Il pranzo della Sensa

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Francesco Guardi. Festa della Sensa

Il pranzo della Sensa

Da pochi giorni era stato eletto il doge Andrea Gritti quando il 31 maggio 1523 ricorrendo l’Ascensione, per la prima volta il nuovo Serenissimo andò con la tradizionale pompa a gettare l’anello nel mare. Alla sera in Palazzo Ducale ebbe luogo il rituale banchetto al quale intervennero il doge e i suoi due fratelli uterini sier Michele e sier Polo Malipiero, con le più alte cariche della Repubblica “et con venti done patricia qual erano di le più bele di la terra“.

A metà del banchetto entrò in sala mascherato il buffone Zuane Poloet cantò una canzone in laude del dose la qual havia una stanzia come ritornielo qual diseva: Dio mantegna Signoria, nostro dose de ca’ Griti, e ve priega i povareti, provedà a la charestia“. Ed era davvero in quell’anno una grande carestia poiché il frumento valeva da quattro a cinque lire lo stero (circa ottanta chilogrammi).

Il doge promise, anzi per rendersi popolare dette subito ordine che tutta la sua farina in deposito nel fondaco di San Silvestro fosse venduta al popolo a solo tre lire allo staro, e allora Zuane Polo, con una mossa comica di ringraziamento che fece rider tutti, riprese la sua canzone estemporanea: “Vu se’ più grande de tutti, Polenta e pan non tra da macar; In terra fra tanti passuti, Chi laora anca deve magnar“. E il pranzo continuò tra la più grande allegria, mentre la buona novella del principe correva per la città accolta festosamente “da li populari poaretti“.

Di questo banchetto il diarista Marin Sanudo nei suoi Diari et dà la lista delle vivande nell’ordine come furono servite, dopo essersi i convitati lavate le mani con “acqua rosata“.

La tavola era sfarzosamente imbandita con trionfi, argenterie, cristalli e fiori. “Veneno li servi con lo scalco et comenzò il pranzo: colombini et figadeli con il suo saor (brodo) in taze: polastri e guazeto in scudele; rosto de polastri, cavreti et nomboli in piati et limoni in aqua in scudelini; fazani rosti con fava et bisi; do man di torte, una nera et l’altra bianca taiate su li taieri d’arzento; caponi lessi con lingue salate; vedelo e cavreto lesso con salami et herbe oliose; una altra man de rosto di vedelo et caponi; ovi batui con late, scalete (ciambelle) et marzapani; formazo parmezan, naranze, ceriese, mandole, pignocade“. E c’erano vini bianchi e neri, la malvasia moscatella, vernaccia di uva appassita e vini greci di Candia e di Cipro.

Dopo un tale convito, nella sala attigua tutta illuminata a “torze” (a torcie) entrarono “li pifari todeschi, li trobetti et violoni” e cominciò il ballo che venne aperto dal doge stesso con la bellissima Laura Contarini di San Paternian, e ballarono alcuni passi della “pavana“, danza dal lento incedere e dalle movenze aggraziate. Il ballo durò due ore; poi la festa ebbe termine con la dispensa di molti confetti “et il dose, bel vechio di anni settanta, al pe’ de la scala, justa il solito, tocò la man a tutti disendo bone parole a le patricie“.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 15 febbraio 1927.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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