uso, l’uno di 10.000 ducati di Nicolò Lion procuratore di san Marco, l’altro di Marco Dolfino detto Trivella. Finalmente, intorno al 1595 era compiuta la chiesa, e fu poi consacrata l’anno 1430, il 12 novembre, da Antonio Corraro vescovo di Ceneda. Chi ne fosse architetto s’ ignora. Sappiamo che i frati di San Domenico usavano stile differente, e avevano i propri architetti. Cicognara è quindi condotto, dalla somiglianza di questa con la chiesa dei Frati, a credere che Nicolò Pisano fosse l’edificatore di ambedue. Noi però siamo di diverso parere: mentre sapendosi che i Domenicani contavano uomini valorosi in architettura, e primi a quel tempo Sisto e Ristoro, ai quali per consiglio più volte ricorreva Nicola da Pisa, non par conveniente che essi Domenicani chiamassero stranieri in aiuto, quando avevano nel loro seno ingegni capaci e valenti. Conferma la nostra opinione il vedere erette da loro stessi le chiese di San Nicolò in Trevigi, di Sant’ Agostino in Padova e di Santa Anastasia in Verona; e come di quelle è noto soltanto essere stati essi gli autori, senza saperne poi il nome preciso dell’architetto, cosi sarà accaduto del tempio di cui parliamo, che innalzato da loro si perde poi la memoria dell’ autore dell’ opera.

L’architettura di cui è formato il tempio impropriamente si appella gotica, come tante volte fu provato; e dal vedere i Domenicani architetti, e dal saperli venuti da luoghi ove l’araba e la normanna architettura aveva innalzati monumenti di conto, fece pensare, non a torto, taluno che questa ragione di fabbricare sia stata, se non portata, certo diffusa in Italia da essi.

E disgrazia poi sia rimasto incompiuto il prospetto, il quale presenta però una porta si nobile e ricca per colonne orientali, e per intagli di finito lavoro, che non è strano il supporta opera di quello stesso mastro Bartolommeo, che aveva lavorato nella vicina scuola di San Marco, prima dell’incendio accaduto il 31 maggio 1485. (1)

(1) Venezia e le sue lagune. Volume II. Stabilimento Antonelli 1847

Nel campo o nelle sue immediate vicinanze:

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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