Il genovese che voleva l’asilo ecclesiastico, ma finì in prigione a pane ed acqua

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Convento dei Santi Giovanni e Paolo (ora Ospedale Civile). Sestiere di Castello

Il genovese che voleva l’asilo ecclesiastico, ma finì in prigione a pane ed acqua

La sera del 23 novembre 1529, in contrada di San Geremia, in una casa del mercante Gerolamo Scaglia sul Canal Grande, avvenne un fatto gravissimo. Andrea Grimaldi Corvara genovese, uccise un suo amico che dormina in camera con lui, tale Lorenzo Grimaldi Ceva di 18 anni, con 26 colpi di “manarin”. Dopo avere commesso il delitto il Corvara fuggì buttandosi in strada da una finestra, e corse finché si rifugiò dentro la chiesa di San Zanipolo (Santi Giovanni e Paolo), sperando nell’asilo ecclesiastico.

In effetti quando arrivarono gli sbirri a reclamarlo i frati domenicani del convento dei Santi Giovanni e Paolo si rifiutarono di consegnarlo, finché non arrivarono gli Avogadori de comun nelle persone di sier Melchiorre Michiel e di sier Marino Giustinian. Gli Avogadori spiegarono ai buoni frati, che l’asilo ecclesiastico non si applicava per gli assassini, gli adulteri e gli stupratori, e che anzi in questi casi i malfattori potevano essere tratti con la viva forza. Il Corvara, che nel frattempo si era rifugiato nel campanile, non fece altro che agevolare il lavoro alle guardie. Alle 2 di notte, il genovese venne preso e condotto nella casa di San Geremia dove alloggiava e qui de plano (senza alcuna difficoltà) confessò il suo delitto.

Il giorno dopo, alla presenza dell’Avogador sier Melchiorre Michiel, i consiglieri sier Nicolò Venier e sier Pandolfo Morosini, il capo dei Quarantia Criminal sier Antonio Premarin, i signori di Notte sier Vincenzo Zorzi e sier Maffio Venier, venne portato in Palazzo Ducale nella sala dei Tormenti, dove dopo 4 scassi di corda confessò nuovamente. Il Corvara si difese raccontando che aveva ucciso il suo amico, colto da un improvviso scatto d’ira, perché questo gli aveva dato uno schiaffo. Confessò inoltre di aver strangolato la massara che teneva le chiavi di uno studiolo, dove trovò una cassetta dalla quale prese 4 o 5 ducati e un diamante ligato del valore di 30 ducati, una pezza di raso lionato, ma non poté aprire uno scrigno perché era in ferro. Il Corvara abitava a Venezia da circa un anno e mezzo,  dove era arrivato da Costantinopoli con circa 7500 ducati veneziani che aveva “dissipati con zuogo et putane“.

La mattina del 2 dicembre iniziò il processo davanti alla Quarantia criminal, il Corvara era difeso da ben tre avvocati: domino Aurelio Superchio, sier Zuane Francesco Mocenigo e domino Francesco Filetti, i quali tutti e tre sostenevano che l’omicidio non era predeterminato e che non si poteva e non si doveva togliere il Corvara dalla chiesa di San Zanipolo.

Il giorno 17 dello stesso mese si arrivò alla sentenza, furono messe due parti, la prima di sier Nicolò Bernardo consigliere e sier Francesco Coppo della Quarantia al Criminal, i quali proposero di relegare il Corvara nella prigione “Fresca zoia con lire 15 di ferri a li piedi et a pan et aqua, et stii solo, et il capitanio de le prexon li habbi bona custodia, sotto gran pene, et rompendo, et preso el sia, siati taià la testa et poi squartato con taia lire 6000 vivo et 4000 morto, etiam in terre aliene”, e la seconda con la quale sier Nicolò Venier e sier Pandolfo Morosini consiglieri, sier Anzolo Malipiero capo dei Quarantia al Criminal, sier Zuan Domenego Cigogna vicecapo della Quarantia, e tutti e tre gli Avogadori de Comun proponevano che il Corvara  fosse “menato per canal su una piata et quele altre cose et conduto per terra a San Marco a la coa di uno cavalo, dove li sia taià la testa, et poi squartato in 4 quarti et posti a li lochi soliti“. E si ballottarono le parti, furono 15 non sinceri (astenuti), 12 per la prima proposta e 12 per la seconda, fu necessario quindi una seconda votazione, con la quale si ebbe 10 non sinceri, 16 per la prima proposta, 13 per la seconda. Commentò la sentenza il Sanudo:  “siché sta pezo che morto, et per esser stà tolto di loco sacro non è sta fato morir“. (1)

(1) I Diari di Marin Sanudo. Tomo LII

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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