Venezia la città “apostolica, santa, la veramente beata” e i suoi pellegrini

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Ospizio dei Santi Pietro e Paolo. Sestiere di Castello

Venezia la città “apostolica, santa, la veramente beata” e i suoi pellegrini

Il Tentori nel suo “Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica della Repubblica Veneta” scrive che la Dominante era chiamata nei primi secoli della sua grandezza “la città apostolica, la città santa, la veramente beata” per il gran numero di reliquie e corpi di Santi che possedeva e per le grandi indulgenze ad essa concesse da papa Alessandro terzo e da altri pontefici.

Così, dal decimo secolo fino quasi alla metà del Cinquecento, una folla enorme di pellegrini giungevano a Venezia da tutte le parti d’Europa non solo per venerarvi i corpi di San Marco, di San Nicolò, di Santa Lucia, di Santo Stefano, di San Rocco, di Sant’Isidoro, di San Tarasio e per acquistare le tantissime indulgenze, ma venivano ancora, unica breve via di mare per l’Oriente, per imbarcarsi sulle gelere veneziane che andavano in Palestina, la Terra Santa tanto agognata, o per visitare i famosi santuari d’Italia.

Il doge Pietro Orseolo nel 980 a questi numerosi visitatori di Venezia “la santa” innalzava grandiosi e comodi ospizi: alla Giudecca l’ospedale dei Santi Biagio e Cataldo, a Castello l’ospizio di San Pietro, a San Marco il ricovero di “Santa Maria in Capo di Broglio“; le famiglie più illustri e più ricche di quell’epoca come gli Agnusdei, i Capovani, i Pianiga, i Morosini seguivano l’esempio dogale, ma non bastando a tanta folla di credenti gli ospizi, si stabiliva di erigere grandi ricoveri al Lido, nell’Isola di San Clemente e in quella di Santa Maria della Grazia chiamata allora l’isola “della Cavana o Cavanella“.

Però la buona accoglienza e le prodighe cure che i Veneziani facevano a questi religiosi forestieri erano a tutto vantaggio della città che cresceva in fama e cresceva in ricchezza poiché i pellegrini lasciavano alle chiese cospicue elemosine, ai conventi splendidi doni, ai mercanti, agli osti, ai tavernieri non pochi denari, ai banchieri per il cambio della moneta e ai preti per le indulgenze guadagni abbondanti e dalla fede di questa folla esaltata Venezia traeva molti e incessanti profitti. Ai pellegrini che imbarcavano era obbligatorio l’esborso in bei zecchini veneziani del nolo anticipato per il tragitto, se qualcuno moriva nel territorio di San Marco o durante la navigazione il fisco si appropriava di tutte le roba del defunto e gli ammalati dovevano se ricchi pagare medici e medicine negli ospedali o nei lazzaretti.

E così venivano in gran moltitudine i pellegrini, ma veniva nelle lagune anche gran parte del denaro d’Europa, e veniva senza rimpianto, grati i pellegrini della cortese accoglienza, della protezione accordata, delle bontà dei patrizi, della gentilezza dei cittadini.

Nella solenne processione del Corpus Domini, la più solenne e la più ricca fra le processioni della Repubblica, ogni patrizio aveva alla sua destra un pellegrino: sier Marin Malipiero aveva dato nel 1384 nella sua casa ai Santi Apostoli “che parea d’oro” un superbo pranzo a più di cento forestieri “che doveano andar al santo Sepolcro” tra i quali molti nobili fiorentini; nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo il Senato aveva concesso ai pellegrini che morivano a Venezia un sepolcro con iscrizione latina, e cosi nel convento dei frati Minori di Santa Maria Gloriosa dei Frari; nei refettori dei conventi di San Zanipolo, di San Francesco, della Celestia, di San Lorenzo, e di altri era consuetudine di preparare dai venti ai trenta posti quasi giornalmente per pellegrini o pellegrine in attesa d’imbarcarsi per la Terra Santa.

Questa tradizione di gentilezza continuò anche quando ebbero fine i grandi pellegrinaggi dei secoli prima del Cinquecento, e continuò fino alla caduta della Repubblica per l’Isola della Grazia dove si raccoglievano i pellegrini del perdono di Assisi, che salpavano ogni anno la sera del 17 luglio salutati e regalati di dolci, di frutta, di fiori da una gran folla di gente plaudente venuta dalla città con barche e gondole imbandierate.

Venezia, non perdendo punto di vista il suo interesse, né il vantaggio dei suoi commerci e delle sue industrie aveva per tutti nobiltà di sentimenti e gentilezza di modi come Jacopo d’Albrizzotto Guidi, canterno di professione, proclamava nel 1425: “Di tutta Italia, Lombardia e Toscana, sicondo che si vede per effetto, Vinegia è la più nobile e sovrana“.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 13 agosto 1931

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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