L’Arte dei Saoneri

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Inizio di Calle dei Saoneri dal Ponte di San Polo, Sestiere di San Polo

L’Arte dei Saoneri

La fabbricazione del sapone a Venezia era una delle industrie più antiche e più fiorenti, poiché fin dal 1167, il 15 di agosto, si trova indicata nel testamento di Giovanni Querini della casa maggiore di Rialto, una abitazione di sua proprietà “qual dava sul rio Saponario” nella contrada di San Cassiano. Questo stretto canale, nella sua parte più lontana dal Canal Grande verso la parrocchia di Sant’Apollinare, “vulgo sant’Aponal“, si chiamava allora Saponario per una fabbrica di sapone che stava vicina al palazzo Longo il quale sorgeva poco lontano dall’attuale palazzo Albrizzi. E la fabbrica prosperava, l’esportazione del buon sapone veneziano correva per l’Italia ed era questa una nuova industria che si affermava nella Dominante dove gli operai “et li mistri” erano intelligenti, onesti, lavoratori, coscienziosi.

Ma il maggior sviluppo dell’arte si ebbe nel Cinquecento quando il provvido governo che tutto osservava, vigilava e provvedeva emanò una legge relativa alla fabbricazione del sapone, come si legge negli “Annali Veneti” di Domenico Malipiero: “ai nove di ottubrio 1488 è sta preso che nissun nobile, citadin o popular no possa far lavorar saoni a Gaeta, nè a Galipoli, nè in altre parte de l’Italia, sotto pena di cinquecento ducati et bando da Venetia per cinque anni, et ciò particurarmente per el danno de le saonerie particulari in questa terra et per el danno de li dazi“.

Così a quelle fabbriche che già c’erano, sorsero nuove fabbriche con attività e metodi nuovi che facevano sempre più apprezzare il sapone veneziano; nei mercati europei era esso il ricercato e il preferito a tutte le altre imitazioni che al solo vederle rivelavano la fabbricazione clandestina e disonesta.

Le fabbriche allora a Venezia erano ventisette e producevano oltre tre milioni di libbre grosse annuali, quasi due milioni di chilogrammi, che in parte si esportavano in Oriente dove, diceva il Corano, era severamente proibito il vino, ma erano obbligatorie le tre abluzioni rituali giornaliere fatte con cura speciale per tener mondo il corpo.

Come ricordo di quel tempo in cui il sapone era a Venezia una grande industria abbiamo anche oggi la calle dei “Saoneri” nella contrada di San Polo, la calle della “Saoneria” a San Barnaba, il ponte dela “Saponetta” a San Giobbe, e nel sestiere di Castello la corte e il campiello del “Saon” dove c’erano fabbriche e fabbrichette di sapone sempre sotto la sorveglianza del Magistrato de li Mercanti affinché il prodotto fosse sempre uguale e perfetto. L’industria, che impiegava a Venezia da mille a milleduecento operai, si riuni nel 1565 in confraternita con a capo un Marin Garzoni, proprietario di una “saoneria” nella parrocchia di Santa Margherita, e i confratelli per le loro devozioni, si radunavano in chiesa dei Servi di Maria a Santa Fosca dove non avevano un proprio altare, ma dai frati erano accolti benevolmente pagando l’annuo tributo di venti ducati e trenta libre di cere.

Nel 1610, avendo il Consiglio dei Dieci, sopra un rapporto dei Signori di notte, conosciuto che nella fabbrica di Santa Marina, di cui oggi non esiste più nessun ricordo, si fabbricava sapone di qualità inferiore e dannosa al commercio veneziano, fece chiudere la fabbrica ed arrestare un tale Cristoforo Rizzetto di Campalto, e lo condannò a tre mesi di carcere e a due anni di bando dalla terra di San Marco.

Bortolo e Santo Grigis, proprietari nel 1661 di una fabbrica di sapone nella contrada di San Pantaleon, vicino al palazzo della nobile famiglia Paruta, avevano per primi messo in commercio il sapone profumato accolto dal pubblico con grande favore, specialmente il “muschiato” che nei paesi orientali ebbe un felice successo, tanto che per accontentare le numerose domande, gli operai dovettero a turno lavorare per parecchi mesi di giorno e di notte.

Fu l’ultimo bagliore della prosperosa industria; l’invidia straniera fece aprire fabbriche nuove nei paesi d’oltralpe, si assoldarono segretamente con promesse e ricchi premi operai veneziani, e così sorsero le officine di Marsiglia, di Tolone, di Anversa e nel 1778 le fabbriche moderne di Trieste che dettero l’ultimo colpo all’industria saponiera veneziana. Alla caduta della Reppubblica le fabbriche della Dominante si erano ridotte a sette soltanto, e anche quelle lentamente sparirono lasciando solo un malinconico ricordo nel nome di alcune calli, testimoni di quei tempi felici ormai tramontati.

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 23 novembre 1933.

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: inizio della Calle dei Saoneri dal Rio Terà dei Nomboli; Calle dei Saoneri a San Polo; Calle dei Saoneri a Dorsoduro San Pantalon; Calle dei Saoneri a San Polo; Calle dei Saoneri a Dorsoduro Santa Margherita; inizio della Calle dei Saoneri dal Ponte de San Polo; Calle dei Saoneri a Dorsoduro Santa Margherita.

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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