L’Iscrizione in onore di Enrico III, Loggia Superiore del Palazzo Ducale

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Loggia Superiore. Palazzo Ducale

L’Iscrizione in onore di Enrico III, Loggia Superiore del Palazzo Ducale

Dolcissima memoria aveva lasciato nei Veneziani Enrico III, allorché passando dal trono di Polonia a quello di Francia, volle visitare questa regina dei mari, e conoscerne ed ammirarne la grandezza e i prodigi delle arti sorelle che la decorano. E poiché, come riferimmo illustrando il dipinto di Andrea Vicentino, che offre il di lui magnifico ingresso a Venezia, esistente nella Sala delle quattro Porte, partiva esso Enrico col dare al capo della Repubblica, e a tutti coloro che lo avvicinarono manifesto segni della magnanimità sua e della sua gratitudine, volle il Senato, mosso anco dalle sollecitudini di Arnoldo Ferrerio ambasciatore di quel principe, eternarne la ricordanza. Perciò ordinava, che nel luogo più frequentato di questo Palazzo Ducale, cioè nella superior Galleria del cortile, e di fronte alla Scala dei Giganti, venisse scolpita una lapide ornatissima; la quale attestasse ai venturi le virtù del regnante, i sentimenti del Senato, e le cagioni che a ciò far lo inducevano.

Fioriva allora Alessandro Vittoria in Venezia; e la fama in cui era salito per le opere esimie della sua mano, procurato gli aveva le commessioni migliori della città; e tanto, che nullo lavoro imprendevasi pertinente alle belle arti, se il consiglio, o l’ingegno, o la mano di lui non si avesse invocato. Per cui fu egli scelto a scolpire questa memoria magnifica, per la quale ottenne lodi sincere da tutti gli scrittori, e principalmente dal Temanza, dotto biografo degli architetti e scultori veneziani.

L’inscrizione, che ad illustrare ci facciamo, è chiusa da un riquadro ornatissimo, e la base di essa, che ai fianchi termina in voluta con teste volanti alle estremità, mostra nel centro un’aquila ad ali espanse, nel cui petto sono sculti i tre gigli di Francia. La base descritta sorregge due Cariatidi, composte in atto gentile, ed ambe in azione di coronarsi il capo con aureo serto. Anzi ad esse piuttosto il nome converrebbe di Fame, se avessero ali, non prestando esse uffizio alcuno servile; essendo la cimasa legata al riquadro, e, sebbene sporgente con le volute fino a sovrastare al capo delle stesse figure, è però sostenuta solo dal ripetuto riquadro. La cimasa notata si adorna nel mezzo con una testa leonina, dalle cui fauci escono e si dilatano due festoni di fiori e di frutta, che passando di retro alle dette volute, ricompariscono poi al dorso delle medesime, ornato di mascheroni, i quali stringono fra i labbri i capi dei festoni descritti. Forma cima finale alla lapide due Genietti, con ali aperte; i quali seduti sul riquadro posano ambe mani sulla nicchia chiudente la testa del leone anzidetto.

Descrivendo questo lavoro il Temanza, lo dice nobile ed eccellente in ogni sua parte, aggiungendo poi delle donzelle, essere di forme così leggiadre e nobili, e disegnate con tale perfezione, quasi a dirle inimitabili. E’ di vero, esse donzelle hanno grazia sia nella mossa che neh’ aria de’ volti; il nudo è ben modellato, le pieghe delle vesti che da sotto il petto le coprono, condotte sono con intelligenza, ed in modo, da far conoscere la materia di cui si compongono, e finalmente il lavoro del marmo è amoroso. Graziosi sono anche i Genietti, che stan sulla cima, e l’espressione loro è in vero delicata e sentimentale.

Quindi anche da questa opera rimane dimostrata falsa l’accusa di coloro, che asseriscono poco periti nel disegno i nostri artefici del secolo sestodecimo, per non avere, dicono essi, veduto statue antiche; quando è chiaro che qui ne avevano non scarsa copia d’insigni, ed anche prima che in Roma si diseppellissero i Laocoonti e tante altre lodatissime statue; e quando è palese, che fra i nostri artefici ve ne furono di eccellenti nel disegno, senza che mai avessero loro  veduto Roma.

Ed il Vittoria che qui giunse assai giovane, e che non uscì mai dal Veneto Stato, divenne ciò non per tanto distinto nell’aggiustatezza del disegno, nella morbidezza della statua, nelle attaccature delle membra, nella nobiltà e nella bellezza delle teste; come lo svelano queste due donzelle gentili, degne di qualsiasi fami gerato scarpello.

Tanto si compiacque il Vittoria di questa opera, che lasciava suo nome nel riquadro, e precisamente sotto il piè delle statue.

La inscrizione coi suoi ornamenti è lavorata in marmo istriano, e fu posta ad oro nei membri d’architettura, nelle corone, nei gigli, nel fondo delle lettere e in altre parti principali, i modo ché più spiccasse alla vista, e venisse a ricevere ricchezza maggiore e maggior splendidezza dal nobile metallo. (1).

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume I. Francesco Zanotto. Venezia 1861

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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