Il busto di Paolo Caliari detto il Veronese, nella Chiesa di San Sebastiano
Fra le centoventi chiese che nel secolo decimosesto c’erano a Venezia, quella di San Sebastiano, costruita verso il 1506 su disegno di Antonio Scarpagnino, rimase celebre nella storia del’arte per la cospicua decorazione pittorica dovuta al genio di Paolo Caliari detto il Veronese.
La chiesa con l’attiguo convento apparteneva ai padri Gerolomini dei quali era priore nel 1555 Bernardo Torlioni di Verona che, conoscendo Paolo e ammirando le sue pitture fatte nel duomo di Mantova, lo invitò a Venezia per dipingere il soffitto della sacrestia. Pieno di entusiasmo il giovane artista, non ancora ventisettenne, accettò l’offerta; prese a pigione da sier Vincenzo Zeno per trentadue ducati, una piccola casa in Corte de le Candele nella parrocchia dei Santi Apostoli, e si dette con lena al lavoro nel magnifico ambiente della Dominante dove tutto gli parlava al cuore e alla fantasia; l’aria, il cielo, le tinte vivaci, le sfumature delicate, la bellezza languida delle aurore, il rosso carminio dei tramonti, la formosità delle bionde patrizie nei loro splendidi abbigliamenti.
Nella sua febrile attività il lavoro fu ben presto compiuto: nel centro “La Vergine incoronata” avvolta come in una vaporosa atmosfera d’oro, intorno nei quattro riquadri le poderose figure degli Evangelisti. Il lavoro stupendo piacque molto ai padri che immantinente affidarono a Paolo la decorazione del soffitto della chiesa in cui egli svolse “Le tre storie della Regina Ester” con un’armonia così deliziosa di toni, di luce, di linee, d’impressioni prospettiche, da innalzare queste tre tele a capolavori impareggiabili conquistando in un subito fama grandissima. E così in dieci anni a varie riprese, Paolo decorò tutto il tempio: le pale d’altare, gli affreschi alle pareti, le portelle del famoso organo costruito nel 1588 dall’organista Alessandro Visentini dal Palazzo e intagliato nell’armadio dal maestro Francesco Fiorentino.
Il vasto ciclo pittorico paolesco doveva allora splendere per fulgore di tinte e per luminosità di effetti in tutta la sua magnificenza, specialmente negli affreschi, e in quella mirabile pala d’altare maggiore, dipinta per incarico di Cattaruzza Cornaro vedova di Piano Mocenigo, raffigurarante “La Vergine con putto in gloria” e in basso quattro santi tra i quali San Francesco nel cui sembiante l’artista volle ritrarre l’amico e il protettore, padre Bernardo Torlioni.
Paolo Veronese morì a sessant’anni nella sua casa a San Samuele e fu sepolto con gran pompa nella Chiesa di San Sebastiano, dove era cominciata la sua gloria di astro di prima grandezza nel luminoso cielo della pittura veneziana. (1)
Il busto di Paolo Veronese, opera di Matteo Carnero, è posto sopra la tomba dell’artista. La scultura poggia su un piccolo sostegno di forma trapezoidale a sua volta poggiante su una mensola; la base della mensola si trova al centro della cornice di semplice modanatura che riquadra la lastra su cui è incisa l’epigrafe del Veronese. L’artista è ritratto in posizione frontale, in età avanzata con i capelli radi pettinati indietro, i baffi e la barba. Un drappo gli avvolge le spalle, lasciando scoperto il collo coperto dal colletto abbottonato di una camicia ricamata. A fianco del busto vi sono due volute simmetriche.
Iscrizione sotto il busto:
“PAVLO CALIARIO VERONEN PICTORI / NATURAE AEMVLO ARTIS MIRACVLO / SVPERSTITE FATIS FAMA VICTVRO” (2)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 28 settembre 1928
(2) https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500137633
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

















































































